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una lezione di cinema. Francis Ford Coppola a Bologna

Nel link la registrazione integrale, poco meno di due ore, della conversazione con Francis Ford Coppola che si è tenuta a Bologna due giorni fa al Teatro Auditorium Manzoni nell’ambito della rassegna “Il Cinema Ritrovato”

a.p. (ringrazio Roy Menarini)

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da Cannes, un singolo sguardo (7)

Belgio anno 2019. “Le jeune Ahmed“, come il piccolo Edmund rosselliniano, è solo. Le macerie lo abitano dal di dentro, anche se il mondo che lo circonda sembra ancora intatto, apparentemente. Il giovane Ahmed è solo, prigioniero di un’educazione religiosa integralista, che non gli permette di pensare, guardare, vedere e sentire. È quasi privo di identità, ha le sue certezze legate esclusivamente a delle nozioni di purità e impurità che ha introiettato, di cui non conosciamo fino in fondo l’origine, che lo fanno muovere incessantemente in uno spaziotempo filmico che lui vive come una gabbia, che sembra appartenere a lui solo, irriducibile a qualsivoglia stimolo e logica razionale che non sia il rito di una preghiera, consumato devotamente ma anche meccanicamente. Il giovane Ahmed è senza Padre. Le sue parole sono i versetti coranici malamente interpretati e rivissuti nel quotidiano. Ad accudirlo la sola mdp dei rosselliniani fratelli Dardenne, gli unici che si dispongono, come sempre, a seguire fino al limite le loro creature, e che qui ed ora, in tempo reale, che non significa necessariamente sempre e solo con piani sequenza, lo accompagnano, pedinandolo, nelle sue insensate e acritiche ribellioni. Gli unici che ‘si fermano’, con lui, che sono disposti, macchina quasi fissa, a guardarlo, trepidi, quando potrebbe, grazie ad una ragazzina che lo avvicina, nel luogo di una possibile rieducazione, togliersi, anche metaforicamente, gli occhiali che non cessa di indossare fin dall’inizio, per aprire gli occhi su stesso, e sull’altro. Gli unici che si fermano, quando, dopo la caduta, dopo la scoperta del Caso, quando vorrebbe finalmente prendere la parola e chiedere perdono, il suo corpo da animale ferito sembra finalmente voler occupare tutta l’inquadratura, acquistare senso di per sé, prima della, forse estrema, immobilità. Film disturbante, poco amato dalla critica e dal pubblico presente a Cannes, premiato giustamente da una giuria che, inaspettatamente, sembra conoscere la pietas, la ambiguità e la (in)consueta moralità dello sguardo Dardenne.

a.p.

da Cannes, un singolo sguardo (6)

Ancora qualche riga sui film più ‘sentiti’ negli ultimi giorni del festival in attesa di riflettervi più (in)compiutamente, forse, sul cartaceo, nel prossimo numero della rivista, numero nel quale, con l’ausilio di altre voci e scritture, troveranno ulteriore spazio di riflessione opere, che a Cannes, ad una prima, magari sommaria visione, non mi hanno (pienamente o affatto) toccato (basti citarne due, con rammarico, quelle firmate da Tarantino e Bellocchio)

“Tommaso” di Abel Ferrara. Sulla soglia del Doppio. Dall’antropologia ‘a rischio Casa Pound ‘ di “Piazza Vittorio” alla messinscena di un altro sé, William Dafoe, chiamato a essere e non essere il proprio alter ego, un regista americano che si è trasferito in Italia, una finzione dal colore del vero, nel vero appartarmento del regista, con la sua vera compagna e con la figlia piccola, già ‘documentate’ con amore nei suoi due  film precedenti, e ora chiamate a finzionalissarsi, ad assumere un altro nome. La vertigine e lo smarrimento, in questa Roma spesso notturna e come allucinata, sono totali per lo spettatore che ammira e segue da sempre l’opera barbara e religiosamente profana di Ferrara. La messa in abisso è continuamente all’opera, il regista, con gli occhi di un serpente magari addomesticato, ma non meno ‘pericoloso’, pedina il proprio attore, una vera e propria nemesi, a lui quasi identico nelle posture, nel modo di parlare, di gesticolare, di ridere, forse di amare. ‘L’ultima tentazione’ di un attore , imitare il proprio regista restando se stesso, accettare di farsi filmare come da uno specchio, nel suo apprendere l’italiano, nel suo lavorare al computer a un nuovo, altrettanto abissale, storyboard di un film a venire, nel suo giocare con la figlia o discutere e far l’amore con la moglie giovane, o, ancora, nel suo camminare veloce per strade non più perdute, nel suo rievocare e rimettere in scena, in gruppo, un passato di vitacinema estremo, da elaborare collettivamente, dal quale cercare di distanziarsi, in un presente solo apparentemente privo di scosse, dove il reale trapassa nell’immaginario, dove le paure, le gelosie, le insicurezze, le dipendenze non ancora definitivamente sepolte scheggiano, a tratti, il visivo, il quotidiano di una quiete irrequieta, che non può che portare all’ultima stazione, quella di Termini, là dove gli occhi dei cellulari della folla riprendono, curiosi, Ferrara che con e tramite Dafoe si ricongiunge, in un ultimo disperato sguardo in macchina, al Cristo di Scorsese. Agonia di un corpo autoattoriale che cerca una laica, non si sa quanto salvifica, espiazione, tra terra e cielo. C’è ancora, una volta, a Roma, non più a Cinecittà, il grande cinema (americano)

