Archivi Categorie: filosofia

gli “Argomenti” di Edoardo Bruno

“Cannes rivisitato, cinema e politica, elezioni in Italia e in Europa. Filmcritica, termometro della situazione, ancora crisi, ma non disperazione. Gli abbonati scendono, come la sinistra che non ha più ragione di indignarsi dal momento che ha scelto di dimenticare quanto la storia e il cinema hanno insegnato. Il cinema degli autori, il cinema come filosofia, il cinema come arte della vita, come saper storicizzare gli eventi, come leggere i fatti. Per questo Filmcritica anche ricordando il passato cercherà di trovare un posto nella memoria e nella memoria cercherà di continuare nella sua presenza. E influenza. Intanto contiamo su di voi, lettori e abbonati; soprattutto lettori perché oramai siete abituati a coltivate l’interpretazione critica e a rovesciare i troppo facili commentari. Cannes nonostante stretto nel pugno di un servizio di polizia ridondante e ridicolo, ha presentato i suoi film, ha mantenuto alta la presenza del cinema come idea e come stimolo”

(dal n.695, giugno/luglio 2019, in uscita)

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una lezione di cinema. Francis Ford Coppola a Bologna

Nel link la registrazione integrale, poco meno di due ore, della conversazione con Francis Ford Coppola che si è tenuta a Bologna due giorni fa al Teatro Auditorium Manzoni nell’ambito della rassegna “Il Cinema Ritrovato”

a.p. (ringrazio Roy Menarini)

da Cannes, un singolo sguardo (5)

Il festival è finito ormai da alcuni giorni ma le tracce dei film più amati restano, primo fra tutti “ A Hidden Life” di Terrence Malick, ignorato dalla giuria, e ancora una volta anche incompreso da gran parte della critica. Tra la terra e il cielo, la Montagna, che racchiude e sembra proteggere una valle, là dove un uomo arrivato in moto dall’altrove ha conosciuto una donna, l’amore, una famiglia, una terra da arare, una comunità. Ma siamo in pieno nazismo e oltre la montagna c’è il male incarnato nella Storia, un nome, quello di Hitler, per Franz, il protagonista, impronunciabile, e un gesto che non è possibile compiere, degli ordini che non si possono eseguire. Proiettata su uno schermo, in un campo di addestramento, la verità documentaria dell’orrore, materiale di propaganda atto ad eccitare le parti più oscure dell’umano, si mostra a Franz che decide, dopo aver visto’, di obiettare, di non dare il suo corpo a quell’immagine, di resistere fino alla morte, con una forza della volontà cambiata di segno, fino a un’esecuzione impossibile da evitare (la barbarie non può che andare oltre, impedire il montaggio alternato e salvifico del finale, nell’episodio ‘attuale’, di “Intolerance”)..dopo un ultimo, struggente, casto bacio, rapido, inatteso nella sua flagranza, dato a un altro prigioniero irriducibile, come lui resistente e condannato a morte, poco prima di un’esecuzione che verrà eseguita in uno stanzone-teatro, ai limiti dell’espressionismo più dark. Una scelta di libertà assoluta,quella di Franz, come quella di Malick, che sembra ritornare solo apparentemente a una narrazione lineare, di fatto una partitura sinfonica, scandita dal rintocco di sirkiane campane, più che mai Politica, dove la voce off, quella di Franz e quella di chi lo ama, voci che sono materializzazioni di ophulsiane lettere, alcune forse mai consegnate, si sciolgono nel visivo, in un conflitto amoroso tra suono e immagine, sconfinato, vertiginoso e sublime, dove la profondità di campo e gli inebrianti movimenti della mdp riescono a far parlare, a voce altissima, ma anche sommessa, un reale dove il dettaglio si espande a vista d’occhio. Senza ombra di dubbio il miglior film del festival, e non solo.

a.p.

Freddy Buache (29 dicembre 1924- 28 maggio 2019)

Impossibile non ricordare con Godard la scomparsa di Freddy Buache, critico cinematografico, storico del cinema e fondatore della Cineteca svizzera.

