Archivi Categorie: inconscio

Un altro grande cineasta, Nelson Pereira dos Santos, ci ha lasciato oggi

nel link “Vidas Secas”, completo e con sott.inglese

a.p.

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André Bazin (Angers, 18 aprile 1918 -Nogent -sur Marne, 11 novembre 1958)

Così Edoardo Bruno nel suo libro “Film. Antologia del pensiero critico”,pubblicato da Bulzoni Editore nel 1997:

“Si può dire che le riflessioni di Andrè Bazin sul cinema in rapporto allo statuto della realtà rifondino radicalmente l’estetica cinematografica così come si era venuta configurando nel periodo anteguerra. Bazin introduce nell’approccio conoscitivo al cinema un atteggiamento ontologico che lo connette strettamente alla realtà, ma non come mera riproduzione o rappresentazione, bensì come continuità di un processo che, attraverso la possibilità di creare una realtà in divenire nel tempo (a partire dal dato reale che si ‘riprende’), arriva alle estreme conseguenze di una abolizione totale della distanza tradizionale tra la realtà e la sua rappresentazione. In ’Qu’est-ce que le cinéma?’ Bazin scrive che il cinema ‘si aggiunge alla creazione naturale invece di sostituirne un’altra. Si fonda così una ‘ontologia’ del cinema che diventa un’altra realtà’ non sostitutiva o riprodotta, ma un’altra faccia del reale che quasi ne coglie l’anima compiendo così una sorta di ‘realismo totale’ che coincide con un ideale ‘cinema totale’. Da qui la nozione baziniana di ‘messa in scena’, di profondità di campo, di piano-sequenza,

elementi di una ‘totalità’ impura (nel senso del rifiuto di un cinema come forma staccata e specificamente fondata rispetto al reale) che costituiscono le figure dello ‘stile’ che ogni autore adotta nel rapporto di continuità tra la macchina da presa e il flusso del reale. Insieme ricerca di uno statuto materialista del cinema e di una teoria ‘idealista’dell’immagine che si dispiega nella capacità fenomenologica non di rappresentare e riprodurre ma di liberare il senso nascosto, l’essenza del vero, a partire dal modo in cui ci si presenta davanti allo sguardo, dalla sua epifania, la passione critica di Bazin lo porta non tanto a una teoria sistematica quanto a una pratica della critica tutta calata nel suo tempo e proiettata verso il futuro. La sua attività di promotore del movimento dei cineclub francesi nel dopoguerra, la sua funzione di ‘padre’ della ‘nouvelle vague’, attraverso la fondazione dei ‘Cahiers du Cinéma’ e la promozione della nuova generazione di critici e cineasti (da Truffaut a Godard, da Rivette a Rohmer) lo rendono critico “totale”
e nume tutelare di ogni possibile ‘nuovo cinema’”

(nei link che seguono si ‘prendono la parola’ su Bazin Gilles Deleuze e François Truffaut)

a.p.

nei due video Vittorio Taviani parla di Rossellini

presidente di giuria a Cannes nel ‘77 e al quale si deve la Palma d’oro per “Padre padrone”

a.p.

ancora un’ altra triste perdita oggi, Vittorio Taviani

Lo ricordiamo con lo scritto di Edoardo Bruno sul film “Una questione privata”, diretto dal fratello Paolo e a cui Vittorio aveva partecipato in sede di sceneggiatura.

“Un film insolito ‘Una questione privata’ di Paolo Taviani (Vittorio firma solo la sceneggiatura) ispirato al romanzo breve di Fenoglio, con la lotta partigiana vista più dalle pagine di Giovanni De Luna (La Resistenza perfetta), in un Piemonte nebbioso, attorno alla Grande Villa aristocratica, senza le asperità e le scene cruenti della guerra civile, che le davano un sapore di lotta di classe.
Taviani ha voluto fare un film anomalo, esasperando i tratti del personaggio gentile e di innamorato inquieto, che gira attorno alla guerra con un metafisico respiro, perduto, tra la nebbia e il sogno. La prima parte del film, con l’arrivo dei due amici partigiani davanti alla Casa, dà lo scatto al ricordo e alle brevi, ma intense, digressioni amorose. C’è nel film tutta una imaginerie attorno ad un vecchio e grande albero, con una scalata per i rami, che può ascriversi tra le cose migliori di un Taviani alla ricerca dell’inedito, in una guerra partigiana fredda, opaca, con le camicie nere ‘alla Pavolini’ e i colpi partigiani poco convincenti. E un richiamo imprevisto a Pierrot le fou, alla fine, con una cantata pop sulla inutilità della guerra”

