Archivi del mese: maggio 2018

Rossellini, “giullare” di Cinema


Nella foto, R. Rossellini sul set di Francesco, giullare di Dio

L’entrata in un convento di frati, in Romagna, di un gruppo di preti-soldati, ebrei e cattolici, lascia interdetti gli ingenui francescani, lascia aperto un discorso spirituale e materiale, con il quale dovrà fare i conti la Storia. Lascia aperta anche la rivoluzione, che attende; Francesco, giullare di Dio, è la rivoluzione, una ricostruzione di un’epoca, in un paesaggio sordo e inatteso, in cui, guidati da un inebriato da Dio, un gruppo di rivoluzionari sotto la pioggia e sotto la neve, molto spesso a digiuno ma sempre con la spinta d’amore, dà origine con Chiara ad un noviziato che perdura tutt’ora, attraverso inquietanti discussioni e condanne. Ed anticipa la rivoluzione, radicale della Chiesa,forse impossibile per un papa aperto a rivoluzionare e a riafferrare il Verbo, in una materialità disperata e in una casualità irrituale che già minacciava l’ordine, per la casualità del girare,girare dei frati, attorno a se stessi, sino a perdere il senso della coscienza; e una volta storditi, caduti a terra, trovare lì, in quel punto dove si è caduti, la direzione per un nuovo apostolato.
Rivoluzione radicale, forse impossibile, perché da un dio fatto uomo, con i limiti di un’umanità dolorosa e intensa? Da un dio non riconosciuto alla Resurrezione, (Giovanni; 20, 11-18) forse perché questa contrastava con il carattere umano dato all’Umano, con l’interruzione del metafisico e con la morte come termine, irreversibile?

Da Rossellini: seguendo la cometa di Edoardo Bruno, Filmcritica 686

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Rossellini: seguendo la cometa

Le strade, i vicoli, le larghe piazze di notte in cui la Bergman si inoltra in Trastevere, per chiedere l’aiuto di un medico in Europa ‘51, nella lucida follia di una madre per il suicidio del figlio, respirano la stessa ansietà della piazza di Spagna di Roma città aperta, un respiro affannoso, il respiro del vuoto, di qualcosa che ancora deve accadere, il respiro di una rappresentazione non in atto, di una presentazione senza i personaggi, senza l’apertura del sipario; teatro senza teatro, una città che respira l’aria di paura della occupazione, l’aria cupa di chi sente di aver paura, paura che è nell’aria, nelle case con le finestre sprangate, coni silenzi della scalinata vuota, come in attesa di una recita che non ci sarà. In attesa: di qualcosa che deve accadere, di una premessa che è l’apertura di una situazione, la dramatis apertura di una tragedia ancora da scrivere. Ma già in atto, come un sapere soggettivo di qualcosa che respira nella struttura profonda della città, nelle vie centrali come in periferia, come in Anno uno, la febbrile corsa di Giorgio Amendola tra gli uffici e le case di De Gasperi e della sua figlia, immagini, ombre, di una tragedia ancora da scrivere; la Resistenza, il silenzio, l’angoscia di un Roma già morsicata dalla tragedia della morte di cento e cento e cento ancora cittadini, presi innocenti, in quel marzo che ho vissuto, nella scuola, al Virgilio, con la morte del padre di una compagna di classe, tragedia che correva sul filo nervoso delle cose realiste, di una visibile partecipazione, alla vista del visibile, partecipazione e penetrazione; il padre, e il pianto, non come parabole ma come realtà vissute in prima persona. La tragedia che si fa cronaca e la cronaca che si fa tragedia di uno, più uno, più uno, sino a 325 innocenti, tragedia tra il ‘figurato’ e il ‘proprio’, tra la realtà e la relazione mimetica.

Edoardo Bruno da Filmcritica 686 (Numero Speciale, Giugno 2018)

la parola a Philip Milton Roth

non solo cinema. Salutiamo il grande scrittore che ci ha lasciato ieri con alcuni video nei quali Roth riflette sulla morte,sul leggere, sul ‘che farsene della vita’. I video sono in vo. con sott. italiani

a.p.

FILMCRITICA 686: ROSSELLINI/MARX!

In cielo proprio, uscendo
proprio adesso da una nuvola,
ecco scintillare la coda della cometa…

Cannes 71. I nostri film (7)

Anche In My Room di Ulrich Köhler è un film diviso in due, aspetto singolare e comune a diversi fra i film visti al Festival, che hanno lasciato una traccia più profonda. Armin, il protagonista, nella prima parte del film, ambientata a Berlino, oscilla tra insuccessi al lavoro e con le ragazze, ma quando ritorna in provincia nella casa del padre per la morte della nonna, dopo una notte passata a sbronzarsi in macchina, il mattino seguente tutto improvvisamente è cambiato.

Ogni presenza umana sembra scomparsa dalla faccia della terra, solo gli animali, cavalli, capre, cerbiatti, galline, perfino un alce – sono rimasti in un panorama da post-catastrofe, già declinato con crudele poesia dal cinema di Marco Ferreri. Armin, coltiva la terra, munge le capre e caccia gli animali, e quando compare Kirsi, unica donna, ad abitare con lui questo nuovo mondo, gli echi lontani di Il seme dell’uomo si fanno ancora più evidenti. In my room affascina perchè fa paura, mentre mostra senza filtri, con pacatezza e senza dramma, tutta la precarietà, la fragilità e la solitudine della condizione umana.

d.t.