Nei link “Lettre à Freddy Buache”, intero

e una Masterclass da lui tenuta nel 2017 al FIFF, Festival International de Films de Fribourg

a.p.

da Cannes, un singolo sguardo (4)

Nel bosco di notte di Albert Serra la “Liberté” si declina nel segno dell’eccesso. Nel bosco di notte la regola del gioco è il silenzio rotto a tratti da bisbigli, sussurri e grida di piacere e dolore dati a sentire, oltre che mostrati, da un sesso estremo legato inesorabilmente all’uccidere, dove il film in costume, da quasi subito, si muta in spoliazioni e dove la nudità, intravista tra gli alberi a giusta distanza, o chiusa, à double tour, in carrozze prive di cavalli (quasi delle gabbie prigioni da cui è impossibile prendere il volo di notte), o, di più, esibita nell’hard più oscuramente visibile mai visto su uno schermo, viene violata al massimo grado, e dove il sangue lo sperma il latte il piscio sono materiali incandescenti e glaciali di un immaginario dopo la rivoluzione. Unità disunita e frammentata di spazio e tempo, dal tramonto a un’alba che solo apparentemente sembra naturale e che di fatto non nasconde mai il luccicare, sotto la luna, di un set post salò, altrettanto, se non di più, segnato da gironi che non necessitano (ancora?) di affabulazioni atte a risvegliare la legge del desiderio.

a.p.

da Cannes 2019, un singolo sguardo (2)

Micro e macrocosmi. la Montagna di Malick e la Cordigliera delle Ande di Guzmán, le vette che dovrebbero proteggere e che qualche volta isolano, quelle che separano e riuniscono gli amanti del sogno, il reale, il mito, la Storia, l’Eterno. E poi il bosco di notte di Serra e l’oceano di Diop che strappa alla vita chi vuole fuggire. Monti e acque, rami e alberi. E le radure in riva al mare e la cattedrale della Jeanne di Dumont, prima che arda, in un rogo visto da lontano. Geografia dell’immaginario di alcune dei film finora più amati.

L’antropologo dello sguardo e della luce Patricio Guzmán, alla perenne ricerca di un paese che non si vuole perduto, ritorna nel suo Cile, a filmare e interrogare l’umano e il minerale, il pellicolare, dialettizzando, con sapienza e commozione, la sua voce narrante e riflessiva e le proprie estatiche immagini della “Cordillera de los suenos”, colta per dettagli o accarezzata a volo d’angelo (o di drone?), intrecciandole, in un sapiente e appassionato e commosso montaggio, liricamente sinfonico, a quelle delle opere degli artisti che ‘non sono scappati, che sono rimasti’, intagliando magari la pietra per flagranti sculture adagiate fra cielo e terra, o documentando, per le strade, per anni, con una telecamera vertiginosa e sprezzante del pericolo, in centinaia di ore di riprese, con un amore sfrenato per il vero lottare e sentire col cinema, le masse cilene in rivolta, al fine di edificare un archivio della memoria resistente. Un potentissimo film che avrebbe dovuto essere in concorso.

nel link, intero, il film di Guzmán “Chile, la memoria obstinada”

a.p.

dal festival di Cannes, un singolo sguardo (1)

In una Croisette anche quest’anno, ovviamente, militarizzata, in un festival che sta sempre più esplodendo, dove è sempre più difficile accedere alle sale senza consumare snervanti ore di coda, non sono mancate, fin dai primi giorni, tenendo conto, per come è possibile, del ricchissimo programma di tutte le numerose sezioni, le visioni che stimolano riflessioni sul presente, sullo stato delle cose del mondo e del cinema. Incandescente, abbastanza virulento, dal montaggio secco, nervoso, sincopato, in un crescendo serrato che culmina in un’azione di guerriglia dagli esiti incerti, fino all’ultima inquadratura, “Les misérables”, in concorso, dell’esordiente Ladj Ly, ambientato, con un taglio che coniuga documentarismo e polar, nella banlieue parigina segnata dal conflitto permanente tra alcuni membri di una Brigata anticrimine e i numerosi gruppi etnici che popolano il quartiere. Il punto di vista oscilla, a volte un po’ grevemente, e non senza alcune ingenuità di scrittura, tra la violenta opera di repressione dei tre poliziotti protagonisti e gli atti vitali di resistenza degli abitanti di questo non luogo dove, per vedere oltre e di più, si può sapientemente, ma anche pericolosamente, utilizzare un drone, vero e proprio dispositivo di narrazione oltre che strumento per illudersi di vedere ‘dall’alto’ il proprio essere soffocati in una Parigi ‘lontana dal centro’, nella quale è difficile restare umani.

