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Torino Film Festival 2018

Si è aperto ieri e terminerà l’1 dicembre il Torino Film festival giunto alla sua 36ma edizione. Il programma e il catalogo sono consultabili sul sito ufficiale del festival. Segnaliamo in particolare la proiezione dell’edizione restaurata del film di Rossellini “Psychodrame”, le sezioni TFF doc, italiana, corti e Apocalisse, curate da Davide Oberto, le “Onde” selezionate dal ‘nostro’ Massimo Causo e le retrospettive dedicate al cinema di Powell & Pressburger e a quello di Jean Eustache

nei link, integrali, in vo, “La maman et la putain” e “Une Sale Histoire” di Jean Eustache

a.p.

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su “Still Recording”, ancora in sala, sempre da Venezia

Così Daniela Turco: “(..) Anche Still Recording di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub, presentato nell’ambito della Settimana della Critica, accoglie in sé materiali che colpiscono per il coraggio e l’impegno, con cui i due giovani registi, nell’arco di quattro anni dal 2011 al 2015, muovendosi nelle strade, tra i palazzi bombardati e le macerie, hanno documentato la realtà tragica e quotidiana della guerra in Siria. Girato tra Douma, Damasco e Ghouta, Still Recording è il diario di due ragazzi che, armati soltanto di una videocamera e lavorando con leggerezza e rigore su oltre 450 ore di materiale girato, riescono a rendere lo spettatore direttamente partecipe della devastazione e del dolore, poco documentato, della guerra in Siria.
Continuare a filmare, rappresenta, a partire dal titolo, l’impegno di un film che affonda le sue radici nella lezione rosselliniana, un atto politico di resistenza, dove, nonostante tutto, non si perde fiducia nell’umano, nell’arte e nel cinema. Resta la forza e la flagranza di queste immagini, sentite da chi le ha girate come “ultima linea di difesa contro il tempo”, e che, anche grazie a un montaggio giustamente discontinuoe necessariamente sbilanciato, rivelano, tra gli snodi opachi e sporchi di una guerra contemporanea, improvvisi squarci di cielo, murales colorati sui muri, sangue, lacrime e sorrisi, l’ostinata speranza di un paese che vuole continuare a vivere”
(ancora estratto da “Close-up”, già citato in uno dei post precedenti)

a.p.

da Venezia, nelle sale, nelle piazze, su Netflix, “Sulla mia pelle”

Così Edoardo Bruno: “(..)’Sulla mia pelle’ di Alessio Cremonini, film sulla tragedia di Cucchi, sin dalle prime sequenze, dai primi rilievi di un gruppo di carabinieri, a caccia di spacciatori, ti toglie il respiro, ti afferra con quella ‘regolarità’ ipocrita della ‘morte annunciata’ e diventa poetico. Le ‘stanze’ in cui il film è suddiviso sono una via crucis laica, mantengono questo furore oggettivo, questo senso dell’ineluttabile proprio della tragedia.
L’interpretazione (ottima) del ragazzo, la sua provocatoria indolenza verso l’Autorità appartengono alla ricerca di una rassomiglianza per un cinema che vuole essere anche popolare, non soltanto estraniante. A carte scoperte in una ricerca realistica e di una regia che vuole incidere sulla realtà rivissuta dallo spettatore (..)

(da “Poetica del gesto”, citato nel post precedente)

da Venezia, in sala “Arrivederci Saigon” di Wilma Labate

Così Daniela Turco: “In Arrivederci Saigon, Wilma Labate si dimostra ancora una volta come una delle poche registe in Italia per cui vale la pena continuare per anni a inseguire una storia, anche se, può sembrare irrilevante o da archiviare, e, che, credendoci, insiste con tenacia, fino a farla emergere, come qui, nel segno politico e plurale delle contraddizioni e del conflitto, riuscendo, nello stesso momento in cui viene raccontata, a far intravvedere, in controluce, qualcos’altro, qui, per esempio, uno dei tanti volti del ’68.(..) Wilma Labate con un impressionante lavoro di ricerca e di reperimento di materiali d’epoca, difficile da eguagliare, che sostiene di per sé la struttura stessa del film, arriva a mostrare il volto di una guerra letteralmente mai vista, aiutando così a leggerla e a comprenderla maggiormente. Nella grande quantità di sequenze a colori, si staglia, ad esempio, un lungo piano sequenza, ripreso dall’elicottero, mentre è in atto sulla pianura sottostante un bombardamento col napalm, che sembra provenire da Apocalypse now e invece è tragicamente reale, e sempre a colori è la lunga, malinconica sequenza dei soldati americani riuniti nel campo per il pranzo di Natale, o la marcia delle truppe che risalgono lentamente le risaie verso la collina, mentre, in aperto conflitto, anche visuale, tutti i materiali in cui sono filmati i Viet Cong, sono rigorosamente in b/n, una differenza molto marcata nel film, come chiaro elemento di economia politica, che fornisce un dettaglio ulteriore su quella guerra dalle forze così impari e, tuttavia, dall’esito sorprendente(..)”

