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ritorno al futuro Tarantino

a.p.

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auguri Quentin ( oggi compie 53 anni )

” …Ma quello che intriga in Tarantino è anche il suo rinchiudersi negli spazi, non nel senso del beckettiano ‘ Le jene’, in cui tutto si svolgeva in quel set maestoso e crudele, in una sorta di riserva di immagini dove il significato assurge a un linguaggio secondo, metaforico e astratto, ma proprio nel senso quasi letterale di condensazione degli spazi- paesaggi, aereoporto, supermarket, uffici – di ‘ Jacky Brown ‘, dove si attua e si risolve la drammatizzazione della Grande Scena, in un labirinto mentale. Costruito sui modelli ancora di un cinema classico il film è un teorema, un gioco ad incastri, un ingresso nel virtuale, reso solido da una serie concatenata di piani, in cui agiscono i vari personaggi – ancora ‘ figure’ – che fondano l’ immagine dentro la materialità dei volti e al tempo stesso in una digressione sulla dimensione umana, sulla malinconia, la solitudine e la violenza date come forme enigmatiche e contraddittorie dell’ esistente..” ( E. Bruno, Ritratti Autoritratti )

a.p.

FILMCRITICA N. 634

Cari  lettori,

Entro l’estate sarà definitivamente pronto il nuovo sito della rivista.

“Filmcritica” resterà ancora una rivista cartacea, ma col nuovo sito sarà inoltre possibile acquistarla come pdf o leggerla in streaming o sui tablet.

I costi per l’acquisto e per l’abbonamento on-line verranno comunicati a breve.

Sul sito saranno inoltre disponibili per l’acquisto i pdf degli ultimi dieci anni.

Il blog rimane aperto, raggiungibile tramite il sito.

Nel frattempo ecco il nuovo numero della rivista con l’editoriale di Edoardo Bruno.

All’interno una lunga conversazione con Bernardo Bertolucci, cui fanno seguito vari articoli teorici, fra i quali spicca quello di Andrea Pastor su “Il grande e potente Oz” di Sam Raimi e “Django Unchained” di Quentin Tarantino. Senza dimenticare gli interventi su Herzog, Rossellini, Cukor, Spielberg, Don De Lillo e un’inedita incursione sul cinema cubano.

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L’immagine è virtuale

Rileggevo l’altro giorno, ripubblicata sulla Stampa, nella rubrica ‘50 anni fa’, una pagina di Arturo Carlo Jemolo, datata 1963, su ‘Cattolici e comunisti’ molto alta per chi già allora voleva aperta una discussione e auspicava la politica del colloquio, pur tenendo rigorosamente distinti il mondo terreno e quello della trascendenza. Distinzione che a me, già allora, sembrava superata, ritenendo che con la nascita di Gesù,si era avverata la dissacrazione dei cieli e la fine delle mitologie; la religione stessa con ‘Dio fatto uomo’ segnava la fine di tale contrapposizione ed entrava nella Storia con il carico dei dubbi e le contraddizioni. In questo nuovo umanesimo anche il cinema aveva avuto la sua parte nella materializzazione del pensiero ; la capacità di fisicizzare (e quindi ‘rappresentare’ il movimento), realizzava quello che era stato il sogno inseguito dalla pittura sin dall’epoca delle prime scoperte preistoriche con l’artificio degli animali dipinti con più piedi e più gambe, e reificava il senso del movimento rendendo materia il movimento stesso; così come rendeva materia, negli stessi anni di Freud, l’inconscio, conferendo un marchio di visibilità a ciò che appariva invisibile. Ho sempre avuto per Jemolo grande rispetto, mi sono laureato sui suoi testi, discutendo la tesi sui rapporti tra Stato e Chiesa, e ho sempre seguito con interesse i suoi scritti politici sulla società, più di una volta pubblicandoli su Filmcritica o coinvolgendolo personalmente, nei convegni organizzati dalla rivista, per la libertà di espressione Ma sul cinema come espressione nuova di un modo di pensare, e come filosofia, per approfondire i dati della conoscenza, si restava distanti (su questo argomento la discussione avveniva con della Volpe, che affettuosamente lo chiamava Memolo). Il cinema aveva materializzato anche la trascendenza, Dreyer, Bresson. Rossellini, Godard… avevano reificato questo senso dell’Alto, avevano solidificato l’astrazione, riportando in terra i valori del pensiero, affrontando realisticamente il metafisico: avevano, con il cinema, edificato le loro cattedrali. La morte di Cristo chiude la pagina della Storia, la sua scomparsa riapre il metafisico, il dove è si trasmette tra i discepoli, come un’ossessione, che implica una ricerca. Lo stesso volto di Gesù, dopo morto, appare mutato, la sua rassomiglianza sospesa. Anche a Maria Maddalena la sua apparizione appare mutata, lo confonde con l’ortolano e solo il sentire la sua voce restituisce l’identità perduta. Solo quando si sente chiamata per nome, Maria si volta e lo chiama Maestro (Giovanni 20, 14-16) e fa per toccarlo, fermata nel gesto dall’imperativo Non toccarmi! Noli me tangere.