Ancora un conflitto, qui però un episodio di lotta di classe, nel bellissimo “On va tout péter”, presentato alla Quinzaine. Il grande documentarista polacco Lech Kowalski registra per sette mesi la rivolta dei 277 dipendenti dell’azienda GM&S, specializzata in materiali per l’industria automobilistica. Corpi, volti, parole, gomme d’auto bruciate, assemblee infuocate dove a essere in gioco sono la vita e l’identità di una comunità operaia che trova nella ribellione e in tutte le fasi della protesta, che dalla provincia giunge fino a Parigi, il proprio, irriducibile consistere, una ragione di essere e di vita. A questo sommovimento non violento, ma duro e implacabile, il regista, senza ideologismi e narcisismi d’Autore, offre uno sguardo lucido, preciso e partecipe. Là dove Brizé, con “En guerre”, aveva fallito, con la sua fiction dal taglio finto documentaristico, alle prese col vero, Kowalski ci dà una lezione di cinema poetico politico che non si dimentica.

Una comunità più radicale e che non esita a ricorrere alla violenza più estrema, nel proprio resistere ai diritti dei più forti, è quella presente in uno dei migliori film visti finora in concorso, “Bacurau” di Kléber Mendonca Filho e Juliano Dornelles. Quando il cinema novo brasiliano si scioglie e si ricompone, miscelando ‘barbaramente’, ma anche con estremo rigore, i generi, dal musical al western, memore delle riscritture di Tarantino e Rodriguez, non senza sfuggire a tonalità vagamente fantascientifiche. Bacurau è un paesino prettamente filmico, se non addirittura schermico, che vive della memoria fertile di un cinema novo che non c’e’ più e che, come per incanto, sembra rivivere e riprendere senso, senza nostalgie o manierismi. Una comunità in rivolta contro i mille occhi di un drone (ancora!) latifondista,  il cui agente principale è un più che mai fantasmatico Udo Kier. Il film inizia con un indimenticabile corteo funebre a cui partecipa tutto il paese e termina con una fossa nel quale gettare ‘il cattivo’ al termine di una sparatoria infuocata condotta in un paesaggio (ir)reale, vivificato dal libero amore e dall’alcool, da una sfrenata vitalità fatta di riti e memorie che non vogliono essere annientate.

a.p.

stanotte su Raitre, a Fuori orario, alle 02.20, “I dolci inganni” di Alberto Lattuada

Così Edoardo Bruno nel 1968, nella sua monografia dedicata al regista:”(..) Francesca ha una diversa dimensione. Appartiene allo stesso mondo borghese di Guendalina ma risolve i suoi conflitti partecipandovi direttamente, distruggendo la compostezza apparente, non appagandosi di un mondo tenuto nascosto-al di là dei tratti composti. Guendalina può preludere alla Séverine di Bunuel; Francesca no. Francesca si costruisce per quello che è, non si cela dentro una commedia apparente; divenire adulta è per lei un attimo di smarrimento, è l’accettazione di una responsabilità che in lei diviene carattere, acquisizione anche esteriore dei tratti del personaggio. La morale di Guendalina si indovina, sarà una morale conclusa, tutta legata a una gestualità composta e studiata, ad una ricerca di apparente freddezza,

la morale di Francesca è naturale, istintiva, portata a rompere con la convenzione, e a distruggersi se necessario. E’ un personaggio meno tipico nella società conformista, che già coglie con sufficiente anticipazione il tratto essenziale della donna degli anni sessanta. La commedia in famiglia non sarà più possibile; lo svolgersi dei fatti porta Francesca ad una crisi particolare in cui i rapporti con i familiari vengono evitati, in cui il capire del fratello, quasi coetaneo, diviene segno di una consapevolezza e il crescere dentro di una nuova età è legato ad una rottura, spesso dolorosa e cupa. Lattuada sviluppa questi stati d’animo, tocca con mano ferma affetti e rapporti, rovescia ipocrite amicizie, mette a nudo sensazioni particolari, sceglie momenti acuti di questa crisi e li rappresenta. Il risveglio improvviso di Francesca è l’introduzione:

