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FILMCRITICA 656/657

Rieccoci tra Manoel de Oliveira, Roberto Rossellini, Gus Van Sant, George Miller, Miguel Gomes, Roberto Minervini e tanto altro…

Copertina Filmcritica 656 - 657

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Maggio 2015: Filmcritica, il congedo del maesto DE OLIVEIRA e…

BUNUEL, PLACIDO, MORETTI, REITZ, YIMOU, LABATE…

Copertina Filmcritica 655

Un altro affettuoso saluto

Oliveira lit Film Critica

All’interno, le grandi scale, gli alti soffitti, le ombre inquietanti riflettono sugli specchi che fanno da cornice, immagini e suoni misteriosi, memorie del passato e al tempo stesso che affondano in una linearità cartesiana, apologo sul desiderio della protagonista, ossessionata dalla verginità. De Oliveira intreccia frasi sospese, parla dei Vangeli apocrifi, di ricchezze presunte, affronta parole che fanno pensare al vento, introducendo silenzi e moti improvvisi. E gioca con un surrealismo visivo che richiama nei modi il gesto futurista dell’inatteso.

(Edoardo Bruno, Filmcritica 559, A proposito di Espelho mágico)

CIAO MANOEL…

manoel

“Ombra profonda siamo”

Da Giordano Bruno (De umbris idearum) a Manoel de Oliveira (Gebo e l’ombra)

m.m.

Gebo e l'ombra

“Oltrepassare la realtà”

“L’immagine muta è per sua natura onirica. Il sogno è fatto di immagini mute. Non c’è parola né suono, solo immagini. Quindi il cinema era onirico. È diventato più realistico con il suono e la parola. Si è evoluto. Non esiste arte capace di simulare la vita come fa il cinema. Il cinema è capace di simulare la vita a tal punto che crediamo di vedere sullo schermo la vita reale.”
(Manoel de Oliveira)

m.m.

“FILMCRITICA” N. 629

In uscita il nuovo numero di Filmcritica:

 

– La nuova serie tv di Werner Herzog: Death Row (anche in copertina)

– Una rilettura del capolavoro di Manoel de Oliveira: Os Canibais

– Film di tendenza: Io e te di Bernardo Bertolucci, Bella addormentata di Marco Bellocchio

– Festival: Le Giornate del Cinema Muto 2012

– Conversazioni: Roberto Minervini e Valeria Sarmiento

 

IMPEGNO E MILITANZA

Un film essenziale Centro historico diretto da quattro autori Kaurismaki,  Pedro Costa, Manoel de Oliveira e Victor Erice, ha aperto la manifestazione delle anteprime romane. L’episodio di Victor Erice Vidros partidos, il più straordinario, si addentra nello sguardo dell’occhio che modifica  il rapporto oggetto-visione, nella luce e  nella concretezza dello spazio e del tempo. ‘Vede’ nella fotografia-ricordo di un gruppo di operai di quella che è stata la più grande industria tessile d’Europa in Portogallo, il prisma  attraverso il quale rivedere una intensa esperienza di lavoro e di vita, rassegnazione e speranza della classe operaia alla fine del secolo scorso. Momenti di attesa e di delusione di una generazione  che metteva l’accento sulle ineguaglianze sociali ed economiche, pensiero filosofico (Jurgen Habermas) sulla necessità di cambiare, in urto con la realtà del  quotidiano, per la  sopravvivenza.

Erice  sovrappone ai volti fotografici, che lo sguardo dell’atto creativo fa fuoriuscire,  immobili nella  rassegnazione, le voci e gli sguardi di donne e di uomini ripresi in  forti interviste, in una sorta di dialogo filosofico sulla nozione del riconoscimento e del quotidiano.  Nelle domande  e nelle risposte si intravedono pensiero e sociologia, problemi della famiglia e, parole straordinarie di una donna alla ricerca di una differenza, tra felicità e allegria. Di una donna  lavoratrice, maturata negli anni ma presente nel raffrontarsi al suo tempo, al di là dei ‘buoni sentimenti’ che conferma come la pratica non deve essere in décalage con gli ideali, pur nella realtà di una vita dissociata e violenta.Vetri rotti  si chiude come  una ballata, sul suono di una armonica, una storia popolare, in cui agganciare il reale e la teoria, impegno  filosofico e militanza.

e.b.

Victor Erice sul set di Centro Historico

FESTIVAL DI ROMA: “CENTRO HISTORICO”

Tragico bellissimo film sullo sterminio di un’intera umanità. Aki Kaurismaki, Pedro Costa, Manoel de Oliveira e, soprattutto, l’episodio capolavoro di Victor Erice, sul quale torneremo sulla rivista, insieme a una conversazione con il regista.

ANCORA SU “GEBO E L’OMBRA” di Manoel de Oliveira

(Anticipazioni dal prossimo numero di Filmcritica…)

Annota Manoel de Oliveira, nel presentare il suo Gebo e l’ombra,di avere sempre avuto una grande ammirazione per la Francia ‘paese dove fu inventato il cinematografo’ e di aver voluto realizzare il film in lingua  francese, invitando sul set fantasmi lontani, come Michael Lonsdale (Une sale histoire) e Jeanne Moreau (Oh les beaux Jours! ).

In una ottica del sogno e nel segno dell’illuminismo di Diderot, dove  ogni fatto è sottoponibile al dubbio e suscettibile di interpretazione, de Oliveira costruisce il suo ‘specchio magico’, insinuando, come enigma, una ciste nella lastra di vetro.

Così le pagine del testo ottocentesco di Brandão di Gebo e l’ombra si risvegliano e quella ‘tavola dei poveri’ – meravigliosa la ritualizzazione dell’ora del caffè agli ospiti – si innesta nei bassifondi per rivisitare ritmi onirici e tempi attuali, nella forza del dire di un pensiero che  materializza il gioco perverso della letteratura francese, la grande ombra dell’inquietudine surrealista e  l’impegno politico.

Emergono figure che scompaginano l’atmosfera, creano l’attesa e il silenzio, raggelano tensioni invisibili, e sono ontologicamente il testo rivisitato. La parola evoca la visione, il ‘senso’ pacato del vecchio che non vuole turbare le illusioni della moglie, scandisce i tempi della sale histoire che coinvolge il figlio (fantasma o realtà?) e costituisce l’invisibile, il quid drammatico che si riflette sul volto scavato della moglie, una Claudia Cardinale intensa e dolorosa.

La strada e la piccola zona della periferia assumono nella fissità dello sguardo, una valenza metafisica che le note di Ferruccio Busoni accentuano, nel gioco mozartiano della inconsapevole inverosimiglianza.

e.b.