Category Archives: filosofia

ci ha lasciato il grande regista Idrissa Ouedraogo

a.p.

Annunci

da oggi, in sala, restaurato, in vo.sott.it

“Bande à part” di Jean-Luc Godard

Twin Peaks: Un traslato onirico

[…] Lynch in Twin Peaks, il ritorno non abbandona i suoi stereotipi, i miti, le autostrade riprese in corsa, la linea bianca di Strade perdute, non abbandona i primi bianco e nero di Eraserhead col rumore assordante delle macchine industriali, e ricostruisce i percorsi virtuali attraverso la narrazione dell’Avventura. I suoi eroi richiamano la letteratura western dei primi fumetti, lo Sceriffo, le Guardie, i Posti di polizia di piccole città, all’ombra della foresta, Twin Peaks, stato di Washington. Il ritorno si muove tra il passato e il futuro, in una narrativa del già visto, i luoghi, le azioni, i personaggi sembrano riemergere dopo 25 anni di assenza e in questa ripetizione lo spazio ritrovato e lo spazio circolare del sogno, sembrano condannati a ripetersi, in una allucinazione. Cooper, Diana, lo Sceriffo, Gordon e gli altri personaggi, sono come fermati nel tempo, con i loro difetti e con le parole di uno slang che supera l’inversione degli anni. D’improvviso una luce nera si apre, in una data del 1945, nel New Mexico, allo scoppio delle prime prove atomiche; il buio si infrange in tante piccole spore, il silenzio spaziale si impone e prende la forma di un ritmo musicale, reiterato e continuo. Il cinema si fa oggetto della visione, e come in una vecchia sala cinematografica le immagini in bianco e nero ‘escono’ dallo schermo, l’uomo elegante abbraccia la ragazza-bambola, l’oscurità viene attraversata da un raggio appena colorato da un giallo/marrone che poi si dilegua nel buio: 1956, una forma volatile, forse un insetto, entra nella bocca spalancata nel sonno, di una ragazza. […]

di Edoardo Bruno, estratto dal numero 681/682 (Gennaio/Febbraio 2018)

ANNO LXVIII – Gennaio/Febbraio 2018 – ABBONATEVI!

Cinema è poesia

Ha scritto Martin Heidegger in Pensare e poetare: “Il poetare, la poesia schiettamente intesa, è la «poesia». La parola è formata secondo il verbo greco ποιεíη, che significa: fabbricare, produrre”, anche il cinema è poesia, nel suo creare infiniti mondi possibili. Da Umberto Barbaro a Edoardo Bruno (Film come poesia) fino a David Lynch e a Raúl Ruiz, in un “vai e vieni”, caleidoscopio (καλειδοσκόπιο, nel suo senso etimologico) tra realtà e sogno, eyes wide shut… come il sogno-incubo twinpeaksiano che entra, poeticamente, nel corpo non solo attraverso gli occhi ma anche attraverso la bocca, nel bianco e nero della visione “dove lo sguardo – in tanta luce – è nero” (come recita il meraviglioso verso di Fernanda Romagnoli), ancora ad occhi aperti-chiusi, così vicino al nero che apriva l’Arca sokuroviana: “Ho aperto gli occhi e non ho visto niente”.

In questo primo numero del nuovo anno ricordiamo ai lettori che l’unica forma di finanziamento per la nostra rivista è l’abbonamento, che abbiamo mantenuto da anni, e che è anche l’unico modo per sottolineare il vostro consenso nel nostro percorso politico e teoretico.

Editoriale di m. m.

il 14 gennaio 1925 nasceva a Tokyo Yukio Mishima

Poeta, scrittore, drammaturgo, cineasta. Nel link, intero, il film Yukoku (Patriottismo, 1966), da lui scritto, diretto e interpretato.

a.p.
(ringrazio il blog “Sacrificium Intellectus”)

ricordiamo il sovversivo cineasta Fernando Birri,

che ci ha lasciato ieri, con un suo celebre film, “Org”, completo, mai distribuito nelle sale e proiettato alla mostra del cinema di Venezia nel 1979

a.p.

auguri a Liv Johanne Ullmann (Tokyo, 16 dicembre 1938)

primissimo piano di Bergman, sua musa e soprattutto grande regista, largamente sottovalutata, alla quale il Bergamo Film Meeting del prossimo anno dedicherà una retrospettiva.