a.p.

da Cannes, un singolo sguardo (5)

Il festival è finito ormai da alcuni giorni ma le tracce dei film più amati restano, primo fra tutti “ A Hidden Life” di Terrence Malick, ignorato dalla giuria, e ancora una volta anche incompreso da gran parte della critica. Tra la terra e il cielo, la Montagna, che racchiude e sembra proteggere una valle, là dove un uomo arrivato in moto dall’altrove ha conosciuto una donna, l’amore, una famiglia, una terra da arare, una comunità. Ma siamo in pieno nazismo e oltre la montagna c’è il male incarnato nella Storia, un nome, quello di Hitler, per Franz, il protagonista, impronunciabile, e un gesto che non è possibile compiere, degli ordini che non si possono eseguire. Proiettata su uno schermo, in un campo di addestramento, la verità documentaria dell’orrore, materiale di propaganda atto ad eccitare le parti più oscure dell’umano, si mostra a Franz che decide, dopo aver visto’, di obiettare, di non dare il suo corpo a quell’immagine, di resistere fino alla morte, con una forza della volontà cambiata di segno, fino a un’esecuzione impossibile da evitare (la barbarie non può che andare oltre, impedire il montaggio alternato e salvifico del finale, nell’episodio ‘attuale’, di “Intolerance”)..dopo un ultimo, struggente, casto bacio, rapido, inatteso nella sua flagranza, dato a un altro prigioniero irriducibile, come lui resistente e condannato a morte, poco prima di un’esecuzione che verrà eseguita in uno stanzone-teatro, ai limiti dell’espressionismo più dark. Una scelta di libertà assoluta,quella di Franz, come quella di Malick, che sembra ritornare solo apparentemente a una narrazione lineare, di fatto una partitura sinfonica, scandita dal rintocco di sirkiane campane, più che mai Politica, dove la voce off, quella di Franz e quella di chi lo ama, voci che sono materializzazioni di ophulsiane lettere, alcune forse mai consegnate, si sciolgono nel visivo, in un conflitto amoroso tra suono e immagine, sconfinato, vertiginoso e sublime, dove la profondità di campo e gli inebrianti movimenti della mdp riescono a far parlare, a voce altissima, ma anche sommessa, un reale dove il dettaglio si espande a vista d’occhio. Senza ombra di dubbio il miglior film del festival, e non solo.

a.p.

Freddy Buache (29 dicembre 1924- 28 maggio 2019)

Impossibile non ricordare con Godard la scomparsa di Freddy Buache, critico cinematografico, storico del cinema e fondatore della Cineteca svizzera.

Nei link “Lettre à Freddy Buache”, intero

e una Masterclass da lui tenuta nel 2017 al FIFF, Festival International de Films de Fribourg

a.p.

da Cannes, un singolo sguardo (4)

