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CRITICA DEL GUSTO

Kant dice che su una cosa i critici possono e devono ragionare e cioè che “la critica del gusto è solo soggettiva rispetto alla rappresentazione con cui ci è dato un oggetto” .
La facoltà di giudizio richiede, infatti, l’armonizzarsi delle due facoltà rappresentative dell’immaginazione e dell’intelletto, in una critica soggettiva, proprio perché appartiene a un sistema interpretativo, l’arte del film, cui bastano un lampo, una sequenza, una parte per il tutto, per determinarne una scelta, per inquadrare un istante, che è poi la ‘intensità’ stessa dell’opera. Con il cinema, la critica del gusto coglie l’esprit du film, da un particolare, da un dettaglio che ‘narra’ la referenza del gusto, che “esegue il compito di applicare il concetto all’oggetto di una intuizione”.

Dalla Prefazione, al libro, di Edoardo Bruno

Il movimento del pensiero, la sua “materica riflessività”, come intensificazione di esperienza, perché relazione di immaginazione e senso, pensiero e materia, apre a nuove prospettive collegate direttamente alla virtualità del film – ancora un dialogo –, dunque la virtualità del film è il muoversi prospettico del pensiero. Il loro coniugarsi diviene ermeneutica, come critica del gusto.

Dalla Nota del curatore, di Michele Moccia

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