Cosi scrivevo su “Miss Julie” nel n.661/662:

“Tutto è più grande dei singoli pezzi” dice, ormai irrimediabilmente fuori campo, la voce di Jessica Chastain, dopo che la si è vista spargere dei fiori nell’acqua di un ruscello, prima dell’ellisse mortale, quella che anticipa la sua morte, la ripresa dall’alto del suo cadavere sdraiato sull’erba, sanguinante, o meglio, dal quale fuoriesce una macchia rossa violacea, in forte contrasto col blu del suo abito. Sono le parole prima del suicidio, quelle che chiudono “Miss Julie”, datato 2014 (..),poco ascoltato oltre che poco visto, sono le ultime parole del film, sono tra le tante, in più o in meno, fra quelle che non appaiono nel testo originale di Strindberg. Sono solo parole aggiunte, legate al processo di trasposizione, quelle che sostituiscono l’”Andate!” dell’originale? Rimandano solamente alla psicologia della protagonista, ai suoi tormenti, o questa frase proferita in punto di morte, anche di quella delle immagini, ci suggerisce, sottilmente, discretamente, senza alcuna intenzionalità esplicitamente metalinguistica, l’idea di montaggio che fonda qualsiasi produzione di senso, non solo filmico? Credo che con questa frase, al momento del congedo dal nostro sguardo, Ullmann voglia più che mai renderci partecipi, nell’andare verso la messa a morte della sua femmina folle(..) delle modalità di produzione del senso della sua opera, del suo essersi affrancata dai canovacci bergmaniani, dalle loro confidenze fil- miche, dalle loro parole proferite da ppvoltimaschere, del suo essere riuscita ad eccedere il testo di partenza, a riscriverlo, a reinventarlo per un film che solo apparentemente sembra iscriversi nella tradizione del teatro in costume (magari ben) filmato. Perché i singoli pezzi del film, i suoi numerosi campi e controcampi ai quali sembra ‘ridursi’ il due + uno di questo kammerspiel che scorre, fluido, tutto in una notte di mezza estate, è ben altro nel suo insieme, nel suo tutto. Rispetto ai suoi, peraltro molto intensi, precedenti film, è il Corpo a vibrare, a prendere la parola, a prendere forma e luce, a farsi campo di forze del conflitto uomo donna, servo Padrona, vittima carnefice, conflitti che già innervavano la sintassi di Strindberg e che qui riprendono una spettrale, baluginante, spettrale vita(..)

a.p.

FINE D’ANNO: FILMCRITICA 680

In questo numero: Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa, Esiltà, Il pensiero pensato, Il cinema come partitura, La peste: scenari di una metafora, Cavità abitata, Interfaccia, Protesi (su Divorati di Dave Cronenberg), Nemesi di Walter Hill, Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve…

Auguri Jean-Luc! (3 dicembre 1930)

nel link una conversazione tra Godard e Jean Douchet

a.p.

Tutto il cinema di Alberto Grifi a Filmmaker 2017

Si è aperto ieri a Milano e durerà fino al 10 settembre il Filmmaker International Film Festival, diretto da Luca Mosso. Come sempre è il cosiddetto documentario e il cinema di ricerca e di sperimentazione il campo sul quale si forgia, da molti anni, questa manifestazione (che comprende convegni e Masterclass), da vedersi più come un laboratorio, un campo di forze, che un festival, più o meno tradizionale, anche se non manca la sezione dei film in competizione. Molte le opere importanti presentate quest’anno, ci basti segnalare gli ultimi lavori di Wang Bing (“Mrs Fang”, proveniente da Locarno), il portoghese “La fabrica de nada” di Pedro Pinho (reduce da Cannes), “I Pay for Your Story”, del grande cineasta Lech Kowalski, l’omaggio a Alain Cavalier, del quale verranno presentati i suoi “Six Portraits XL”. Dopo Torino Luis Fulvio ripresenterà qui il suo lavoro ” ’77 No commercial use” (vedi  post precedente). Ma l’evento di Filmmaker 2017 è, senza ombra di dubbio, nel decennale della scomparsa, la retrospettiva dedicata all’opera omnia di Alberto Grifi compreso, sotto forma di installazione, il girato integrale de “Il festival del proletariato giovanile al Parco Lambro”. Per il programma completo basta guardare ovviamente sul sito di Filmmaker.

a.p.