Nel bosco di notte di Albert Serra la “Liberté” si declina nel segno dell’eccesso. Nel bosco di notte la regola del gioco è il silenzio rotto a tratti da bisbigli, sussurri e grida di piacere e dolore dati a sentire, oltre che mostrati, da un sesso estremo legato inesorabilmente all’uccidere, dove il film in costume, da quasi subito, si muta in spoliazioni e dove la nudità, intravista tra gli alberi a giusta distanza, o chiusa, à double tour, in carrozze prive di cavalli (quasi delle gabbie prigioni da cui è impossibile prendere il volo di notte), o, di più, esibita nell’hard più oscuramente visibile mai visto su uno schermo, viene violata al massimo grado, e dove il sangue lo sperma il latte il piscio sono materiali incandescenti e glaciali di un immaginario dopo la rivoluzione. Unità disunita e frammentata di spazio e tempo, dal tramonto a un’alba che solo apparentemente sembra naturale e che di fatto non nasconde mai il luccicare, sotto la luna, di un set post salò, altrettanto, se non di più, segnato da gironi che non necessitano (ancora?) di affabulazioni atte a risvegliare la legge del desiderio.

a.p.

da Cannes 2019, un singolo sguardo (2)

Micro e macrocosmi. la Montagna di Malick e la Cordigliera delle Ande di Guzmán, le vette che dovrebbero proteggere e che qualche volta isolano, quelle che separano e riuniscono gli amanti del sogno, il reale, il mito, la Storia, l’Eterno. E poi il bosco di notte di Serra e l’oceano di Diop che strappa alla vita chi vuole fuggire. Monti e acque, rami e alberi. E le radure in riva al mare e la cattedrale della Jeanne di Dumont, prima che arda, in un rogo visto da lontano. Geografia dell’immaginario di alcune dei film finora più amati.

L’antropologo dello sguardo e della luce Patricio Guzmán, alla perenne ricerca di un paese che non si vuole perduto, ritorna nel suo Cile, a filmare e interrogare l’umano e il minerale, il pellicolare, dialettizzando, con sapienza e commozione, la sua voce narrante e riflessiva e le proprie estatiche immagini della “Cordillera de los suenos”, colta per dettagli o accarezzata a volo d’angelo (o di drone?), intrecciandole, in un sapiente e appassionato e commosso montaggio, liricamente sinfonico, a quelle delle opere degli artisti che ‘non sono scappati, che sono rimasti’, intagliando magari la pietra per flagranti sculture adagiate fra cielo e terra, o documentando, per le strade, per anni, con una telecamera vertiginosa e sprezzante del pericolo, in centinaia di ore di riprese, con un amore sfrenato per il vero lottare e sentire col cinema, le masse cilene in rivolta, al fine di edificare un archivio della memoria resistente. Un potentissimo film che avrebbe dovuto essere in concorso.

nel link, intero, il film di Guzmán “Chile, la memoria obstinada”

a.p.

dal festival di Cannes, un singolo sguardo (1)

In una Croisette anche quest’anno, ovviamente, militarizzata, in un festival che sta sempre più esplodendo, dove è sempre più difficile accedere alle sale senza consumare snervanti ore di coda, non sono mancate, fin dai primi giorni, tenendo conto, per come è possibile, del ricchissimo programma di tutte le numerose sezioni, le visioni che stimolano riflessioni sul presente, sullo stato delle cose del mondo e del cinema. Incandescente, abbastanza virulento, dal montaggio secco, nervoso, sincopato, in un crescendo serrato che culmina in un’azione di guerriglia dagli esiti incerti, fino all’ultima inquadratura, “Les misérables”, in concorso, dell’esordiente Ladj Ly, ambientato, con un taglio che coniuga documentarismo e polar, nella banlieue parigina segnata dal conflitto permanente tra alcuni membri di una Brigata anticrimine e i numerosi gruppi etnici che popolano il quartiere. Il punto di vista oscilla, a volte un po’ grevemente, e non senza alcune ingenuità di scrittura, tra la violenta opera di repressione dei tre poliziotti protagonisti e gli atti vitali di resistenza degli abitanti di questo non luogo dove, per vedere oltre e di più, si può sapientemente, ma anche pericolosamente, utilizzare un drone, vero e proprio dispositivo di narrazione oltre che strumento per illudersi di vedere ‘dall’alto’ il proprio essere soffocati in una Parigi ‘lontana dal centro’, nella quale è difficile restare umani.

