dal 38 TFF (4)

ZAHO ZAY.

https://youtu.be/9zvOP28mLko

Lo zero è un’invenzione umana, un concetto razionale e assieme irrazionale, che non solo, come gli altri numeri, permette di contare (contare, per esempio, il numero dei detenuti ammassati nel cortile di una prigione), ma fonda tutta la complessità della matematica. Diverso è il Niente, il Nulla (il Nic malgascio), concetto filosofico, certo, ma anche trauma generativo in cui dall’inizio siamo gettati, manque fondante tutto quello che nell’umano è più complesso.
Di fronte alla desolata bellezza della giungla, lungo un sentiero che si inoltra nella boscaglia svolgendosi all’infinito come i sentieri del sogno, la voce off della narratrice conta dunque alla rovescia. Non “Tre, due, uno, zero”, ma “Tre, due, uno, Niente”: il Niente che la sovrasta. Partito come documentario sulle condizioni carcerarie in Madagascar, il film della regista Maéva Ranaivojaona, francese d’origine malgascia, e dell’austriaco Georg Tiller, pur restando documentario, con tutto il peso dei corpi dei detenuti, ammassati a centinaia nel cortile, e l’evidenza dei loro crani rasati, dei loro stracci sdruciti, per cui diventano indistinguibili l’uno dall’altro (è inutile che qualcuno gridi “Sono io!”), subito vira verso il fantastico, il visionario, il sogno, tramite il quale la protagonista, una ragazza semplice guardia carceraria, immagina di poter riconoscere suo padre, scomparso da anni, quando lei era ancora piccola, dopo aver ucciso (sembra) il fratello. Nell’immaginazione della ragazza, questo padre diventa un sanguinoso serial killer, che sceglie senza pietà le sue vittime, a seconda del responso dei tre dadi, due bianchi e uno nero, che lancia continuamente. La narratrice ricorda appena questi dadi, che in una sequenza onirica si mettono a girare come trottole. Il padre li lancia con freddezza, ma lei ama immaginare che nei suoi occhi possa brillare inopinatamente una lacrima. Non tanto una lacrima di pentimento, quanto di riconoscimento, nei confronti d’una figlia abbandonata, che in fondo non ha mai cessato di amarlo.
“Io ho conosciuto tuo padre!” le urla a un certo momento uno dei nuovi arrivati nel carcere – ma forse si tratta solo d’un altro visionario. La narratrice non sa se crederci. Continua la festa macabra della Repubblica dell’Ingiustizia: tra canti, suoni e balli, i morti bambini, i figli dei miserabili, continuano ad essere seppelliti, avvolti nei loro stessi stracci.

Alessandro Cappabianca

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