Category Archives: lingua

Verso l’Apocalisse

Un film, un film documentario di Abel Ferrara ‘girato’ in un punto centrale di Roma, pieno di migranti che tentano di rifarsi una vita, senza la violenza e la rabbia di Abel Ferrara, anche se Abel in persona, provoca le domande/risposta, in un dialogo disteso, in una intermediazione temporanea da una città ad un’altra, in un luogo disatteso e deluso.
Ma c’è una filosofia, un sottofondo nello sguardo indifferente di una città distratta niente affatto disposta ad essere l’ultima tappa di un viaggio terribile ed è la delusione che si avverte negli occhi dei sopravvissuti, mortificati e ridenti, pronti a ricominciare, anche se impigriti dal sole, sui marciapiedi dove sdraiarsi addormentati, in una indolenza senza futuro.
Punto finale senza destino – “morire, dormire, nulla di più”, Roma appare indefinita e distratta senza gli incubi di una città nascosta dentro un’altra città, come la città di Minnelli, Altra città, visione metafisica, come la scala inquietante della palazzina Novecento della Casa Pound, vista dall’interno, ultimo gradino verso l’Apocalisse, richiamo al suo 4:44 Last Day on Earth sulla fine del mondo.
Qui, in un rovesciamento ontologico, si avverte allora tutta la tragicità di una visione violenta, e la rabbia, di una inarrestabile fine. Un pensiero che attraversa la Storia e riguarda le macerie imperiali con il fermo immagine di un cinema del futuro.

e. b.

  • Questo l’editoriale del prossimo numero di Filmcritica 679

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Venezia 74. I nostri film (6)

A conclusione della Settimana della Critica, a Venezia, e già presente nelle sale, Veleno di Diego Olivares, lascia un segno preciso per il suo percorso spoglio e dolente nella martoriata Terra dei Fuochi, che emerge in controluce con tutta la violenza trattenuta di una realtà in atto, dalle storie di alcune famiglie della zona. Filmato nei toni inattuali e nella declinazione melò di un Matarazzo rimodulato, in Veleno si fa strada con determinazione lo sguardo coinvolto di un regista che osserva con lucidità un territorio amaro, mantenendosi all’altezza dell’umano, e raccontando di corpi spesso malati, abusati, sfruttati, ma ancora impegnati nella lotta per una vita diversa.

Film composto di materiali d’archivio e di incontri, Cuba and the Cameraman di Jon Alpert, abbracciando un intervallo temporale di oltre quarant’anni, mette al centro del suo film Cuba, un’isola che con i suoi abitanti ha osato sfidare con la sua differenza rivoluzionaria il paese più potente del mondo. Il film, personale e politico, commovente e lontano da qualsiasi intento di mera propaganda, sorprende per l’umanità e la ricchezza degli incontri, da quelli più istituzionali, con il Fidel Castro del 1979 nel corso della sua visita all’Onu, a quelli più intimi, come quello con tre fratelli campesinos cubani, ripetutamente incontrati e filmati nel tempo da Alpert.
La vita, la politica, i sorrisi degli abitanti di Cuba malgrado tutte le difficoltà, la vertigine di un progetto rivoluzionario che diventa narrazione quotidiana, lasciandosi prendere nel passo del cinema.

d.t.

ECCOCI: FILMCRITICA 678

Rossellini, Serra, Zemeckis, Schrader, Malick, Straub-Huillet e… tanto altro…

Venezia 74. I nostri film (1)

Al quinto giorno dall’inizio della mostra ancora nessuna scoperta. Abbiamo però re-incontrato alcuni grandi autori che hanno spinto il loro e il nostro sguardo oltre il limite dell’umano e del visibile.
Il diavolo e l’esorcista, ancora, probabilmente. Usando solo in apparenza la forma documentario, Friedkin in “The Devil and Father Amorth” lavora sui margini di un reale indemoniato da esorcizzare con la potenza artigianale di una sequenza quasi senza stacchi e di un’indagine sui rituali più oscuri del cattolicesimo che si incarnano nella figura carismatica e inquietante di padre Amorth, in cui sprofondare lo sguardo. Film saggio sulla paura, sull’ambiguità e sul dubbio.