Ancora un conflitto, qui però un episodio di lotta di classe, nel bellissimo “On va tout péter”, presentato alla Quinzaine. Il grande documentarista polacco Lech Kowalski registra per sette mesi la rivolta dei 277 dipendenti dell’azienda GM&S, specializzata in materiali per l’industria automobilistica. Corpi, volti, parole, gomme d’auto bruciate, assemblee infuocate dove a essere in gioco sono la vita e l’identità di una comunità operaia che trova nella ribellione e in tutte le fasi della protesta, che dalla provincia giunge fino a Parigi, il proprio, irriducibile consistere, una ragione di essere e di vita. A questo sommovimento non violento, ma duro e implacabile, il regista, senza ideologismi e narcisismi d’Autore, offre uno sguardo lucido, preciso e partecipe. Là dove Brizé, con “En guerre”, aveva fallito, con la sua fiction dal taglio finto documentaristico, alle prese col vero, Kowalski ci dà una lezione di cinema poetico politico che non si dimentica.

Una comunità più radicale e che non esita a ricorrere alla violenza più estrema, nel proprio resistere ai diritti dei più forti, è quella presente in uno dei migliori film visti finora in concorso, “Bacurau” di Kléber Mendonca Filho e Juliano Dornelles. Quando il cinema novo brasiliano si scioglie e si ricompone, miscelando ‘barbaramente’, ma anche con estremo rigore, i generi, dal musical al western, memore delle riscritture di Tarantino e Rodriguez, non senza sfuggire a tonalità vagamente fantascientifiche. Bacurau è un paesino prettamente filmico, se non addirittura schermico, che vive della memoria fertile di un cinema novo che non c’e’ più e che, come per incanto, sembra rivivere e riprendere senso, senza nostalgie o manierismi. Una comunità in rivolta contro i mille occhi di un drone (ancora!) latifondista,  il cui agente principale è un più che mai fantasmatico Udo Kier. Il film inizia con un indimenticabile corteo funebre a cui partecipa tutto il paese e termina con una fossa nel quale gettare ‘il cattivo’ al termine di una sparatoria infuocata condotta in un paesaggio (ir)reale, vivificato dal libero amore e dall’alcool, da una sfrenata vitalità fatta di riti e memorie che non vogliono essere annientate.

a.p.

per Luigi Di Gianni che ci ha lasciato ieri all’eta di 93 anni

nel link la prima parte di un suo documentario sulle tracce di Ernesto de Martino

a.p.

“Guerrieri” di Fabio Segatori stasera su Rai3 alle 00.10

Così Edoardo Bruno sul numero 687/688 : “Un jeux des mots, un gioco di parole guerrieri, per come Gerardo Guerrieri e sua moglie hanno saputo prendere il mondo, proprio come guerrieri, partendo da quella Matera, oggi capitale della cultura, ma ieri dimenticata, assente dalla casella giusta, parola o puzzle, innominata. Eppure c’era più volontà allora di cambiare, di denunciare; Olivetti, i Sassi ancora da scoprire, ed io, poco più che ragazzo, invitato da Ernesto De Martino a scrivere per l’Avanti!, che esco nell’estate del 1947 con un articolo in tutta pagina “Matera non ha casa per i poveri”: a parlare per primo delle grotte dove i contadini vivevano con i loro animali e la terra umida e nera, senza le pitture bizantine ancora nascoste dalla terra dei secoli.
Guerrieri è il teatro senza teatro, il teatro del mondo, la scommessa vinta sui teatri italiani ancora legasti ad un gusto provinciale, che Luchino Visconti a Roma e Strehler a Milano avevano cominciato a spezzare. Ma Guerrieri puntava più in alto, mirava a portare il teatro del mondo – francese, polacco inglese, americano, indiano, giapponese… – facendo modificare le rotte, organizzando all’Eliseo e dintorni le serate di un teatro irripetibile, fermando per un attimo le compagnie di giro e facendo conoscere la nuova avanguardia. Spettacoli e lezioni con i più grandi registi del momento, facendo vedere e respirare aria nuova, creando le premesse per una nostra avanguardia, una nuova cultura.
Nel suo mostrare e ‘vedere’, all’Argentina lo spettacolo diretto da Fabio Segatori – parole e immagini – ha risvegliato i ricordi, ha fatto riflettere sulla cultura come emozione, ha rimesso in moto, a rebours, la mente e i ricordi in cui tutti noi eravamo coinvolti, e con noi Matera, città, ancora da scoprire”

Ci piace ricordare che Segatori ha curato per i tipi del Saggiatore il libro “L’avventura estetica. Filmcritica 1950-95”,un viaggio nel pensiero e nelle plurime voci della nostra rivista nell’arco di più di trent’anni della sua storia

a.p.