(estratto da “Close-up”)

Così Edoardo Bruno:(..)“Wilma Labate riesce a cogliere pacatamente nelle interviste a queste anziane ex-ragazze del ‘68, l’ansia, il ricordo, l’esperienza di una tragedia vissuta nel Vietnam, in piena guerra, portate come star per una tournée in Estremo Oriente e lasciate a Saigon sotto una pioggia di bombe americane. Il film montato con immagini di repertorio piuttosto rare, tratte degli archivi USA diviene concetto, assume i valori di un’opera a sé, ragione e furia, di una cantata medioevale. La stessa critica del gusto solo soggettiva, non è sufficiente a cogliere l’arte (e la scienza) di questo film, e di ‘riportare – kantianamente – a regole e determinare intelletto e immaginazione’ di un’opera rigorosamente politica, così carica di pathos”

(estratto da “Poetica del gesto”)

Entrambi gli scritti sono pubblicati nel numero 690 della rivista all’interno del quale si trova anche una lunghissima conversazione con la regista curata da Daniela Turco e Bruno Roberti

a.p.

Filmmaker 2018 a Milano (16-24 novembre)

Si apre stasera a Milano con la proiezione del film di Frederick Wiseman “Monrovia Indiana”, il festival internazionale “Filmmaker”, diretto da Luca Mosso, che privilegia da sempre il cinema documentario. Il programma della manifestazione, ricchissimo e visibile sul sito, è diviso in più sezioni che non mancano di dare spazio al cinema indipendente italiano così come a quello più dichiaramene sperimentale. Segnaliamo in particolare l’omaggio al regista ‘underground’ austriaco Kurt Kren,le produzioni video di Francesco Ballo, le “Passeggiate” di Mauro Santini e, ovviamente, la proiezione dei film di Roberto Rossellini “La paura”, “Viaggio in Italia” e “Europa‘51”, scelti da Luca Guadagnino a cui è stata data ‘carta bianca’

nel link, completo, “Viaggio in Italia”

a.p.

Il nostro festival. Venezia 75 (6)

A rendere Dragged Across Concrete di S.Craig Zahler uno degli incontri più sorprendenti di Venezia, è quel continuo movimento sotterraneo che fa scivolare le sue immagini, spaesandole, tra i generi, dove il poliziesco gioca solo in apparenza il ruolo dominante, trattenendo nelle sue pieghe ben altro. C`è nel modo di girare di S. Craig Zahler una carica erotica rara, evidente nel suo lavoro sul tempo e sulle durate di inquadrature lunghe immerse in un `atmosfera dopata che ne dilata il senso, con un passo che proviene dalla letteratura _ Zahler è anche uno scrittore _ immergendola con tutta la necessaria violenza nel cinema. Qui, la malinconia dimessa di Lumet si lascia travolgere dalla scorrettezza sacrosanta di Tarantino, ma per proseguire su una propria strada, dove è bello vedere star come Mel Gibson, Don Johnson, Udo Kier, far saltare i limiti dei loro personaggi. Anti_cliché, anti_climax, duro, squarciato a tratti da una tenerezza straziante, il cinema di Craig Zahler lascia il segno.

d.t.

nel link un estratto dal backstage del film

Paul Virilio (Parigi 4 gennaio 1932- Parigi 10 settembre 2018)

ci ha lasciato qualche giorno fa il grande filosofo, urbanista, scrittore e teorico francese, ex direttore della Scuola speciale di architettura e docente al Collège International de Philosophie di Parigi. Negli anni 80 si era pubblicamente impegnato per i senzatetto e gli emarginati, entrando poi nel 1992 nell’Alto comitato per le case popolari. Lo ricordiamo con un breve filmato tratto dalla trasmissione ‘Cinéastes de notre temps’ andata in onda il 3 febbraio del 1966 nel quale lo vediamo dialogare con Claude Parent sul rapporto tra architettura e cinema moderni, e in particolare sul problema del tempo.

a.p.
(ringrazio Toni D’Angela)

