Archivi Categorie: inconscio

una lezione di cinema. Francis Ford Coppola a Bologna

Nel link la registrazione integrale, poco meno di due ore, della conversazione con Francis Ford Coppola che si è tenuta a Bologna due giorni fa al Teatro Auditorium Manzoni nell’ambito della rassegna “Il Cinema Ritrovato”

a.p. (ringrazio Roy Menarini)

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da Cannes, un singolo sguardo (6)

Ancora qualche riga sui film più ‘sentiti’ negli ultimi giorni del festival in attesa di riflettervi più (in)compiutamente, forse, sul cartaceo, nel prossimo numero della rivista, numero nel quale, con l’ausilio di altre voci e scritture, troveranno ulteriore spazio di riflessione opere, che a Cannes, ad una prima, magari sommaria visione, non mi hanno (pienamente o affatto) toccato (basti citarne due, con rammarico, quelle firmate da Tarantino e Bellocchio)

“Tommaso” di Abel Ferrara. Sulla soglia del Doppio. Dall’antropologia ‘a rischio Casa Pound ‘ di “Piazza Vittorio” alla messinscena di un altro sé, William Dafoe, chiamato a essere e non essere il proprio alter ego, un regista americano che si è trasferito in Italia, una finzione dal colore del vero, nel vero appartarmento del regista, con la sua vera compagna e con la figlia piccola, già ‘documentate’ con amore nei suoi due  film precedenti, e ora chiamate a finzionalissarsi, ad assumere un altro nome. La vertigine e lo smarrimento, in questa Roma spesso notturna e come allucinata, sono totali per lo spettatore che ammira e segue da sempre l’opera barbara e religiosamente profana di Ferrara. La messa in abisso è continuamente all’opera, il regista, con gli occhi di un serpente magari addomesticato, ma non meno ‘pericoloso’, pedina il proprio attore, una vera e propria nemesi, a lui quasi identico nelle posture, nel modo di parlare, di gesticolare, di ridere, forse di amare. ‘L’ultima tentazione’ di un attore , imitare il proprio regista restando se stesso, accettare di farsi filmare come da uno specchio, nel suo apprendere l’italiano, nel suo lavorare al computer a un nuovo, altrettanto abissale, storyboard di un film a venire, nel suo giocare con la figlia o discutere e far l’amore con la moglie giovane, o, ancora, nel suo camminare veloce per strade non più perdute, nel suo rievocare e rimettere in scena, in gruppo, un passato di vitacinema estremo, da elaborare collettivamente, dal quale cercare di distanziarsi, in un presente solo apparentemente privo di scosse, dove il reale trapassa nell’immaginario, dove le paure, le gelosie, le insicurezze, le dipendenze non ancora definitivamente sepolte scheggiano, a tratti, il visivo, il quotidiano di una quiete irrequieta, che non può che portare all’ultima stazione, quella di Termini, là dove gli occhi dei cellulari della folla riprendono, curiosi, Ferrara che con e tramite Dafoe si ricongiunge, in un ultimo disperato sguardo in macchina, al Cristo di Scorsese. Agonia di un corpo autoattoriale che cerca una laica, non si sa quanto salvifica, espiazione, tra terra e cielo. C’è ancora, una volta, a Roma, non più a Cinecittà, il grande cinema (americano)

a.p.

da Cannes, un singolo sguardo (5)

Il festival è finito ormai da alcuni giorni ma le tracce dei film più amati restano, primo fra tutti “ A Hidden Life” di Terrence Malick, ignorato dalla giuria, e ancora una volta anche incompreso da gran parte della critica. Tra la terra e il cielo, la Montagna, che racchiude e sembra proteggere una valle, là dove un uomo arrivato in moto dall’altrove ha conosciuto una donna, l’amore, una famiglia, una terra da arare, una comunità. Ma siamo in pieno nazismo e oltre la montagna c’è il male incarnato nella Storia, un nome, quello di Hitler, per Franz, il protagonista, impronunciabile, e un gesto che non è possibile compiere, degli ordini che non si possono eseguire. Proiettata su uno schermo, in un campo di addestramento, la verità documentaria dell’orrore, materiale di propaganda atto ad eccitare le parti più oscure dell’umano, si mostra a Franz che decide, dopo aver visto’, di obiettare, di non dare il suo corpo a quell’immagine, di resistere fino alla morte, con una forza della volontà cambiata di segno, fino a un’esecuzione impossibile da evitare (la barbarie non può che andare oltre, impedire il montaggio alternato e salvifico del finale, nell’episodio ‘attuale’, di “Intolerance”)..dopo un ultimo, struggente, casto bacio, rapido, inatteso nella sua flagranza, dato a un altro prigioniero irriducibile, come lui resistente e condannato a morte, poco prima di un’esecuzione che verrà eseguita in uno stanzone-teatro, ai limiti dell’espressionismo più dark. Una scelta di libertà assoluta,quella di Franz, come quella di Malick, che sembra ritornare solo apparentemente a una narrazione lineare, di fatto una partitura sinfonica, scandita dal rintocco di sirkiane campane, più che mai Politica, dove la voce off, quella di Franz e quella di chi lo ama, voci che sono materializzazioni di ophulsiane lettere, alcune forse mai consegnate, si sciolgono nel visivo, in un conflitto amoroso tra suono e immagine, sconfinato, vertiginoso e sublime, dove la profondità di campo e gli inebrianti movimenti della mdp riescono a far parlare, a voce altissima, ma anche sommessa, un reale dove il dettaglio si espande a vista d’occhio. Senza ombra di dubbio il miglior film del festival, e non solo.