(pubblicato sul numero 683,marzo 2018)

la parola, ancora, a Milos Forman, che ci ha lasciato oggi

sott, a scelta, anche in francese

Ritorno alla fantascienza: Ready Player One di Steven Spielberg

Cibernetica, realtà virtuale, Guerra dei mondi, Spielberg ritorna alla fantascienza, ritorna a quell’impasto di immagini che si giustifica nel rimpianto di una attualità sfuggita, di una realtà del prossimo futuro, (anno 2045), in una New York appena riconoscibile, nella furia di un abbattimento della vita e dei consumi, vivibile in una visione immaginaria, che è l’unica realtà di cui gli uomini dispongono.
In questo deserto umanizzato di macchine e di asteroidi ormai residuati, Spielberg rievoca i miti di una preistoria, i miti di una America hollywoodiana – il gorilla di King Kong ancora minaccioso dall’alto del grattacielo e il Bacio che uccide per amore.
In questa sorta di romanticismo rievocato, rivivono le violenze, le sparatorie elettroniche, le pistole, rivive la polizia, rivive il lieto fine, in una logica intellettuale da ançien régime dell’ultimo tycoon, della Hollywood di oggi. È come un omaggio al cinema dei vecchi trucchi, degli oggetti volanti che l’obiettivo della mdp rende di grandezze inimmaginabili, ricostruiti sui micro modellini che attraversano lo spazio celeste, con la patina del tempo, lo stesso tempo ‘intellettuale’ di una narrazione simbolica.
Edoardo Bruno

pronto per giocare con Spielberg

ready player one. Un incanto. Lo Spielberg che amo di più, quello di Always e Tintin, di Et e di GGG, quello fuori dalla Storia e dalle redazioni dei giornali, il creatore di mondi, il rabdomante dell’immaginario a venire, racconta il nascere di un bacio come missione (im)possibile, una fantasmagorica guerra dei mondi, tra il reale e il virtuale, tra il vedibile e l’invisibile. E l’altro reale, il cinema, che nei primi venti minuti sembrava sommerso e annientato, riemerge. Basta fare una marcia indietro al momento opportuno, osare ciò che il ‘Padre’ non ha mai forse osato fare. Trapassare dal singolare al plurale. Uccidere chi si ama per ridargli la vita. Nessuna nostalgia. Citazionismo come detour. Basta riconfigurare le icone anni 80, ma anche anni 30, cambiandole di segno, facendole danzare, ed ecco che la febbre ma anche la ‘fantasia’ del sabato sera, si fa epica, guerriglia, wagneriana e disneyana battaglia, tra Bay, Ejzenstejn e Kubrick, tra l’imax e il 70mm e il 3D, tra formati e copie conformi e difformi. Ritorno ai futuri. Le tre chiavi come le tre luci. Dopo i titoli di coda non ci sono segni di un possibile volume due. E’ tutto finito ma tutto deve ancora iniziare. Oltre lo schermo.

a.p.

Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina a Milano

Si è aperta ieri e durerà fino a domenica 25 marzo la 28a edizione del festival che da molti anni esplora il meglio del cinema contemporaneo dei tre continenti e che vede, fra i selezionatori, il ‘nostro’ Giuseppe Gariazzo. Il programma è come sempre molto ricco e articolato e prevede, oltre al concorso lungo e cortometraggi, una sezione dedicata ai film di alcuni registi italiani, girati nei tre continenti, che cercano di indagare la drammatica realtà dell’immigrazione, e, nella sezione “Flash”, una panoramica di film di importanti autori, già proiettati in altri festival internazionali. Il programma completo è visibile ovviamente sul sito del Festival. Da segnalare, in particolare, “Une saison en France”, di Mahamat Saleh Haroun

“The Wandering Soap Opera”, di Raul Ruiz e Valeria Sarmiento

“On the Beach at Night Alone”, di Hong Sang-soo

e, nella serata conclusiva del Festival, “Legend of the Demon Cat” di Chen Kaige

a.p.

ARGOMENTI – FILMCRITICA 683

Mostrare e non dimostrare

Architrave del cinema di Rossellini è il mostrare e non dimostrare che inaugurava l’era di un cinema politico libero e soprattutto non impositivo, ‘Mostrare’, far vedere e capire i meccanismi per cui accadono le cose, significa intervenire kantianamente sulla conoscenza del reale, per progredire e trasformare.
Il film di Clint Eastwood 15:17 – Attacco al treno è il nostro film del mese, un film che respira l’aria del paesaggio, che è lo sguardo dei protagonisti sulla realtà del presente, ‘teso’ come se tutto dovesse finalizzarsi in quel contatto fisico, muscoli contro armi, western pacifista, come storia e leggenda, western nella migliore tradizione americana, come unico modo per evitare la tragedia. Anche questa volta, un Oscar mancato.

Editoriale di Edoardo Bruno da Filmcritica 683

Filmcritica 683…

Eccoci in stampa… con Clint Eastwood, Roman Polanski, Steven Spielberg, Kathryn Bigelow, Paul Thomas Anderson, Raul Ruiz, Martin McDonagh, Vittorio Taviani… e tanto altro…