Il nostro festival. Venezia ‘75

Con What you gonna do when the world is on fire, Roberto Minervini prosegue la sua esplorazione delle contraddizioni e della vitalità violenta del sud degli Stati Uniti. Al centro alcuni esponenti della comunità afroamericana di New Orleans: la bella Judy che canta e lavora in un bar, Krystal carismatica esponente delle ricostituite Black Panthers, che lotta contro il KKK, il razzismo e la povertà, i ragazzi Titus e Ronaldo, che stanno imparando a difendersi nelle strade, Beverly, la mamma di Judy, minacciata di sfratto e dalla crescente gentrificazione. E’ il mondo di Minervini dove rispetto e fiducia tra il cineasta e i protagonisti delle riprese resta il dato più palpitante e inedito di un modo di filmare che pure nell’uso di un b/n che non convince pienamente, mantiene viva e aperta la sensibilità e l’ascolto e la partecipazione alla vita dell’Altro.

d.t.

Il nostro festival. Venezia ‘75 (2)

Anche senza visore il cinema di Tsai Ming-liang continua a guardarci, a farsi illusoriamente toccare, e a sperimentare. “Your face” è un antiaccademico saggio sul primo piano. Uomini e donne quasi tutti anziani vengono fronteggiati e a volte interrogati dalla mdp e amplificati dai suoni di Sakamoto. Lo sguardo in macchina è quasi latitante, prevale il pudore, il riso, il sonno, le tracce di racconti. Si chiude col volto dell’immancabilmente amato Lee Kang- sheng e con lo svelamento del set.

“Sunset”. Il film da noi più amato, il più incompreso e attaccato a Venezia. La trasparenza del cinema classico si oscura rivelandosi tra velette, cornici, pizzi e diaframmi ophulsiani che agganciano Cimino e Kubrick in un set sontuoso e ai limiti del visibile. Situato al tramonto di un’epoca di cui il film mette in scena tutti i fantasmi, dopo “ Il figlio di Shaul” è ancora più difficile distinguere il reale dall’allucinatorio. Lungo viaggio a spirale che sprofonda nel buio delle trincee senza orizzonti.

È “Monrovia, Indiana” un paese di poco più di mille abitanti, nel Midwest, il nuovo territorio indagato dall’occhio di Wiseman, entomologo di luoghi, istituzioni e forme di vita quotidiana. La chiesa, la scuola, il comune, le imprese agricole, il paesaggio ci parlano di un’America sommersa e sommessa, dove spesso la religione si fa dogma e dove anche la bandiera, insieme ai fucili e pistole onnipresenti in vendita incontrollata, si fa arma letale. Il montaggio secco, il nitore trasparente e come sempre essenziale delle sue inquadrature ci lascia ancora una volta il tempo per capire.

a.p. d.t.

Il nostro festival. Venezia 75 (1)

Cronaca di una morte non annunciata. “Sulla mia pelle”. Cucchi sorvegliato e continuamente punito, fino alla fine. Il corpo di Alessandro Borghi si scava violentemente a vista, in uno spazio che si fa sempre più claustrofobico. Senza didascalismi Cremonini ci fa condividere nel filmico la verità di un’agonia che non avrebbe mai dovuto avere luogo. È stata la prima, forse unica, sorpresa del festival.

In “Doubles Vies (Non-Fiction)” di Assayas sono filmati, con serrati e implacabili campi controcampi, il non farsi, l’esclusivo dirsi di uomini e donne che non cessano di parlare e di ingannare se stessi e i partner, ma non lo spettatore che hitchcockianamente è l’unico depositario del loro vero tradire e tradirsi. Echi di Eustache, Resnais e Renoir in queste finzioni prevalentemente huis-clos, che solo alla fine concedono alla mdp un cielo sul quale (fingere ancora di) chiudere il film, un intreccio di voci che avremmo voluto più carnali e meno compiaciute e borghesi.

“The Other Side of the Wind”. L’altro lato postumo del cinema di Welles. Assemblato da un centinaio di ore da lui bulimicamente filmate, quasi senza storia e sceneggiatura, un film senza, più che nel, film, dominato dai gloriosi corpi di Kodar e Huston, guest star i complici di sempre, Bogdanovich , Chabrol, Hopper, Jaglom etc. Un erotismo violento si sprigiona dallo scontro tra colore e b/n e trai i corpi incandescenti al limite dell’hard core. Il montaggio contrae e dilata spasmodicamente parole e immagini di un film che potrebbe continuare a divenire altro.

a.p. d.t.