Il cinema fisico e di pensiero di Bresson, Dreyer, Bergman, De Oliveira, Scorsese, Hitchcock e De Palma formano la carne e il sangue dell’ultimo, folgorante film di Schrader ‘First Reformed’, finora il nostro Leone d’oro. La scrittura e il suo rovescio, filosofico e politico. Lungo viaggio di un corpo di dolore verso un brutale stacco in nero che taglia le immagini prima dei titoli di coda, là dove  il trascendente è sospeso e dove l’ amore la morte e il cinema si compenetrano alla ricerca dell’ assoluto.

a.p.   d.t.

 

Jerry Lewis: L’indicibile sconnesso

oggi su La Repubblica una lunga intervista al nostro direttore Edoardo Bruno

“(..) A volte quando mi sveglio la notte e non ho voglia di alzarmi né di accendere la luce, mi sforzo di intravedere qualche sagoma nel buio della stanza. In quella strana ombra scura le cose si dilatano, gli spazi si confondono e in quel momento penso di stare ancora al cinema”.

(L’intervista completa di Antonio Gnoli la potete trovare sul sito di Repubblica)

a.p.

Comincia oggi a Pesaro una nuova edizione “rosselliniana” della Mostra del Nuovo Cinema

Da stasera al 24 giugno, all’interno del ricco programma del festival, consultabile sul sito, un omaggio a Roberto Rossellini, in occasione del quarantennale della sua scomparsa. Proiezioni quotidiane, dibattiti e, ogni giorno, una “scheggia rosselliniana” a cura di Fulvio Baglivi. Ospite gradito il figlio Renzo. Segnaliamo l’ultimo giorno la presenza di due grandi registi come Ado Arrietta e João Botelho che introdurrà il suo ultimo lavoro dedicato a Manoel De Oliveira.

 

 

“(..) Ancora una volta mostrare significa ricostruire il tempo necessario degli accadimenti, scoprirne le radici e la loro ragione profonda, definire un sistema di lettura in cui i significati e i significanti acquistano una serie di varie valenze(..) Guardare per Rossellini non è limitarsi alla superficie delle cose, ma penetrare nell’oggetto, scomponendone il tessuto, apparentemente compatto per rilevarne le infinite particelle, che già sono il tessuto narrativo, la ragione di una loro interna discorsività. La narrazione procede così, dai fatti, sono i fatti che parlano nel loro ordine/disordine, in uno svelamento  che ha l’apparente evidenza della necessità, ma che è conseguenza di un procedimento più complesso, di scomposizione e ricostruzione totale del reale. Così la visione diventa ontologica, conoscenza e spiegazione di sè, mezzo di indagine e mezzo di apprendimento.

Lo sguardo è il modo più diretto per entrare in rapporto con l’ oggetto, in una dimensione ottica che ingloba il metafisico, in questa ricerca assoluta di uno spazio continuamente strappato all’ ignoto, al mistero, alla trascendenza.(..) Il cinema di Rossellini è il “più cinema” pensabile, lo strumento della visione che percepisce il profondo delle immagini, mostra le “storie”di tutte quelle particelle che costituiscono il tessuto apparentemente unitario nella totalità del discorso.(..) Il reale si dilata sino a divenire memoria, trasalimento, fantasia e luogo dove ritrovare il nostro essere politico per capire lo svolgimento dei fatti, entrare nelle pieghe delle nostre contraddizioni.(..) L’arte come mimèsi viene continuamente superata in una proposta non imitativa del vero. In tutto l’arco dei suoi film il dato reale è sempre preso come punto di partenza per una riappropriazione del concetto creativo capace, per trasposizioni continue, a fingere di essere quella realtà che per Rossellini sta oltre la soglia del già conosciuto(..)

Così Edoardo Bruno in un estratto dell’ introduzione che apre  “Roberto Rossellini, il cinema, la televisione, la storia, la critica”, il volume che raccoglie gli atti del convegno di studi sul cineasta svoltosi a Sanremo nei giorni dal 16 al 23 settembre 1978.

a.p.

