Archivi del mese: marzo 2018

Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina a Milano

Si è aperta ieri e durerà fino a domenica 25 marzo la 28a edizione del festival che da molti anni esplora il meglio del cinema contemporaneo dei tre continenti e che vede, fra i selezionatori, il ‘nostro’ Giuseppe Gariazzo. Il programma è come sempre molto ricco e articolato e prevede, oltre al concorso lungo e cortometraggi, una sezione dedicata ai film di alcuni registi italiani, girati nei tre continenti, che cercano di indagare la drammatica realtà dell’immigrazione, e, nella sezione “Flash”, una panoramica di film di importanti autori, già proiettati in altri festival internazionali. Il programma completo è visibile ovviamente sul sito del Festival. Da segnalare, in particolare, “Une saison en France”, di Mahamat Saleh Haroun

“The Wandering Soap Opera”, di Raul Ruiz e Valeria Sarmiento

“On the Beach at Night Alone”, di Hong Sang-soo

e, nella serata conclusiva del Festival, “Legend of the Demon Cat” di Chen Kaige

a.p.

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ARGOMENTI – FILMCRITICA 683

Mostrare e non dimostrare

Architrave del cinema di Rossellini è il mostrare e non dimostrare che inaugurava l’era di un cinema politico libero e soprattutto non impositivo, ‘Mostrare’, far vedere e capire i meccanismi per cui accadono le cose, significa intervenire kantianamente sulla conoscenza del reale, per progredire e trasformare.
Il film di Clint Eastwood 15:17 – Attacco al treno è il nostro film del mese, un film che respira l’aria del paesaggio, che è lo sguardo dei protagonisti sulla realtà del presente, ‘teso’ come se tutto dovesse finalizzarsi in quel contatto fisico, muscoli contro armi, western pacifista, come storia e leggenda, western nella migliore tradizione americana, come unico modo per evitare la tragedia. Anche questa volta, un Oscar mancato.

Editoriale di Edoardo Bruno da Filmcritica 683

auguri a Bernardo Bertolucci (Parma, 16 marzo 1941)

nel link, intero, “La strategia del ragno”

a.p. (ringrazio Doriano Fasoli)

per Stephen Hawking

che ci ha lasciato due giorni fa, uno dei più conosciuti e autorevoli scienziati del mondo. Cosmologo, fisico, matematico, astrofisico. Nel link, intero, “A Brief History of Time”, il documentario che Errol Morris gli dedicò nel 1991. Il titolo è tratto da uno dei più celebri testi di Hawking, “Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo”

a.p.

Filmcritica 683…

Eccoci in stampa… con Clint Eastwood, Roman Polanski, Steven Spielberg, Kathryn Bigelow, Paul Thomas Anderson, Raul Ruiz, Martin McDonagh, Vittorio Taviani… e tanto altro…

BFM 2018

Si è inaugurato ieri, con l’apertura della mostra personale di Jonas Mekas, al Palazzo della Ragione, e con la proiezione della copia restaurata de “L’ultima risata” di Murnau il Bergamo Film Meeting che si concluderà il 18 marzo. All’interno del fittissimo programma, consultabile sul sito del festival, si segnalano gli omaggi a Liv Ullmann (della quale verranno proiettati non solo i film di Ingmar Bergman che la vedono protagonista ma anche tutte le opere da lei dirette) e a Jonas Mekas (del quale si potranno vedere “Out-Takes from the Life of a Happy Man”, un collage di materiale omesso dai lavori del filmmaker di origine lituana tra il 1960 e il 2000, e “Seasons”) e tre retrospettive dedicate all’austriaca Barbara Albert, a Stéphane Brizé e al rumeno Adrian Sitaru

(nei link, intero, il film di Murnau e un estratto di “Out-Takes from the Life of a Happy Man”)

a.p.

ci ha lasciato ieri André S. Labarthe

prolifico e sempre illuminante critico, attore e ‘cineaste de notre temps’

a.p.

per Angela

Agire la pellicola, lavorarla, filmarla per approfondire la visione assoluta di un cinema autoreferenziale, che guarda e si guarda, che esiste per guardarsi e farsi guardare. Universale e nello stesso tempo intimo. Come scrivere appunti con la luce, dettare frammenti di pensiero nell’istante in cui si vede. L’estremo lembo di un cinema sperimentale, magmatico, fisico (nel senso di un reciproco rapporto di tangibilità tra la macchina da presa e ciò che sta di fronte) passa attraverso l’opera di autori sperimentatori come Jervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, e ora che Angela se n’è andata, il ricordo va alla sua tenacia e al suo sorriso forte e aperto. Sapeva comunicare con gli animali e questo, ai miei occhi, faceva di lei una donna di inesauribili sorprese, curiosa e aperta e accogliente, come un grande albero, con radici robuste e rami aerei.

Grazia Paganelli

nei link alcuni film realizzati da Gianikian e Ricci Lucchi

L’inquietante demone della creazione

È come se Polanski avesse girato il suo film in un unico grande set, con studi e appartamenti, a Parigi e in campagna, case e ambienti diversi, sempre con fitte librerie piene di libri – case e studi ‘intellettuali’ – di una scrittrice di successo insidiata da una giovane arrivista, neo-scrittrice – Eva contro Eva – che con astuzia e perfidia si infila nella sua vita privata.
Ossessivo, crudele, Polanski esplora i primi approcci, con i soliti complimenti: ma tra le due donne stende come un sottile legame che sfiora, senza eccedere, l’omosessualità. Un film dal forte respiro, come isolato nella sua solitudine. Un’opera chiusa in se stessa con pochi esterni e divagazioni.
Polanski non abbandona mai le due donne, diverse per temperamento e per età, gioca sulla bellezza sofisticata di Elle (Eva Green) e sulla bellezza adulta e disinvolta di Delphine (Emmanuelle Seigner). La mdp indaga sulla loro vita privata, elenca giorno per giorno l’ansia di lei di continuare a scrivere, a superare l’incubo della ‘pagina bianca’, dipesa anche da problemi di allucinazione ottica, oltre che dalla ricerca di un tema più filosofico. Ma indaga anche sulle piccole abitudini che, giorno per giorno, le avvicinano, l’incontro al caffè, e le allontanano, le discussioni continue.

Estratto della riflessione di Edoardo Bruno sul film di Roman Polanski, Quello che non so di lei