a.p.

da Cannes, un singolo sguardo (4)

Nel bosco di notte di Albert Serra la “Liberté” si declina nel segno dell’eccesso. Nel bosco di notte la regola del gioco è il silenzio rotto a tratti da bisbigli, sussurri e grida di piacere e dolore dati a sentire, oltre che mostrati, da un sesso estremo legato inesorabilmente all’uccidere, dove il film in costume, da quasi subito, si muta in spoliazioni e dove la nudità, intravista tra gli alberi a giusta distanza, o chiusa, à double tour, in carrozze prive di cavalli (quasi delle gabbie prigioni da cui è impossibile prendere il volo di notte), o, di più, esibita nell’hard più oscuramente visibile mai visto su uno schermo, viene violata al massimo grado, e dove il sangue lo sperma il latte il piscio sono materiali incandescenti e glaciali di un immaginario dopo la rivoluzione. Unità disunita e frammentata di spazio e tempo, dal tramonto a un’alba che solo apparentemente sembra naturale e che di fatto non nasconde mai il luccicare, sotto la luna, di un set post salò, altrettanto, se non di più, segnato da gironi che non necessitano (ancora?) di affabulazioni atte a risvegliare la legge del desiderio.

a.p.

stanotte su Raitre, a Fuori orario, alle 02.20, “I dolci inganni” di Alberto Lattuada

Così Edoardo Bruno nel 1968, nella sua monografia dedicata al regista:”(..) Francesca ha una diversa dimensione. Appartiene allo stesso mondo borghese di Guendalina ma risolve i suoi conflitti partecipandovi direttamente, distruggendo la compostezza apparente, non appagandosi di un mondo tenuto nascosto-al di là dei tratti composti. Guendalina può preludere alla Séverine di Bunuel; Francesca no. Francesca si costruisce per quello che è, non si cela dentro una commedia apparente; divenire adulta è per lei un attimo di smarrimento, è l’accettazione di una responsabilità che in lei diviene carattere, acquisizione anche esteriore dei tratti del personaggio. La morale di Guendalina si indovina, sarà una morale conclusa, tutta legata a una gestualità composta e studiata, ad una ricerca di apparente freddezza,

la morale di Francesca è naturale, istintiva, portata a rompere con la convenzione, e a distruggersi se necessario. E’ un personaggio meno tipico nella società conformista, che già coglie con sufficiente anticipazione il tratto essenziale della donna degli anni sessanta. La commedia in famiglia non sarà più possibile; lo svolgersi dei fatti porta Francesca ad una crisi particolare in cui i rapporti con i familiari vengono evitati, in cui il capire del fratello, quasi coetaneo, diviene segno di una consapevolezza e il crescere dentro di una nuova età è legato ad una rottura, spesso dolorosa e cupa. Lattuada sviluppa questi stati d’animo, tocca con mano ferma affetti e rapporti, rovescia ipocrite amicizie, mette a nudo sensazioni particolari, sceglie momenti acuti di questa crisi e li rappresenta. Il risveglio improvviso di Francesca è l’introduzione:

la profonda eccitazione dei sensi esplode senza finzioni, la rappresentazione è incidente, il corpo adolescente è svelato nei gesti, nei movimenti, nelle furie. L’amarezza della riflessione, il morbido scoprirsi, quell’accarezzarsi leggero, sino alla ripresa solitaria dell’eccitazione, fatta con consapevole decisione, sono momenti colti da Lattuada con esatta conoscenza degli stati d’animo nello stile di un cinema libero, sempre a ridosso del personaggio. L’impiego della macchina da presa sembra ripercorrere le indicazioni teoriche di Dziga Vertov, è il cine-occhio che si avvicina e si allontana dagli oggetti, che striscia sotto di essi, si arrampica su di essi per meglio coglierne la sintesi espressiva, e rendere quella sensazione dinamica capace di dare il concetto di cinema totale. “I dolci inganni” non è che il logico sviluppo della introduzione; Lattuada segue Francesca nell’ambiente di ricchi borghesi in cui vive, tra ville e personaggi di maniera, senza mai allontanarsi dall’analisi di questa ragazza, dallo sguardo colmo di consapevole malinconia, dal corpo morbido di una sensualità diffusa. Dolorosa è l’indifferenza del gesto d’amore desiderato e inseguito: dolorosa è la scoperta di una dimensione che la relega fuori dal mondo infantile che già le appartenne. Il film termina su questa solitudine che isola Francesca dagli altri proprio quando avrebbe bisogno di una comprensione, di un gesto amichevole(..)
(estratto da “Lattuada o la proposta ambigua”)

a.p.

“Guerrieri” di Fabio Segatori stasera su Rai3 alle 00.10

Così Edoardo Bruno sul numero 687/688 : “Un jeux des mots, un gioco di parole guerrieri, per come Gerardo Guerrieri e sua moglie hanno saputo prendere il mondo, proprio come guerrieri, partendo da quella Matera, oggi capitale della cultura, ma ieri dimenticata, assente dalla casella giusta, parola o puzzle, innominata. Eppure c’era più volontà allora di cambiare, di denunciare; Olivetti, i Sassi ancora da scoprire, ed io, poco più che ragazzo, invitato da Ernesto De Martino a scrivere per l’Avanti!, che esco nell’estate del 1947 con un articolo in tutta pagina “Matera non ha casa per i poveri”: a parlare per primo delle grotte dove i contadini vivevano con i loro animali e la terra umida e nera, senza le pitture bizantine ancora nascoste dalla terra dei secoli.
Guerrieri è il teatro senza teatro, il teatro del mondo, la scommessa vinta sui teatri italiani ancora legasti ad un gusto provinciale, che Luchino Visconti a Roma e Strehler a Milano avevano cominciato a spezzare. Ma Guerrieri puntava più in alto, mirava a portare il teatro del mondo – francese, polacco inglese, americano, indiano, giapponese… – facendo modificare le rotte, organizzando all’Eliseo e dintorni le serate di un teatro irripetibile, fermando per un attimo le compagnie di giro e facendo conoscere la nuova avanguardia. Spettacoli e lezioni con i più grandi registi del momento, facendo vedere e respirare aria nuova, creando le premesse per una nostra avanguardia, una nuova cultura.
Nel suo mostrare e ‘vedere’, all’Argentina lo spettacolo diretto da Fabio Segatori – parole e immagini – ha risvegliato i ricordi, ha fatto riflettere sulla cultura come emozione, ha rimesso in moto, a rebours, la mente e i ricordi in cui tutti noi eravamo coinvolti, e con noi Matera, città, ancora da scoprire”

Ci piace ricordare che Segatori ha curato per i tipi del Saggiatore il libro “L’avventura estetica. Filmcritica 1950-95”,un viaggio nel pensiero e nelle plurime voci della nostra rivista nell’arco di più di trent’anni della sua storia

a.p.

Il grandissimo cineasta e amico Paul Vecchiali compie oggi 89 anni

Auguri da tutta la redazione! Nel link, intero, in vo con sott.inglesi “Once More (Encore)”, in concorso alla 45ma edizione della Mostra del cinema di Venezia e al quale Filmcritica, sulla laguna, attribuì quell’anno il suo Premio

Premio FIAF a Jean-Luc Godard

Ieri la FIAF, Fédération internationale des archives du film, ha assegnato il premio Fiaf 2019 à Jean-Luc Godard. Nel video la registrazione della cerimonia che si è tenuta all’interno della Cinémathèque suisse a Losanna.

a.p.

Aleksandr Sokurov al festival di Lecce

Si sta svolgendo in questi giorni a Lecce la ventesima edizione del ‘Festival del cinema europeo’ diretto da Alberto La Monica. All’interno della manifestazione, il cui programma è visibile sul sito del festival, segnaliamo la retrospettiva dedicata a Sokurov, curata dal ‘nostro’ Massimo Causo. Stamattina in particolare ha avuto luogo una Masterclass del grande regista russo al quale stasera, alla presenza di Marco Müller, verrà consegnato l’Ulivo d’oro alla carriera.

Nel link la registrazione dell’intera Masterclass

a.p.

Agnès Varda (Bruxelles, 30 maggio 1928-Parigi 29 marzo 2019)

nel link una sua masterclass alla presenza di Serge Toubiana

a.p.