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Twin Peaks: Un traslato onirico

[…] Lynch in Twin Peaks, il ritorno non abbandona i suoi stereotipi, i miti, le autostrade riprese in corsa, la linea bianca di Strade perdute, non abbandona i primi bianco e nero di Eraserhead col rumore assordante delle macchine industriali, e ricostruisce i percorsi virtuali attraverso la narrazione dell’Avventura. I suoi eroi richiamano la letteratura western dei primi fumetti, lo Sceriffo, le Guardie, i Posti di polizia di piccole città, all’ombra della foresta, Twin Peaks, stato di Washington. Il ritorno si muove tra il passato e il futuro, in una narrativa del già visto, i luoghi, le azioni, i personaggi sembrano riemergere dopo 25 anni di assenza e in questa ripetizione lo spazio ritrovato e lo spazio circolare del sogno, sembrano condannati a ripetersi, in una allucinazione. Cooper, Diana, lo Sceriffo, Gordon e gli altri personaggi, sono come fermati nel tempo, con i loro difetti e con le parole di uno slang che supera l’inversione degli anni. D’improvviso una luce nera si apre, in una data del 1945, nel New Mexico, allo scoppio delle prime prove atomiche; il buio si infrange in tante piccole spore, il silenzio spaziale si impone e prende la forma di un ritmo musicale, reiterato e continuo. Il cinema si fa oggetto della visione, e come in una vecchia sala cinematografica le immagini in bianco e nero ‘escono’ dallo schermo, l’uomo elegante abbraccia la ragazza-bambola, l’oscurità viene attraversata da un raggio appena colorato da un giallo/marrone che poi si dilegua nel buio: 1956, una forma volatile, forse un insetto, entra nella bocca spalancata nel sonno, di una ragazza. […]

di Edoardo Bruno, estratto dal numero 681/682 (Gennaio/Febbraio 2018)

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ANNO LXVIII – Gennaio/Febbraio 2018 – ABBONATEVI!

Cinema è poesia

Ha scritto Martin Heidegger in Pensare e poetare: “Il poetare, la poesia schiettamente intesa, è la «poesia». La parola è formata secondo il verbo greco ποιεíη, che significa: fabbricare, produrre”, anche il cinema è poesia, nel suo creare infiniti mondi possibili. Da Umberto Barbaro a Edoardo Bruno (Film come poesia) fino a David Lynch e a Raúl Ruiz, in un “vai e vieni”, caleidoscopio (καλειδοσκόπιο, nel suo senso etimologico) tra realtà e sogno, eyes wide shut… come il sogno-incubo twinpeaksiano che entra, poeticamente, nel corpo non solo attraverso gli occhi ma anche attraverso la bocca, nel bianco e nero della visione “dove lo sguardo – in tanta luce – è nero” (come recita il meraviglioso verso di Fernanda Romagnoli), ancora ad occhi aperti-chiusi, così vicino al nero che apriva l’Arca sokuroviana: “Ho aperto gli occhi e non ho visto niente”.

In questo primo numero del nuovo anno ricordiamo ai lettori che l’unica forma di finanziamento per la nostra rivista è l’abbonamento, che abbiamo mantenuto da anni, e che è anche l’unico modo per sottolineare il vostro consenso nel nostro percorso politico e teoretico.

Editoriale di m. m.