Category Archives: lingua

oggi su La Repubblica una lunga intervista al nostro direttore Edoardo Bruno

“(..) A volte quando mi sveglio la notte e non ho voglia di alzarmi né di accendere la luce, mi sforzo di intravedere qualche sagoma nel buio della stanza. In quella strana ombra scura le cose si dilatano, gli spazi si confondono e in quel momento penso di stare ancora al cinema”.

(L’intervista completa di Antonio Gnoli la potete trovare sul sito di Repubblica)

a.p.

Comincia oggi a Pesaro una nuova edizione “rosselliniana” della Mostra del Nuovo Cinema

Da stasera al 24 giugno, all’interno del ricco programma del festival, consultabile sul sito, un omaggio a Roberto Rossellini, in occasione del quarantennale della sua scomparsa. Proiezioni quotidiane, dibattiti e, ogni giorno, una “scheggia rosselliniana” a cura di Fulvio Baglivi. Ospite gradito il figlio Renzo. Segnaliamo l’ultimo giorno la presenza di due grandi registi come Ado Arrietta e João Botelho che introdurrà il suo ultimo lavoro dedicato a Manoel De Oliveira.

 

 

“(..) Ancora una volta mostrare significa ricostruire il tempo necessario degli accadimenti, scoprirne le radici e la loro ragione profonda, definire un sistema di lettura in cui i significati e i significanti acquistano una serie di varie valenze(..) Guardare per Rossellini non è limitarsi alla superficie delle cose, ma penetrare nell’oggetto, scomponendone il tessuto, apparentemente compatto per rilevarne le infinite particelle, che già sono il tessuto narrativo, la ragione di una loro interna discorsività. La narrazione procede così, dai fatti, sono i fatti che parlano nel loro ordine/disordine, in uno svelamento  che ha l’apparente evidenza della necessità, ma che è conseguenza di un procedimento più complesso, di scomposizione e ricostruzione totale del reale. Così la visione diventa ontologica, conoscenza e spiegazione di sè, mezzo di indagine e mezzo di apprendimento.

Lo sguardo è il modo più diretto per entrare in rapporto con l’ oggetto, in una dimensione ottica che ingloba il metafisico, in questa ricerca assoluta di uno spazio continuamente strappato all’ ignoto, al mistero, alla trascendenza.(..) Il cinema di Rossellini è il “più cinema” pensabile, lo strumento della visione che percepisce il profondo delle immagini, mostra le “storie”di tutte quelle particelle che costituiscono il tessuto apparentemente unitario nella totalità del discorso.(..) Il reale si dilata sino a divenire memoria, trasalimento, fantasia e luogo dove ritrovare il nostro essere politico per capire lo svolgimento dei fatti, entrare nelle pieghe delle nostre contraddizioni.(..) L’arte come mimèsi viene continuamente superata in una proposta non imitativa del vero. In tutto l’arco dei suoi film il dato reale è sempre preso come punto di partenza per una riappropriazione del concetto creativo capace, per trasposizioni continue, a fingere di essere quella realtà che per Rossellini sta oltre la soglia del già conosciuto(..)

Così Edoardo Bruno in un estratto dell’ introduzione che apre  “Roberto Rossellini, il cinema, la televisione, la storia, la critica”, il volume che raccoglie gli atti del convegno di studi sul cineasta svoltosi a Sanremo nei giorni dal 16 al 23 settembre 1978.

a.p.

Cannes 70. I nostri film (4)

La materia del cinema di Hong Sang-soo è ancora e sempre l’ amore, la parola e i suoi scambi, e l’ alcool, come dispositivo di derive malinconiche e coazioni a ripetere. Due suoi racconti morali presenti al festival, “The Day After “, in b/n, e “Claire’s Camera” a colori. Corto circuiti tra vita e cinema, slittamenti temporali e sospensioni dei sensi. Kim Minhee come corpo fantasmatico e musa del regista attraversa con la sua luce i due film.

Tesnota di Kantemir Balagov, giovanissimo cineasta esordiente già assistente di Sokurov. Una delle poche sorprese del festival. Caucaso 1998. Sui monitor passano immagini violente e al limite del sostenibile di esecuzioni sommarie e di torture. Gli amori di una ragazza ribelle che fa il meccanico nell’officina del padre e che brucia con la sua potenza le regole della famiglia e dell’ortodossia, ebraica. Colori caricati che attraversano il melò e lo scavalcano. La posta in gioco è la libertà e l’ affrancamento dai padri, anche sul piano della scrittura.