L’immagine è virtuale. Jean-Luc Nancy ha scritto a questo proposito pagine bellissime, sul corpo apparso e scomparso e sulla sconcertante mutazione dell’aspetto e dell’apparenza (cfr. Noli me tangere, Bollati Boringhieri, 2004). Sembrano sequenze di un film, riflessioni/visionarie di un immaginario che vede ciò che vuole vedere, che vuole conservare mentalmente come fatto, il desiderio, il pensato. La resurrezione, dopo la morte.

e.b.

FILMCRITICA N.631/632

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Ecco il nuovo numero di “Filmcritica”.

All’interno, oltre a questo saggio su Spielberg, troverete:

Pagine su Jean-Marie Straub e John Ford

 Unchained di Quentin Tarantino

I migliori film del 2012

 

Lincoln – Un vuoto insensato

Inserirsi in un personaggio, appropriarsi di un’epoca, di un momento breve, di una decisione, di un gesto e penetrare nella sua identità, come entrando nella sua casa e rintracciare i gesti quotidiani, le perplessità i dubbi : questo ha fatto Spielberg nel suo film su Lincoln. Ha rivissuto la storia della Storia, quel breve tratto del 1865 in cui Lincoln maturò e prese una decisione sul tredicesimo emendamento della Costituzione, e ha guardato i fatti, le ansie, i rancori che, in quei giorni di guerra, respiravano le cronache e i giorni. Spielberg ha inseguito, nella traccia di una memoria storica, anche una realtà evanescente, i sogni di un uomo politico, riassumendoli nel personaggio, trovando un attore che, come un quadro, ne riassumesse il senso, le tracce, e parlasse e si esprimesse come un io rovesciato, l’io della finzione e della realtà. Con quel quid che permettesse di assumere la Storia, raccontando ciò che un attante potesse allora pensare, entrando nelle pieghe dei fatti, delle supposizioni e dei dubbi. Un io che è e non è Lincoln ma che identifica un metodo, e segna un percorso. Partendo alla ricerca della Storia consultando parole, documenti e appunti, e reinventando storicamente il personaggio, sotto forma di un immaginario, in una finzione che suscita una questione in abisso: dove giunge l’autore?

Nel cinema l’autore si confonde con il personaggio più che nelle altre arti, l’io diviene il tramite complesso, diventa oggettivamente i fatti, l’ambiente e la Storia. Allo stesso modo di Rossellini, Spielberg in questo film ne diventa il protagonista perché assomma i fatti, le frazioni di identità, i pensieri, i moti d’animo, come specchio di sé, e al tempo stesso come persona che rivive sussumendo le responsabilità, facendo proprie le interpretazioni – come Socrate, Pascal, Cartesio… – un modo di fare ‘geografia’ del personaggio, e di tracciare analisi e filosofia del pensiero. E antropologicamente di ricostruire l’ambiente, perchè la storia è il modo di rivivere l’ambiente, sono le cose che ci circondano, la spiegazione delle parole e delle emozioni, lo specchio dell’esistente; e l’interpretazione.

E non per un determinismo che vede i flussi della storia costretti nella rigidezza delle strutture ma pensando all’ideologia come ad un’illusione ineluttabile. Così le parole acquistano un significato, diventano lingua, politica, abili sotterfugi per fare accrescere la democrazia, in una forma di conoscenza libera e spregiudicata, come  appunto insegna Rossellini con quella attenzione alla materialità delle cose, dei luoghi, come apparati di elaborazione inconscia – il legno oscuro della  Camera dei deputati e  il nitore della Casa Bianca – e la passione civile nel frastuono del voto. La fine con l’uccisione di Lincoln al Teatro Ford non insegue la tradizione di Griffith o delle stampe d’epoca ma astringe il dramma come una rappresentazione invisibile in un vuoto insensato.

Edoardo Bruno

AGENTE INVISIBILE

Mi è di recente capitato di vedere Invisible Agent, un film del 1942 di Edwin L. Marin (del quale credo di aver pure visto in passato dei western). Un ulteriore episodio della saga sull’uomo invisibile cominciata da James Whale dieci anni prima, in questo caso riletto in chiave anti-nazista.

L’uomo invisibile viene spedito in Germania a impossessarsi di documenti fondamentali per sconfiggere i tedeschi (bella la sequenza in cui viene paracadutato in territorio nemico e mentre è in volo si libera dei vestiti e scompare). Qui il suo contatto è una donna tedesca altolocata che sfrutta il suo ruolo per aiutare la Resistenza. Costei è l’attrice Ilona Massey, e per sembianze, oltre che per analogie narrative, mi ha fatto subito pensare al medesimo personaggio, interpretato da Diane Kruger, in Inglorious Basterds di Quentin Tarantino.

Non ricordo se nella lista fatta all’epoca da Tarantino sui vari film anti-nazisti su cui aveva lavorato prima delle riprese del suo (nella quale sicuramente c’era invece il capolavoro di Douglas Sirk Hitler’s Madman) ci fosse il film di Marin, ma le due attrici e i due personaggi si richiamano…

Ilona Massey

Diane Kruger

Ilona Massey – Invisible Agent

Diane Kruger – Inglorious Basterds

l.e.