la profonda eccitazione dei sensi esplode senza finzioni, la rappresentazione è incidente, il corpo adolescente è svelato nei gesti, nei movimenti, nelle furie. L’amarezza della riflessione, il morbido scoprirsi, quell’accarezzarsi leggero, sino alla ripresa solitaria dell’eccitazione, fatta con consapevole decisione, sono momenti colti da Lattuada con esatta conoscenza degli stati d’animo nello stile di un cinema libero, sempre a ridosso del personaggio. L’impiego della macchina da presa sembra ripercorrere le indicazioni teoriche di Dziga Vertov, è il cine-occhio che si avvicina e si allontana dagli oggetti, che striscia sotto di essi, si arrampica su di essi per meglio coglierne la sintesi espressiva, e rendere quella sensazione dinamica capace di dare il concetto di cinema totale. “I dolci inganni” non è che il logico sviluppo della introduzione; Lattuada segue Francesca nell’ambiente di ricchi borghesi in cui vive, tra ville e personaggi di maniera, senza mai allontanarsi dall’analisi di questa ragazza, dallo sguardo colmo di consapevole malinconia, dal corpo morbido di una sensualità diffusa. Dolorosa è l’indifferenza del gesto d’amore desiderato e inseguito: dolorosa è la scoperta di una dimensione che la relega fuori dal mondo infantile che già le appartenne. Il film termina su questa solitudine che isola Francesca dagli altri proprio quando avrebbe bisogno di una comprensione, di un gesto amichevole(..)
(estratto da “Lattuada o la proposta ambigua”)

a.p.

“Guerrieri” di Fabio Segatori stasera su Rai3 alle 00.10

Così Edoardo Bruno sul numero 687/688 : “Un jeux des mots, un gioco di parole guerrieri, per come Gerardo Guerrieri e sua moglie hanno saputo prendere il mondo, proprio come guerrieri, partendo da quella Matera, oggi capitale della cultura, ma ieri dimenticata, assente dalla casella giusta, parola o puzzle, innominata. Eppure c’era più volontà allora di cambiare, di denunciare; Olivetti, i Sassi ancora da scoprire, ed io, poco più che ragazzo, invitato da Ernesto De Martino a scrivere per l’Avanti!, che esco nell’estate del 1947 con un articolo in tutta pagina “Matera non ha casa per i poveri”: a parlare per primo delle grotte dove i contadini vivevano con i loro animali e la terra umida e nera, senza le pitture bizantine ancora nascoste dalla terra dei secoli.
Guerrieri è il teatro senza teatro, il teatro del mondo, la scommessa vinta sui teatri italiani ancora legasti ad un gusto provinciale, che Luchino Visconti a Roma e Strehler a Milano avevano cominciato a spezzare. Ma Guerrieri puntava più in alto, mirava a portare il teatro del mondo – francese, polacco inglese, americano, indiano, giapponese… – facendo modificare le rotte, organizzando all’Eliseo e dintorni le serate di un teatro irripetibile, fermando per un attimo le compagnie di giro e facendo conoscere la nuova avanguardia. Spettacoli e lezioni con i più grandi registi del momento, facendo vedere e respirare aria nuova, creando le premesse per una nostra avanguardia, una nuova cultura.
Nel suo mostrare e ‘vedere’, all’Argentina lo spettacolo diretto da Fabio Segatori – parole e immagini – ha risvegliato i ricordi, ha fatto riflettere sulla cultura come emozione, ha rimesso in moto, a rebours, la mente e i ricordi in cui tutti noi eravamo coinvolti, e con noi Matera, città, ancora da scoprire”

Ci piace ricordare che Segatori ha curato per i tipi del Saggiatore il libro “L’avventura estetica. Filmcritica 1950-95”,un viaggio nel pensiero e nelle plurime voci della nostra rivista nell’arco di più di trent’anni della sua storia

a.p.

Il grandissimo cineasta e amico Paul Vecchiali compie oggi 89 anni

Auguri da tutta la redazione! Nel link, intero, in vo con sott.inglesi “Once More (Encore)”, in concorso alla 45ma edizione della Mostra del cinema di Venezia e al quale Filmcritica, sulla laguna, attribuì quell’anno il suo Premio