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UN SENTIRE POLITICO

Si può discutere se ogni nostra posizione estetica, abbia anche un riflesso politico, se cioè ogni qualvolta cerchiamo di dare un piego al nostro fare, questo piego voglia significare, aldilà del senso, un‘prendere posizione’, indipendentemente dalla forma del nostro discorso. Possiamo cercare nel barocco una forma complicata dell’essere, possiamo ritenere che la dottrina filosofica, come già avvertiva Benjamin(1), basata sulla ‘codificazione storica’ non può essere evocata neppure more geometrico. Però il rapporto tra verità e bellezza è, non soltanto il compito superiore di ogni ricerca della filosofia dell’arte, ma anche un lavoro indispensabile, in vista della determinazione del concetto di verità.

Nel Simposio Platone definisce la verità ‘bella’, perché nella graduatoria del desiderio, l’eros rivolge la sua attenzione verso la verità. Nel film di Malick Song to Song la verità è bella, perché l’eros ha il corpo giovanile di Rooney Mara carico di desiderio ma, Malick, con un tanto di relativismo, si domanda, da che parte sta la verità?

Nelle prime sequenze del film, quasi in una Educazione (sentimentale) al sesso, l’incontro tra il tatto e l’eros – la scoperta del corpo – si risolve in una ricerca solo virtuale che, nella pratica della penetrazione, diventa tangibile solo con l’Altro. Una verità sublimata nel rifiuto delle convenzioni, e nell’eccesso del desiderio. Ma è questa la verità? Una visione di una America vitalistica e al tempo stesso desolata, di desideri interrotti, di esuberanze al limite dell’esibito, senza il godimento oltre i limiti di Bataille, fatta di corpi nudi, di acque, aria, cielo, di grandi spazi vuoti e oceaniche folli solitarie negli stadi. Una visione altamente politica, nel senso con cui Lenin (Lenin p. CX1)(2) giudicava l’opera di Marx, ‘non solo come una analisi del capitalismo, ma come una teoria della storia’. Una ‘teoria’ che deve farci riflettere.

Un ‘sentire politico’ che fa ormai parte della nostra gnoseologia, un ‘prendere posizione’. che vuol significare, al tempo stesso, essere contemporanei, avvertendo le spinte del tempo, le espressioni contraddittorie, le nervature di una poetica in atto, nel senso classico della techne, del saper fare. Nell’esigenza della Storia in opposizione alla presunta ‘inautenticità’ del quotidiano, sempre atteso al politico, alla interpretazione del fatto.

Edoardo Bruno

 

  1. Walter Benjamin, Il dramma barocco tedesco, Torino, Einaudi 1971
  2. V.I. Lenin, Quaderni filosofici, Milano Feltrinelli 1969

FILMCRITICA 669/670: Ereditare

Dall’editoriale di Edoardo Bruno

“La nostra eredità, la nostra cultura, non è preceduta da nessun testamento” l’aforisma di René Char, rivisitato da Hanna Arendt in La crisi della cultura, ci chiede di ripensare insieme l’altra volta, il presente, e il dopo (G. Didi-Huberman). La nostra eredità sono le mille e mille pagine dei 670 numeri della nostra rivista, viaggio nella Storia, nell’Arte e nella Filosofia, una eredità nostra, che è anche una promessa, un impegno.
Ereditare significa anche re-inventare, re-immaginare i nostri tesori e ripercorrere le tappe del sapere, le più fondamentali e le più urgenti, come i documenti visuali di Aby Warburg (1866-1929), in particolare per noi, le mnemosyne, prese di posizione, tra gli altri, di Walter Benjamin, Pier Paolo Pasolini, Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Straub-Huillet, Manoel de Oliveira, Raul Ruiz…
Significa valorizzare il passato per capire e conoscere meglio il presente, coniugare il cammino percorso al cammino da percorrere; e questo, con il rinnovare la promessa dell’abbonamento per gli abbonati e sottoscrivere un nuovo abbonamento per i lettori, che è ancora oggi l’unico contributo per superare le mille difficoltà finanziarie e non disperdere quello che si è seminato in oltre 66 anni di ‘alta gioventù’.
e.b.

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FILMCRITICA 667/668

UN DETOUR FILOSOFICO INFINITO:
Amir Naderi, Wim Wenders, Lav Diaz, Terrence Malick, Sergei Loznitsa, Paul Verhoeven, Paul Vecchiali, Claudio Giovannesi… E tanto altro ancora…

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VENEZIA 2012: “TO THE WONDER” di TERRENCE MALICK

Al filmare fintamente opaco, così strategicamente ondivago da restarsene inerte (e ovviamente alla moda) e senza peso alcuno di Paul Thomas Anderson, preferiremo sempre l’incommensurabilità del punto di vista, il desiderio d’invisibile, l’ossessivo ritorno sulla materia per plasmarla (se ne change rien, è perchè tutto è differente) di Terrence Malick e del suo ultimo sublime To the Wonder.

L’OMBRA DI KUBRICK E MALICK: DOUGLAS TRUMBULL

Trumbull/2001: A Space Odissey

Trumbull/The Tree of Life

l.e.

Il metafisico

Mi diceva Rossellini che a Houston aveva provato a riprendere le stelle, a ingrandire le cellule, a ridefinire le immagini extraterrestri della Nasa, per rappresentare il metafisico, ma che l’unico artista che ci era riuscito è Mark Rothko, con le sue tele monocromatiche nella sua Cappella, dove amava pensare alcune ore in meditazione. Lezione che avrebbe dovuto seguire Terrence Malick nel suo pur importante The Tree of Life, rappresentazione materialista della famiglia moderna, spietata e splendida messinscena dell’America di oggi.
e.b.

CANNES 2011: BELA TARR, TERRENCE MALICK…

Mentre e’ il caso di far notare che con Terrence Malick, l’unico, oggi lo si puo’ dire con certezza, dal 1968 ad essere riuscito a superare il Kubrick di 2001, a collaborare agli effetti c’era, guarda caso, Douglas Trumbull… Splendidamente  a  The Tree of Life, si affianca un’altra lezione di tenebre, anche di bressoniana memoria, con l’incredibile The Turin Horse di Bela Tarr: au hasard les tenebres…

CANNES 2011: TERRENCE MALICK

L’immagine fra la grazia e il nulla: il capolavoro di Terrence Malick The Tree of Life.