Cannes 71. I nostri film (6)

Long Day’s Journey Into Night di Bi Gan

Un film diviso in due, non soltanto per il formato che a metà del film cambia, passando dal 2 al 3D, ma per l’uso stesso tattile e denso della stereoscopia che si salda alla durata della seconda parte, un unico, lungo, piano sequenza, girato senza stacchi. Il regista Bi Gan, non ancora trentenne, realizza un film stupefacente e mozzafiato che lavora sul sogno, sui cortocircuiti del metalinguaggio, su ciò che di misterioso accade dentro una sala cinematografica, tra buio e luce, e sul cinema come corpo mutante, con un tale livello vertiginoso di sperimentazione, da far dimenticare la prevedibilità delle tracce post-noir e il manierismo confuso della prima parte. Girato in unico take, lo spazio nella seconda parte del film, invece, si apre misteriosamente, come qualcosa di letteralmente mai visto, uno spazio tempo, sorprendentemente intimo, dove tornano, forse, gli oggetti perduti del passato, dove si giocano partite a ping pong, e si continua a cercare qualcosa, dove si usano teleferiche e droni per la ripresa, in una pioggia di scintille di stelle filanti che segnalano qualcosa di nuovo e di mai visto, che accade. Nè arte, nè tecnica, un mistero…

d.t.

Cannes 71. I nostri film (5)

En guerre di Stéphane Brizè.

Chi combatte rischia di perdere, chi non combatte ha già perso. E’ con questa frase di B.Brecht, in sovrimpressione, che si apre il film di Stéphane Brizè, segno programmatico di una lotta che trasmette tono e ritmo al film. A tre anni da La Loi du Marché, è di nuovo la perdita del lavoro, a essere in questione, questa volta in una fabbrica prossima a chiudere, o a delocalizzare, e ancora una volta protagonista è Vincent Lindon, nella parte di un delegato sindacale. Come filmare la parola operaia? Come dare visibilità a ciò che di solito non ce l’ha? E’ questa la scommessa e l’idea di cinema che guida Brizè, mentre entra nel vivo di ogni tappa faticosa della trattativa, filmando senza tregua le riunioni sindacali, le incertezze e gli scontri, con la macchina da presa che si sposta dall’uno all’altro operaio, con una asciuttezza e una tensione fisica rare da vedere, mentre si prepara l’inevitabile esplosione della violenza. Nel film, al calore di una lotta comune si alternano momenti di pessimismo e divisioni, ma la guerra non è ancora finita.

d.t.

Cannes 71. I nostri film (4)

Ash Is The Purest White, di Jia Zhangke.

In un arco di diciotto anni, dal 2001 all’ oggi, nell’ultimo film di Jia Zhangke, al ritratto e alla storia di un gruppo di piccoli gangster, si sovrappone quello più vasto di una Cina in rapida mutazione, mostrata, nella sua realtà fisica e nel paesaggio, dove i frammenti singolari di storie umane che si disperdono e si reincontrano, fanno emergere con violenza, le contraddizioni della Storia. A capo della piccola banda sono Bin e la sua ragazza Quiao ( Zhao Tao, stella fissa in ogni film di Jia Zhangke), legati dall’amore e da un senso di giustizia e fratellanza che sarà messo a dura prova e costerà a Quiao lunghi anni di carcere. Il film segue con concentrata tensione, il venir meno delle illusioni e l’insorgenza della solitudine, anche attraverso l’uso sommesso e potente di lunghi piani sequenza, bagnati talvolta dalla pioggia. Treni, traghetti, partenze e ritorni, la visione sfuggente del progetto delle Tre Gole e di un vulcano, dove il paesaggio diventa visione sensibile e materializzazione potente e diretta dei sentimenti.

d.t.

Cannes 71. I nostri film (3)

Al centro di Sauvage di Camille Vidal-Naquet, un “ragazzo di vita” che si prostituisce per le strade e nei parchi di Strasburgo. Le sue giornate, gli incontri con i clienti, la droga, il sesso, i furti occasionali, le risse, la solitudine, formano il tessuto scabroso e crudo di un film che colpisce continuamente per la durezza di un corpo a corpo con una realtà difficile, che nonostante l’estrema degradazione, sa aprirsi a zone di inattesa tenerezza. Il corpo usato come merce non esclude il bisogno d’amore, ma la libertà della strada rimane il richiamo più forte. Carni e anime pulsanti,inquiete, scolpite da uno sguardo sorprendentemente libero e allo stesso tempo preciso,rigoroso, etico quanto più si accosta, con pudore e dolcezza, ma anche decisione, a sfiorare l’hard core. Una sorprendente opera prima, per noi un immediato coup de foudre.

d.t. a.p.

Cannes 71. I nostri film (2)

Le livre d’image di Jean-Luc Godard.

Godard continua a interrogare l’immagine, il cinema e il mondo. Cinque capitoli, con diversi detour, come i continenti e le dita di una mano, materiali d’archivio trascinati in un flusso dissonante, continuamente interrotto dagli stacchi in nero, mentre il sonoro si decostruisce e si inabissa in una profondità stereoscopica mai udita, così. Sovrimpressioni e stratificazioni di voci, masculin/féminin. Desacralizzazione dei testi religiosi e delle stesse Histoire(s), in un libro dove le immagini e i suoni restano e resistono magnificamente incompiuti, nel dissidio incolmabile tra lingua e linguaggio. Rivoluzione e speranza.

(nel link la conferenza stampa in video con sott.francesi)

d.t a.p.