Archivi del mese: luglio 2018

FILMCRITICA 687/688

Il nostro Livre d’image di luglio/agosto con Cannes 2018, Jean-Luc Godard, Ulrich Kölher, Nuri Bilge Ceylan, Sergej Loznitsa, Fabrizio Ferraro, Todd Heynes e tanti altri…

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per il grande cineasta Claude Lanzmann, che ci ha lasciato ieri

Così scrivevo, nel lontano 1985, ancora scosso, perturbato, ammirato dalla visione di ‘Shoah’:

“Prima del film, il Nulla. Il vuoto di significazione. Lo sterminio degli Ebrei in Polonia non ha lasciato tracce. La negazione dei corpi e dei nomi si è preoccupata di negare innanzitutto se stessa. L’annientamento non può farsi visibile. Né essere immaginato o nominato, neppure dagli esecutori materiali della strage e dalle vittime stesse che devono restare prive di ‘senso’(..) Il tempo della morte è irreale, non prevede di essere registrato, o, comunque, commutato. Deve rimanere informe. Proprio per restituire forma e senso alla morte è nato ‘Shoah’. Sono state girate 350 ore di pellicola, in quattordici paesi diversi, effettuando le riprese in dieci volte, dal 1976 al 1981. La moviola e la morale hanno ricomposto l’enorme mole di materiale filmato che si è così organizzato in una architettura quasi sinfonica di poco meno di dieci ore. Soggetti-oggetti della visione: corpi e sguardi, gesti e parole. Di chi è sopravvissuto all’olocausto, di chi ha partecipato in prima persona, di chi l’ha comunque agito. E i luoghi che l’hanno ‘rappresentato’.
La Mancanza che li segna(..) viene violata dal montaggio. In molte sequenze la parola, la testimonianza, registrata in presa diretta, è innestata, inscritta ‘in off’ sulle immagini del Vuoto, dei paesaggi, e del senso. Il flusso filmico restituisce così alla morte, denotata dal ‘son’, spiata, ricercata dall’’image’, la connotazione e presenza perdute. Il genocidio non appartiene al passato. E’ il presente, che vive nell’Assenza. Di resti e memoria. Da riattivare, rievocare, da rimettere in scena, una volta scoperto e dissepolto. Lo sguardo di Lanzmann è quello di un archeologo del sapere filmico, il solo che può riportare alla luce della visione le zone buie, nascoste, inintelleggebili, di questo Evento senza Storia(..) ma ad essere interrogati sono soprattutto ‘i campi’, abbracciati da lentissime panoramiche, attraversati, solcati, scandagliati da carrellate verticali e orizzontali, scavati da una scrittura filmica che cerca, sulle loro superfici, la Verità(..) ‘Shoah‘ non documenta il passato(..), è, al limite, il documento del farsi fiction, anche nella lunghissima durata del metraggio, del Reale (..)
E’ su questo altro reale, su questi corpi e paesaggi, sospesi tra il passato storico e il presente schermico, è sullo scarto temporale e di senso, dato dal continuo raddoppiamento dell’azione e della parola, condotto da questi non sttori, replicanti di se stessi, che viene fatto lavorare l’immaginario dello spettatore(..) Ogni dettaglio è importante, ogni particolare è rilevante. Quel che si costituisce davanti ai nostri occhi è dunque una geografia, una topografia della morte che si è reificata in precisi e puntuali spazi e tempi(..) Su questo vuoto di realtà, rimesso in scena, e a fuoco, è eseguita questa memorabile perizia filmica. Sul territorio, umano e non umano(..) La camera, anche ‘a mano’, non è però sufficiente. Occorre inserire, nella ‘trama’ e nei tessuti della diegesi una telecamera, uno o più monitor. I resoconti asettici e neutri dei nazisti, le loro agghiaccianti negazioni, i loro ‘trous de memoire’, i loro canti, imposti ai deportati di Treblinka, qui rieseguiti e riesumati, i loro freddi sguardi, sono trascritti ‘a bassa definizione’. E in bianco e nero. Il colore non viene loro concesso”

(Non solo ‘Shoah’, nel link ‘Sobibor, 14 ottobre 1943, 16 Heures” intero, sott.francesi)

(estratto da Andrea Pastor, “Shoah-la morte invisibile”, pubblicato nel numero 357 di Filmcritica, settembre 1985)