Category Archives: cinema

PAOLO VILLAGGIO: Catastrofe della disattenzione

Le bianche ombre di Mark Kostabi

Full Circle: The Kostabi Story di Sabrina Digregorio, già autrice del documentario Finding Joseph Tusiani: The Poet of Two Lands, è una Full immersion nella creatività immaginifica del pittore Mark Kostabi. In questo documentario le immagini si inseguono in un moto circolare, come in quella circolarità degli sguardi rivolti verso il cielo (di New York, di Roma) incorniciato dai tetti dei palazzi e dalle architettoniche geometrie dei grattacieli. Gli occhi di Digregorio ritagliano i contorni delle immagini per le bianche ombre di Kostabi, fantasmi del mondo della pittura e dell’arte. Ombre che sembrano rivestirsi dei colori e delle tonalità della passione. I dipinti di Kostabi e le immagini di Digregorio ambiscono a tratti e a linee che sappiano ridisegnare figure leggere e restituire allo sguardo gli slanci delle illusioni, tanto che si potrebbero attribuire alla regista le parole dette da Kostabi nel film: “… Altre volte mi piace guardare nell’anima e nel cuore degli amanti che raggiungono cime euforiche di passione. Occasionalmente”.
La libertà e il piacere dell’arte, le ambizioni e il successo, la creatività artistica come investimento, ma anche l’inquietudine e la solitudine, il desiderio dei corpi e il loro mancarci, i ricordi, la danza alata degli angeli (sappiamo che solo gli angeli hanno le ali!), sono la forma di questo documentario.
In Full Circle le immagini sembrano essere granelli di sabbia, qualcosa di instabile e di imprevedibile nel loro stesso muoversi: “You must see the movie / The sand in my eyes”, canta David Bowie. “The programme of an hour of magic and illusion” (Kathleen Raine, Optical illusion): e in questo trascorrere tra “magia e illusione”, quando tutto sembra dover essere risucchiato dalla vertigine del vuoto, ritorna la danza ‘intima’ delle ombre e dei corpi, nei gesti impalpabili e tuttavia incarnati nel disegno fantasmatico del cinema e dell’arte.
m.m.

Full Circle: The Kostaby Story di Sabrina Digregorio sarà proiettato alle 20:30 al Castello Episcopio di Grottaglie (Taranto) il 28 luglio 2017

Ricordiamo il sapiente e combattivo giurista Stefano Rodotà che ci ha lasciato oggi

con un breve estratto video di un suo intervento sul cinema, l’umano e il postumano tenuto  a Venezia nel 2008 all’ interno della manifestazione LidoPhilo. Da “Metropolis” e ” Tempi Moderni” a “Matrix”..

a.p.

È morto all’ età di 79 anni Americo Sbardella, fondatore del Filmstudio e intellettuale visionario

Addio Americo, che ha fatto del Filmstudio una grande officina dell’ underground italiano e che ha consentito di realizzare ‘ La sua giornata di gloria’ di Edoardo Bruno trasformando il Filmstudio in set cinematografico e collaborando alla stesura dei dialoghi in una dialettica fortemente politica.

oggi su La Repubblica una lunga intervista al nostro direttore Edoardo Bruno

“(..) A volte quando mi sveglio la notte e non ho voglia di alzarmi né di accendere la luce, mi sforzo di intravedere qualche sagoma nel buio della stanza. In quella strana ombra scura le cose si dilatano, gli spazi si confondono e in quel momento penso di stare ancora al cinema”.

(L’intervista completa di Antonio Gnoli la potete trovare sul sito di Repubblica)

a.p.

Comincia oggi a Pesaro una nuova edizione “rosselliniana” della Mostra del Nuovo Cinema

Da stasera al 24 giugno, all’interno del ricco programma del festival, consultabile sul sito, un omaggio a Roberto Rossellini, in occasione del quarantennale della sua scomparsa. Proiezioni quotidiane, dibattiti e, ogni giorno, una “scheggia rosselliniana” a cura di Fulvio Baglivi. Ospite gradito il figlio Renzo. Segnaliamo l’ultimo giorno la presenza di due grandi registi come Ado Arrietta e João Botelho che introdurrà il suo ultimo lavoro dedicato a Manoel De Oliveira.

 

 

“(..) Ancora una volta mostrare significa ricostruire il tempo necessario degli accadimenti, scoprirne le radici e la loro ragione profonda, definire un sistema di lettura in cui i significati e i significanti acquistano una serie di varie valenze(..) Guardare per Rossellini non è limitarsi alla superficie delle cose, ma penetrare nell’oggetto, scomponendone il tessuto, apparentemente compatto per rilevarne le infinite particelle, che già sono il tessuto narrativo, la ragione di una loro interna discorsività. La narrazione procede così, dai fatti, sono i fatti che parlano nel loro ordine/disordine, in uno svelamento  che ha l’apparente evidenza della necessità, ma che è conseguenza di un procedimento più complesso, di scomposizione e ricostruzione totale del reale. Così la visione diventa ontologica, conoscenza e spiegazione di sè, mezzo di indagine e mezzo di apprendimento.

Lo sguardo è il modo più diretto per entrare in rapporto con l’ oggetto, in una dimensione ottica che ingloba il metafisico, in questa ricerca assoluta di uno spazio continuamente strappato all’ ignoto, al mistero, alla trascendenza.(..) Il cinema di Rossellini è il “più cinema” pensabile, lo strumento della visione che percepisce il profondo delle immagini, mostra le “storie”di tutte quelle particelle che costituiscono il tessuto apparentemente unitario nella totalità del discorso.(..) Il reale si dilata sino a divenire memoria, trasalimento, fantasia e luogo dove ritrovare il nostro essere politico per capire lo svolgimento dei fatti, entrare nelle pieghe delle nostre contraddizioni.(..) L’arte come mimèsi viene continuamente superata in una proposta non imitativa del vero. In tutto l’arco dei suoi film il dato reale è sempre preso come punto di partenza per una riappropriazione del concetto creativo capace, per trasposizioni continue, a fingere di essere quella realtà che per Rossellini sta oltre la soglia del già conosciuto(..)

