Rossellini: seguendo la cometa

Le strade, i vicoli, le larghe piazze di notte in cui la Bergman si inoltra in Trastevere, per chiedere l’aiuto di un medico in Europa ‘51, nella lucida follia di una madre per il suicidio del figlio, respirano la stessa ansietà della piazza di Spagna di Roma città aperta, un respiro affannoso, il respiro del vuoto, di qualcosa che ancora deve accadere, il respiro di una rappresentazione non in atto, di una presentazione senza i personaggi, senza l’apertura del sipario; teatro senza teatro, una città che respira l’aria di paura della occupazione, l’aria cupa di chi sente di aver paura, paura che è nell’aria, nelle case con le finestre sprangate, coni silenzi della scalinata vuota, come in attesa di una recita che non ci sarà. In attesa: di qualcosa che deve accadere, di una premessa che è l’apertura di una situazione, la dramatis apertura di una tragedia ancora da scrivere. Ma già in atto, come un sapere soggettivo di qualcosa che respira nella struttura profonda della città, nelle vie centrali come in periferia, come in Anno uno, la febbrile corsa di Giorgio Amendola tra gli uffici e le case di De Gasperi e della sua figlia, immagini, ombre, di una tragedia ancora da scrivere; la Resistenza, il silenzio, l’angoscia di un Roma già morsicata dalla tragedia della morte di cento e cento e cento ancora cittadini, presi innocenti, in quel marzo che ho vissuto, nella scuola, al Virgilio, con la morte del padre di una compagna di classe, tragedia che correva sul filo nervoso delle cose realiste, di una visibile partecipazione, alla vista del visibile, partecipazione e penetrazione; il padre, e il pianto, non come parabole ma come realtà vissute in prima persona. La tragedia che si fa cronaca e la cronaca che si fa tragedia di uno, più uno, più uno, sino a 325 innocenti, tragedia tra il ‘figurato’ e il ‘proprio’, tra la realtà e la relazione mimetica.

Edoardo Bruno da Filmcritica 686 (Numero Speciale, Giugno 2018)

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