“Twin Peaks”, prime due puntate della nuova stagione. Sinfonia di spettri e di doppi, incontri con i corpi invecchiati e residuali del passato di un serial che qui viene riconfigurato, rilanciato, confrontato con se stesso e con il passare del tempo. Cambiano le prospettive, la cittadina si dirama nei grattacieli di New York, nel paesaggio artificiale di Las Vegas, nelle ‘dune’ del Sud Dakota. È tutto il cinema di Lynch a riemergere dalle tende trappola di velluto rosso mentre da una gabbia di vetro Hal 9000 uccide ancora.

a.p.  d.t.

 

Cannes ’70. I nostri film (3)

Un grandissimo film terminale “24 Frames” di A.Kiarostami, ma anche un film pieno di vita e di cinema inteso come visione estatica e come interrogazione infinita sulla sua essenza. La tensione fra il reale e il digitale, tra Lumière e Méliès, è altissima. 24 inquadrature fisse segnate dalla quasi totale eclisse dell’ umano ma da un continuo movimento interno. Si parte da Brueghel per arrivare a un the end che ha in sé tutte les histoire(s) du cinéma.

(nel link il documentario, completo, “Le strade di Kiarostami)

Cielo e terra, canto a cappella e metal, Péguy e Straub, in un paesaggio assolato e scarno, un musical- cantata tra il fisico e il metafisico. L’ infanzia e l’ adolescenza di una Giovanna d’ Arco prima della lotta e del rogo. Dumont in “Jeannette, l’ enfance de Jeanne D’ Arc” filma l’aria e la luce, e lascia sprofondare gli sguardi e le preghiere in macchina.

 

a.p.  d.t.

Cannes ’70. I nostri film (2)

“Visages, Villages”. Tra fotografia e cinema, tra vita e cadrage, un tour de France di una ragazza di 88 anni, la regista Agnès Varda e uno street artist, JR. Una risignificazione dei luoghi attraverso i volti che si espandono nella gigantografia. L’ ultima tappa è una visita a Rolle, alla casa dell’ amico di un tempo Jean-Luc, che non apre la porta ma lascia un messaggio, crudele.

“West of the Jordan River”. Ancora un ritorno, 35 anni dopo “Field Diary”, in Cisgiordania e nella frantumazione reale e simbolica di Palestina e Israele. L’ architetto Gitai ama e filma con amore chi si impegna, anche con la telecamera, a costruire i ponti e non a distruggerli.

“Le Vénérable W.” Barbet Schroeder approda in Birmania, interroga la Storia, i fanatismi religiosi vestiti di arancione, un buddismo tinto di sangue a cui viene data la parola. È ancora e sempre sul comment ça va dell’ immagine che si gioca il discorso del potere, mostrato in tutte le sue ambiguità e implicazioni economiche e sociali.

a.p.  d.t.

Cannes ’70. I nostri film (1)

Bianco e nero, cinemascope. Corpi e desideri di una nouvelle vague reincarnata tra cessi, libri, lacrime, filosofia politica e baci ritrovati. “L’ amant d’ un jour” di Philippe Garrel. Geometria insolita di un triangolo amoroso. Balli siderali, ballades, l’amour à vie.

 

Dopo ‘Mediterranea’, “A Ciambra” di Jonas Carpignano, un’ altra tumultuosa esplorazione nella piana di Gioia Tauro. Punto di vista in continuo movimento come quello del protagonista Pio, un ragazzo di 14 anni della comunità Rom locale. Romanzo di formazione vertiginoso fatto di tenerezze e tradimenti, di disperata e vitale lotta contro il mondo.

Abel Ferrara e la sua band “Alive in France”. Rossi e blu violenti si addensano in un tessuto barbaro dove i brani musicali tratti dai film si fanno a vista lezione di cinema e di vita. Ritratto acido di corpi, suoni e dissonanze delle famiglie di ‘un cattivo tenente’.

a.p.  d.t.

 

stasera a Lecce “La ciudad de los signos” di Samuel Alarcon

Riprende oggi la rassegna “Registi fuori dagli sche(r)mi”, prodotta da Apulia Film Commission in collaborazione con Uzak.

Ospite della proiezione, che si terrà al CineLab del Cineporto di Lecce alle 20.30, sarà il regista spagnolo Samuel Alarcon con il film La ciudad de los signos (2009, v.o. sottotitolata in italiano). A dialogare con lui, oltre al direttore artistico Luigi Abiusi, sarà il critico Pedro Armocida, direttore del Festival di Pesaro.

