auguri a Liv Johanne Ullmann (Tokyo, 16 dicembre 1938)

primissimo piano di Bergman, sua musa e soprattutto grande regista, largamente sottovalutata, alla quale il Bergamo Film Meeting del prossimo anno dedicherà una retrospettiva.

Cosi scrivevo su “Miss Julie” nel n.661/662:

“Tutto è più grande dei singoli pezzi” dice, ormai irrimediabilmente fuori campo, la voce di Jessica Chastain, dopo che la si è vista spargere dei fiori nell’acqua di un ruscello, prima dell’ellisse mortale, quella che anticipa la sua morte, la ripresa dall’alto del suo cadavere sdraiato sull’erba, sanguinante, o meglio, dal quale fuoriesce una macchia rossa violacea, in forte contrasto col blu del suo abito. Sono le parole prima del suicidio, quelle che chiudono “Miss Julie”, datato 2014 (..),poco ascoltato oltre che poco visto, sono le ultime parole del film, sono tra le tante, in più o in meno, fra quelle che non appaiono nel testo originale di Strindberg. Sono solo parole aggiunte, legate al processo di trasposizione, quelle che sostituiscono l’”Andate!” dell’originale? Rimandano solamente alla psicologia della protagonista, ai suoi tormenti, o questa frase proferita in punto di morte, anche di quella delle immagini, ci suggerisce, sottilmente, discretamente, senza alcuna intenzionalità esplicitamente metalinguistica, l’idea di montaggio che fonda qualsiasi produzione di senso, non solo filmico? Credo che con questa frase, al momento del congedo dal nostro sguardo, Ullmann voglia più che mai renderci partecipi, nell’andare verso la messa a morte della sua femmina folle(..) delle modalità di produzione del senso della sua opera, del suo essersi affrancata dai canovacci bergmaniani, dalle loro confidenze fil- miche, dalle loro parole proferite da ppvoltimaschere, del suo essere riuscita ad eccedere il testo di partenza, a riscriverlo, a reinventarlo per un film che solo apparentemente sembra iscriversi nella tradizione del teatro in costume (magari ben) filmato. Perché i singoli pezzi del film, i suoi numerosi campi e controcampi ai quali sembra ‘ridursi’ il due + uno di questo kammerspiel che scorre, fluido, tutto in una notte di mezza estate, è ben altro nel suo insieme, nel suo tutto. Rispetto ai suoi, peraltro molto intensi, precedenti film, è il Corpo a vibrare, a prendere la parola, a prendere forma e luce, a farsi campo di forze del conflitto uomo donna, servo Padrona, vittima carnefice, conflitti che già innervavano la sintassi di Strindberg e che qui riprendono una spettrale, baluginante, spettrale vita(..)

a.p.

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