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Verso l’Apocalisse

Un film, un film documentario di Abel Ferrara ‘girato’ in un punto centrale di Roma, pieno di migranti che tentano di rifarsi una vita, senza la violenza e la rabbia di Abel Ferrara, anche se Abel in persona, provoca le domande/risposta, in un dialogo disteso, in una intermediazione temporanea da una città ad un’altra, in un luogo disatteso e deluso.
Ma c’è una filosofia, un sottofondo nello sguardo indifferente di una città distratta niente affatto disposta ad essere l’ultima tappa di un viaggio terribile ed è la delusione che si avverte negli occhi dei sopravvissuti, mortificati e ridenti, pronti a ricominciare, anche se impigriti dal sole, sui marciapiedi dove sdraiarsi addormentati, in una indolenza senza futuro.
Punto finale senza destino – “morire, dormire, nulla di più”, Roma appare indefinita e distratta senza gli incubi di una città nascosta dentro un’altra città, come la città di Minnelli, Altra città, visione metafisica, come la scala inquietante della palazzina Novecento della Casa Pound, vista dall’interno, ultimo gradino verso l’Apocalisse, richiamo al suo 4:44 Last Day on Earth sulla fine del mondo.
Qui, in un rovesciamento ontologico, si avverte allora tutta la tragicità di una visione violenta, e la rabbia, di una inarrestabile fine. Un pensiero che attraversa la Storia e riguarda le macerie imperiali con il fermo immagine di un cinema del futuro.

e. b.

  • Questo l’editoriale del prossimo numero di Filmcritica 679

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Abel Ferrara: Welcome to Fort Daly

Il cinema di Abel Ferrara, invece, è stato da sempre un cinema di mostri, di corpi spesso anche fisicamente abnormi, fuori dimensione, al di là (o al di qua) di tutti i canoni estetici hollywoodiani – un cinema di ultracorpi, si potrebbe dire (pensando al suo remake del film di Don Siegel)
Alessandro Cappabianca sull’ultimo film di Abel Ferrara: http://www.filmcritica.net/

m.m.

 

L’amore (per il cinema) è una dissolvenza in bianco

Aspettando (l’ultimo film di) Abel Ferrara

m.m.

DERIVE

Forse per il cinema americano l’omicidio Kennedy ha lo stesso valore della bomba atomica per quello giapponese. Non l’omicidio in sé, ma la sua supposta triangolazione, così come in Giappone dell’atomica non conta l’impatto immediato, ma l’ordine mutante che resta nell’aria. La sua perfezione geometrica coincide con la sua potenzialità fantastica. Si può dire che, a livello di ossessione che diventa nucleo storico e visivo di tutte le immagini, il magistero di David Wark Griffith finisce con JFK. Da quel momento la corsa sfrenata e parallela diventa ricerca dell’immagine giusta, cioè giusto di quell’immagine deviante che non fa tornare i conti. La fine del magistero di JFK si chiama Twin Towers. (l.e.)

 

 

VENEZIA 2011: ABEL FERRARA

La fine del mondo è un serpente e la sua pelle è densità che ricade e rinasce dal cielo – sky anfibio come skype – che fruscia e sguscia e si arrotola e si pennella sovrimpresso nei mille occhi dentro e altrove.

L’Abel Ferrara più potente:

4:44 Last Day on Earth