Il film, tutto incentrato sul cinema di Roberto Rossellini, è stato presentato l’ anno scorso al Festival di Pesaro

FILMCRITICA 675

SOMMARIO

675

Maggio 2017

ARGOMENTI Simone Weil – … Una volta Lutero

NOTE DI TEORIA

Essere spettatore Michele Moccia

L’altro piego del volto Edoardo Bruno

Pasolini, Alcesti e le nuvole Alessandro Cappabianca

Derive della messa in scena Walter Mazzotta

Eastwoodiana 2 Giovanni Festa

FILM DI TENDENZA

La tenerezza

Una realtà invisibile Edoardo Bruno

Personal Shopper

Il silenzio del fantasma Alessandro Cappabianca

Mal di pietre

Quasi un realismo magico Edoardo Bruno

LO SPETTATORE CRITICO

Film Libere disobbedienti innamorate e.b.; Il corto Sergio Arecco

 

” Viva Grifi” da martedì 2 a giovedì 4 maggio all’ Apollo 11 a Roma

A dieci anni dalla scomparsa del regista una rassegna di tre giorni dedicata al cineasta più rappresentativo del cinema underground e militante italiano. (Per il programma dettagliato consultare il sito del cinema)

Così scriveva Alberto Grifi nell’ introduzione a una conversazione con l’ autore realizzata da Edoardo Bruno, pubblicata nel numero 256, agosto 1975, della rivista e ristampata nel volume ” Senso come rischio. 60 anni di Filmcritica” a cura di A.Cappabianca, L.Esposito, B.Roberti, D.Turco con prefazione di E.Bruno, edito da “Le Mani” nel 2010:

“Caro Edoardo, non vorrei proprio che questo scritto su “Anna” che stai per pubblicare, vecchio di tre anni, contribuisse a diffondere l’ illusione che il videotape ” fa” i film rivoluzionari. Nel caso di ” Anna” l’ uso del videotape e il costo irrisorio della videoregistrazione ha solo creato le premesse per una constatazione che nel cinema tradizionale viene, non a caso, sempre sottaciuta: calcolando in denaro il tempo della pellicola, la regia calcola in denaro anche l’ evolversi dei rapporti umani che filma. Nessun oggetto prodotto dal sistema può “fare” la rivoluzione. Nessun “cinema verità”, che sia girato con una macchina da presa o con un videotape, sfugge al dominio dell’ ideologia capitalista: l’ arte ha i significati ma è il capitale che ha la realtà. Quando l’ insignificanza del mondo mercificato è perfettamente dissimulata nello spettacolo, spettacolo e spettatori divengono simmetrici; divengono merce. La realtà stessa, priva di critica, è ormai modellata sulla menzogna spettacolare prodotta dal capitale; da quel momento, ciò che registra il videotape, in presa diretta e in tempo reale, non può essere ancora una volta che questa menzogna. L’ artista è come l’ uccello in gabbia: canta i suoi disagi, ma questo cantare non rompe la gabbia. Al contrario, le dà un senso, ne riempie il vuoto; degrada il desiderio di libertà su misura dell’ alienazione della propria prigionia solitaria, che il capitale ricomporrà, mercificandolo ulteriormente, nel coro spettacolare del mass-media. E i mass-media non riuniscono; separano. Comunicano una somma di separazioni a una moltitudine di solitudini (..)

(nel link l’ edizione integrale e restaurata di “Anna”)

 

Vale la pena insistere a fare del cinema? Anche nella constatazione che la creazione della propria vita e la rivoluzione del reale, cioè la realizzazione del significato, è possibile solo col superamento  dell’ arte e l’ abolizione dell’ economia, e che quindi nessuno è libero finché la società non è rivoluzionata, la creazione di azioni e situazioni esemplari che prefigurino modelli di vita in un ipotetico mondo rivoluzionato, se filmate, potrebbero estendere, a cominciare dalla pratica critica della disobbedienza e del rifiuto, la loro esemplarità. (Purchè siano ovviamente inservibili alla psichiatria per preparare gli identikit dei sovversivi per i futuri schedari polizieschi). Per poi, Perniola dà un’ indicazione di estremo interesse nella critica all’ arte d’ avanguardia sovietica degli anni venti: “Mentre nella società borghese la funzione del teatro è quella di tramandare l’ esempio di un comportamento creativo e significativo, in contrapposizione alla realtà che è ripetitiva ed insulsa, nella società rivoluzionata è la realtà stessa che diventa il luogo di una creazione permanente. Nel passaggio dall’ una all’ altra, il teatro di piazza deve far valere l’ esigenza che la nuova vita non cada mai al di sotto della intensità intellettuale ed emotiva della tradizione teatrale; ma non può in nessun modo e in nessun momento perpetuare la separazione tra attori e spettatori, tra il tempo ‘forte’ dello spettacolo e il tempo ‘ debole’ della vita, tra il luogo privilegiato della scena e i luoghi esterni. Il processo attraverso cui il soviet si prende con decisione inesorabile il diritto di gestire in modo autonomo la propria vita, abolisce e realizza il teatro: non esistono più situazioni privilegiate perché tutte lo sono”. A presto, con un discorso più lungo.

Alberto”(..)

a.p.

 

 

Buon primo maggio