Così Edoardo Bruno in un estratto dell’ introduzione che apre  “Roberto Rossellini, il cinema, la televisione, la storia, la critica”, il volume che raccoglie gli atti del convegno di studi sul cineasta svoltosi a Sanremo nei giorni dal 16 al 23 settembre 1978.

a.p.

Cannes 70. I nostri film (4)

La materia del cinema di Hong Sang-soo è ancora e sempre l’ amore, la parola e i suoi scambi, e l’ alcool, come dispositivo di derive malinconiche e coazioni a ripetere. Due suoi racconti morali presenti al festival, “The Day After “, in b/n, e “Claire’s Camera” a colori. Corto circuiti tra vita e cinema, slittamenti temporali e sospensioni dei sensi. Kim Minhee come corpo fantasmatico e musa del regista attraversa con la sua luce i due film.

Tesnota di Kantemir Balagov, giovanissimo cineasta esordiente già assistente di Sokurov. Una delle poche sorprese del festival. Caucaso 1998. Sui monitor passano immagini violente e al limite del sostenibile di esecuzioni sommarie e di torture. Gli amori di una ragazza ribelle che fa il meccanico nell’officina del padre e che brucia con la sua potenza le regole della famiglia e dell’ortodossia, ebraica. Colori caricati che attraversano il melò e lo scavalcano. La posta in gioco è la libertà e l’ affrancamento dai padri, anche sul piano della scrittura.

“Twin Peaks”, prime due puntate della nuova stagione. Sinfonia di spettri e di doppi, incontri con i corpi invecchiati e residuali del passato di un serial che qui viene riconfigurato, rilanciato, confrontato con se stesso e con il passare del tempo. Cambiano le prospettive, la cittadina si dirama nei grattacieli di New York, nel paesaggio artificiale di Las Vegas, nelle ‘dune’ del Sud Dakota. È tutto il cinema di Lynch a riemergere dalle tende trappola di velluto rosso mentre da una gabbia di vetro Hal 9000 uccide ancora.

a.p.  d.t.

 

Cannes ’70. I nostri film (3)

Un grandissimo film terminale “24 Frames” di A.Kiarostami, ma anche un film pieno di vita e di cinema inteso come visione estatica e come interrogazione infinita sulla sua essenza. La tensione fra il reale e il digitale, tra Lumière e Méliès, è altissima. 24 inquadrature fisse segnate dalla quasi totale eclisse dell’ umano ma da un continuo movimento interno. Si parte da Brueghel per arrivare a un the end che ha in sé tutte les histoire(s) du cinéma.

(nel link il documentario, completo, “Le strade di Kiarostami)

Cielo e terra, canto a cappella e metal, Péguy e Straub, in un paesaggio assolato e scarno, un musical- cantata tra il fisico e il metafisico. L’ infanzia e l’ adolescenza di una Giovanna d’ Arco prima della lotta e del rogo. Dumont in “Jeannette, l’ enfance de Jeanne D’ Arc” filma l’aria e la luce, e lascia sprofondare gli sguardi e le preghiere in macchina.

 

a.p.  d.t.

Cannes ’70. I nostri film (2)

“Visages, Villages”. Tra fotografia e cinema, tra vita e cadrage, un tour de France di una ragazza di 88 anni, la regista Agnès Varda e uno street artist, JR. Una risignificazione dei luoghi attraverso i volti che si espandono nella gigantografia. L’ ultima tappa è una visita a Rolle, alla casa dell’ amico di un tempo Jean-Luc, che non apre la porta ma lascia un messaggio, crudele.

“West of the Jordan River”. Ancora un ritorno, 35 anni dopo “Field Diary”, in Cisgiordania e nella frantumazione reale e simbolica di Palestina e Israele. L’ architetto Gitai ama e filma con amore chi si impegna, anche con la telecamera, a costruire i ponti e non a distruggerli.

“Le Vénérable W.” Barbet Schroeder approda in Birmania, interroga la Storia, i fanatismi religiosi vestiti di arancione, un buddismo tinto di sangue a cui viene data la parola. È ancora e sempre sul comment ça va dell’ immagine che si gioca il discorso del potere, mostrato in tutte le sue ambiguità e implicazioni economiche e sociali.

a.p.  d.t.

Cannes ’70. I nostri film (1)

Bianco e nero, cinemascope. Corpi e desideri di una nouvelle vague reincarnata tra cessi, libri, lacrime, filosofia politica e baci ritrovati. “L’ amant d’ un jour” di Philippe Garrel. Geometria insolita di un triangolo amoroso. Balli siderali, ballades, l’amour à vie.

 

Dopo ‘Mediterranea’, “A Ciambra” di Jonas Carpignano, un’ altra tumultuosa esplorazione nella piana di Gioia Tauro. Punto di vista in continuo movimento come quello del protagonista Pio, un ragazzo di 14 anni della comunità Rom locale. Romanzo di formazione vertiginoso fatto di tenerezze e tradimenti, di disperata e vitale lotta contro il mondo.

Abel Ferrara e la sua band “Alive in France”. Rossi e blu violenti si addensano in un tessuto barbaro dove i brani musicali tratti dai film si fanno a vista lezione di cinema e di vita. Ritratto acido di corpi, suoni e dissonanze delle famiglie di ‘un cattivo tenente’.

a.p.  d.t.