pronto per giocare con Spielberg

ready player one. Un incanto. Lo Spielberg che amo di più, quello di Always e Tintin, di Et e di GGG, quello fuori dalla Storia e dalle redazioni dei giornali, il creatore di mondi, il rabdomante dell’immaginario a venire, racconta il nascere di un bacio come missione (im)possibile, una fantasmagorica guerra dei mondi, tra il reale e il virtuale, tra il vedibile e l’invisibile. E l’altro reale, il cinema, che nei primi venti minuti sembrava sommerso e annientato, riemerge. Basta fare una marcia indietro al momento opportuno, osare ciò che il ‘Padre’ non ha mai forse osato fare. Trapassare dal singolare al plurale. Uccidere chi si ama per ridargli la vita. Nessuna nostalgia. Citazionismo come detour. Basta riconfigurare le icone anni 80, ma anche anni 30, cambiandole di segno, facendole danzare, ed ecco che la febbre ma anche la ‘fantasia’ del sabato sera, si fa epica, guerriglia, wagneriana e disneyana battaglia, tra Bay, Ejzenstejn e Kubrick, tra l’imax e il 70mm e il 3D, tra formati e copie conformi e difformi. Ritorno ai futuri. Le tre chiavi come le tre luci. Dopo i titoli di coda non ci sono segni di un possibile volume due. E’ tutto finito ma tutto deve ancora iniziare. Oltre lo schermo.

a.p.

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