Category Archives: polis

ci ha lasciato il grande regista Idrissa Ouedraogo

a.p.

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da oggi, in sala, restaurato, in vo.sott.it

“Bande à part” di Jean-Luc Godard

ANNO LXVIII – Gennaio/Febbraio 2018 – ABBONATEVI!

Cinema è poesia

Ha scritto Martin Heidegger in Pensare e poetare: “Il poetare, la poesia schiettamente intesa, è la «poesia». La parola è formata secondo il verbo greco ποιεíη, che significa: fabbricare, produrre”, anche il cinema è poesia, nel suo creare infiniti mondi possibili. Da Umberto Barbaro a Edoardo Bruno (Film come poesia) fino a David Lynch e a Raúl Ruiz, in un “vai e vieni”, caleidoscopio (καλειδοσκόπιο, nel suo senso etimologico) tra realtà e sogno, eyes wide shut… come il sogno-incubo twinpeaksiano che entra, poeticamente, nel corpo non solo attraverso gli occhi ma anche attraverso la bocca, nel bianco e nero della visione “dove lo sguardo – in tanta luce – è nero” (come recita il meraviglioso verso di Fernanda Romagnoli), ancora ad occhi aperti-chiusi, così vicino al nero che apriva l’Arca sokuroviana: “Ho aperto gli occhi e non ho visto niente”.

In questo primo numero del nuovo anno ricordiamo ai lettori che l’unica forma di finanziamento per la nostra rivista è l’abbonamento, che abbiamo mantenuto da anni, e che è anche l’unico modo per sottolineare il vostro consenso nel nostro percorso politico e teoretico.

Editoriale di m. m.

Un’astratta forma di pensiero

Guardando L’insulto di Ziad Doueiri si ha come l’impressione di guardare dentro un rècit piegato e ripiegato come la pli di Leibniz, barocco nell’espressione, barocco nelle insidie del discorso, parola contro parola; parole che sottendono una grande ferita, che esprimono lo sdegno dell’inespresso e la relatività dell’inconscio.
Cinema di una razionalità spinta al massimo grado della logica, da divenire un’astratta forma di pensiero, Doueiri insegue un doppio binario semantico, da una parte una fisica esasperazione con la quale filma la paura e l’attesa, e dall’altra una logica conseguenzialità nella narrazione dei fatti.
Scolpito nei personaggi – il meccanico libanese e l’edile palestinese – ciascuno chiuso nella propria sensibilità e nel proprio egoismo, incasellati nei ritagli di spazio e di legalità che una società multipla può a loro riservare, (per la prima volta Beirut viene mostrata nella sua ‘grandiosità’ di accoglienza, protetta e imposta dall’ONU) L’insulto esprime l’inesprimibile, il lato nascosto, l’altra faccia dell’apartheid, il meticoloso rimando alle regole minute di una interpretazione spesso illogica ma formale delle leggi. “Uno dei compiti dello scrittore – scrive Salmon Rushdie – è dire l’indicibile”, mostrare il non detto, girare attorno alle parole e ritrovare il gusto per la retorica.
Edoardo Bruno

L’insulto
Regia: Ziad Doueiri. Sceneggiatura: Ziad Doueiri & Joelle Touma. Fotografia: Tommaso Fiorilli. Montaggio: Dominique Marcombe. Musiche: Eric Neveux. Interpreti: Adel Karam, Kamel El Basha, Camille Salameh, Diamand Bou Abboud, Rita Jurdi. Distribuzione: Lucky Red. Origine: Libano, Francia, USA, Belgio, Cipro 2017. Durata: 112’

il 14 gennaio 1925 nasceva a Tokyo Yukio Mishima

Poeta, scrittore, drammaturgo, cineasta. Nel link, intero, il film Yukoku (Patriottismo, 1966), da lui scritto, diretto e interpretato.

a.p.
(ringrazio il blog “Sacrificium Intellectus”)

auguri a Liv Johanne Ullmann (Tokyo, 16 dicembre 1938)

primissimo piano di Bergman, sua musa e soprattutto grande regista, largamente sottovalutata, alla quale il Bergamo Film Meeting del prossimo anno dedicherà una retrospettiva.

Cosi scrivevo su “Miss Julie” nel n.661/662:

“Tutto è più grande dei singoli pezzi” dice, ormai irrimediabilmente fuori campo, la voce di Jessica Chastain, dopo che la si è vista spargere dei fiori nell’acqua di un ruscello, prima dell’ellisse mortale, quella che anticipa la sua morte, la ripresa dall’alto del suo cadavere sdraiato sull’erba, sanguinante, o meglio, dal quale fuoriesce una macchia rossa violacea, in forte contrasto col blu del suo abito. Sono le parole prima del suicidio, quelle che chiudono “Miss Julie”, datato 2014 (..),poco ascoltato oltre che poco visto, sono le ultime parole del film, sono tra le tante, in più o in meno, fra quelle che non appaiono nel testo originale di Strindberg. Sono solo parole aggiunte, legate al processo di trasposizione, quelle che sostituiscono l’”Andate!” dell’originale? Rimandano solamente alla psicologia della protagonista, ai suoi tormenti, o questa frase proferita in punto di morte, anche di quella delle immagini, ci suggerisce, sottilmente, discretamente, senza alcuna intenzionalità esplicitamente metalinguistica, l’idea di montaggio che fonda qualsiasi produzione di senso, non solo filmico? Credo che con questa frase, al momento del congedo dal nostro sguardo, Ullmann voglia più che mai renderci partecipi, nell’andare verso la messa a morte della sua femmina folle(..) delle modalità di produzione del senso della sua opera, del suo essersi affrancata dai canovacci bergmaniani, dalle loro confidenze fil- miche, dalle loro parole proferite da ppvoltimaschere, del suo essere riuscita ad eccedere il testo di partenza, a riscriverlo, a reinventarlo per un film che solo apparentemente sembra iscriversi nella tradizione del teatro in costume (magari ben) filmato. Perché i singoli pezzi del film, i suoi numerosi campi e controcampi ai quali sembra ‘ridursi’ il due + uno di questo kammerspiel che scorre, fluido, tutto in una notte di mezza estate, è ben altro nel suo insieme, nel suo tutto. Rispetto ai suoi, peraltro molto intensi, precedenti film, è il Corpo a vibrare, a prendere la parola, a prendere forma e luce, a farsi campo di forze del conflitto uomo donna, servo Padrona, vittima carnefice, conflitti che già innervavano la sintassi di Strindberg e che qui riprendono una spettrale, baluginante, spettrale vita(..)

a.p.

FINE D’ANNO: FILMCRITICA 680

In questo numero: Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, Esiltà, Il pensiero pensato, Il cinema come partitura, La peste: scenari di una metafora, Cavità abitata, Interfaccia, Protesi (su Divorati di Dave Cronenberg), Nemesi di Walter Hill, Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve…

Auguri Jean-Luc! (3 dicembre 1930)

nel link una conversazione tra Godard e Jean Douchet

a.p.

Tutto il cinema di Alberto Grifi a Filmmaker 2017

Si è aperto ieri a Milano e durerà fino al 10 settembre il Filmmaker International Film Festival, diretto da Luca Mosso. Come sempre è il cosiddetto documentario e il cinema di ricerca e di sperimentazione il campo sul quale si forgia, da molti anni, questa manifestazione (che comprende convegni e Masterclass), da vedersi più come un laboratorio, un campo di forze, che un festival, più o meno tradizionale, anche se non manca la sezione dei film in competizione. Molte le opere importanti presentate quest’anno, ci basti segnalare gli ultimi lavori di Wang Bing (“Mrs Fang”, proveniente da Locarno), il portoghese “La fabrica de nada” di Pedro Pinho (reduce da Cannes), “I Pay for Your Story”, del grande cineasta Lech Kowalski, l’omaggio a Alain Cavalier, del quale verranno presentati i suoi “Six Portraits XL”. Dopo Torino Luis Fulvio ripresenterà qui il suo lavoro ” ’77 No commercial use” (vedi  post precedente). Ma l’evento di Filmmaker 2017 è, senza ombra di dubbio, nel decennale della scomparsa, la retrospettiva dedicata all’opera omnia di Alberto Grifi compreso, sotto forma di installazione, il girato integrale de “Il festival del proletariato giovanile al Parco Lambro”. Per il programma completo basta guardare ovviamente sul sito di Filmmaker.

a.p.

il ’77 al Torino Film Festival

“È il ’77, finalmente il cielo (rosso) è caduto sulla terra. (A) Soffiare sul fuoco, attraverso la zizzania, la gioia (armata), rivolta (di classe) e cospirazione, senza tregua, è uno strano movimento di strani studenti, congiura dei pazzi senza famiglia, senza galere. La prateria è in fiamme, la rivoluzione è finita abbiamo vinto.” Luis Fulvio

Segnaliamo il lavoro analitico, appassionato e militante del nostro compagno Luis Fulvio (Fulvio Baglivi) sul 1977, un anno impossibile e irriducibile, mai elaborato, e largamente rimosso. Ci voleva qualcuno come Luis Fulvio, nato quello stesso anno per mostrare, con schegge, pezzi e brandelli in un ossessivo cortocircuito tra cinema e telegiornali, il punto di incandescenza, l’assalto al cielo, la rabbia disperata e la gioia sovversiva di una generazione che voleva ad ogni costo riprendersi la vita.
Frammenti di Herzog, Brakhage, Akerman, abbracciano nel montaggio Giorgiana Masi, Patrizia Vicinelli, perfino Renato Vallanzasca, intercettando le immagini di Fassbinder, Browning, Buñuel, con Lama fuori dalla Sapienza, Bifo, le assemblee, il punk, in un mosaico selvaggio e libero che alla fine riesce a dire una parola politica su una generazione e su un anno “che non finì”

Il film “77 No Commercial Use” passa al Torino Film Festival sabato 25 novembre, alle ore 20; domenica 26 novembre alle ore 10 a.m., e martedì 28 novembre alle ore 13

1510685755232

d.t.