Cannes 70. I nostri film (4)

La materia del cinema di Hong Sang-soo è ancora e sempre l’ amore, la parola e i suoi scambi, e l’ alcool, come dispositivo di derive malinconiche e coazioni a ripetere. Due suoi racconti morali presenti al festival, “The Day After “, in b/n, e “Claire’s Camera” a colori. Corto circuiti tra vita e cinema, slittamenti temporali e sospensioni dei sensi. Kim Minhee come corpo fantasmatico e musa del regista attraversa con la sua luce i due film.

Tesnota di Kantemir Balagov, giovanissimo cineasta esordiente già assistente di Sokurov. Una delle poche sorprese del festival. Caucaso 1998. Sui monitor passano immagini violente e al limite del sostenibile di esecuzioni sommarie e di torture. Gli amori di una ragazza ribelle che fa il meccanico nell’officina del padre e che brucia con la sua potenza le regole della famiglia e dell’ortodossia, ebraica. Colori caricati che attraversano il melò e lo scavalcano. La posta in gioco è la libertà e l’ affrancamento dai padri, anche sul piano della scrittura.

“Twin Peaks”, prime due puntate della nuova stagione. Sinfonia di spettri e di doppi, incontri con i corpi invecchiati e residuali del passato di un serial che qui viene riconfigurato, rilanciato, confrontato con se stesso e con il passare del tempo. Cambiano le prospettive, la cittadina si dirama nei grattacieli di New York, nel paesaggio artificiale di Las Vegas, nelle ‘dune’ del Sud Dakota. È tutto il cinema di Lynch a riemergere dalle tende trappola di velluto rosso mentre da una gabbia di vetro Hal 9000 uccide ancora.

a.p.  d.t.

 

Cannes ’70. I nostri film (3)

Un grandissimo film terminale “24 Frames” di A.Kiarostami, ma anche un film pieno di vita e di cinema inteso come visione estatica e come interrogazione infinita sulla sua essenza. La tensione fra il reale e il digitale, tra Lumière e Méliès, è altissima. 24 inquadrature fisse segnate dalla quasi totale eclisse dell’ umano ma da un continuo movimento interno. Si parte da Brueghel per arrivare a un the end che ha in sé tutte les histoire(s) du cinéma.

(nel link il documentario, completo, “Le strade di Kiarostami)

Cielo e terra, canto a cappella e metal, Péguy e Straub, in un paesaggio assolato e scarno, un musical- cantata tra il fisico e il metafisico. L’ infanzia e l’ adolescenza di una Giovanna d’ Arco prima della lotta e del rogo. Dumont in “Jeannette, l’ enfance de Jeanne D’ Arc” filma l’aria e la luce, e lascia sprofondare gli sguardi e le preghiere in macchina.

 

a.p.  d.t.

Cannes ’70. I nostri film (2)

“Visages, Villages”. Tra fotografia e cinema, tra vita e cadrage, un tour de France di una ragazza di 88 anni, la regista Agnès Varda e uno street artist, JR. Una risignificazione dei luoghi attraverso i volti che si espandono nella gigantografia. L’ ultima tappa è una visita a Rolle, alla casa dell’ amico di un tempo Jean-Luc, che non apre la porta ma lascia un messaggio, crudele.

“West of the Jordan River”. Ancora un ritorno, 35 anni dopo “Field Diary”, in Cisgiordania e nella frantumazione reale e simbolica di Palestina e Israele. L’ architetto Gitai ama e filma con amore chi si impegna, anche con la telecamera, a costruire i ponti e non a distruggerli.

“Le Vénérable W.” Barbet Schroeder approda in Birmania, interroga la Storia, i fanatismi religiosi vestiti di arancione, un buddismo tinto di sangue a cui viene data la parola. È ancora e sempre sul comment ça va dell’ immagine che si gioca il discorso del potere, mostrato in tutte le sue ambiguità e implicazioni economiche e sociali.

a.p.  d.t.