Monthly Archives: aprile 2017

Auguri a Paul Vecchiali, al grande cineasta, da sempre amico di Filmcritica

che oggi compie 87 anni.

Nel link la sequenza finale di “En haut de marches”, uno dei suoi tanti capolavori, nella quale è presente un’ altra grande amica di Paul, e nostra, Floriana Maudente, che ci ha lasciato nel 2002, e che continuiamo a ricordare con molto affetto.

a.p.

 

Pensando a Jonathan

a.p.

JONATHAN DEMME (1944 – 2017)

“In Dove eravamo rimasti, le grandi prove di regia, Philadelphia, The Truth about Charlie, The Manchurian Candidate e il superbo e invisibile Beloved, a volerne ricordare solo alcune delle ultime, lasciano il posto ad una libertà anche fragile. Una libertà già sparsa altrove, in altre sequenze della memoria: la musica dell’Andrea Chenier di Giordano e la voce di Maria Callas che accompagnano il dolore di Andy Beckett in Philadelphia; l’ingresso di Virgia Lambert nell’appartamento vuoto di Parigi in The Truth about Charlie, il suo straniato e inquieto girare per le grandi stanze di esso, il suo improvviso scivolare in un precario girare su se stessa; o, ancora, la meravigliosa sequenza dello spogliatoio di The Manchurian Candidate, con quel bacio tra Eleanor Shaw e suo figlio Raymond, che richiama alla mente la cupa sequenza incestuosa tra Sophie von Essenbeck e il figlio Martin, come in una personale rilettura de La caduta degli dei di Luchino Visconti; fino ad arrivare, o a ritornare, alle farfalle in cui si dissolve, sotto il portico di casa, il corpo di Beloved nel finale del film.” (Michele Moccia in Filmcritica 659, Ottobre 2015)

Oggi e sempre resistenza

Roberto Rossellini sul set di Paisà

Lo spettatore critico: Quasi un realismo magico

Mal di pietre di Nicole Garcia

Con Marion Cotillard, Louis Garrel, Alex Brendemuhl

Francia, Belgio 2016; 120’

Francia 1950, Alta Provenza. Dopo una festa contadina e una descrizione sommaria dei personaggi, marito e moglie, in macchina, accompagnano il figlio, più o meno quindicenne, al Conservatorio per una audizione importante. D’improvviso la macchina nell’imboccare una via si deve fermare per permettere ad un camion di scaricare la merce, e la mamma Gabrielle (una Marion Cotillard molto intensa) scende di corsa, come allarmata ed entra in un portone. Via e numero precisi, come nei racconti di Bontempelli, quasi in un realismo magico, tutto cambia, viene arretrato a quindi anni prima, quando il ragazzo non era ancora nato , il racconto va indietro, ma i costumi no, i vestiti, il colore locale, i volti degli attori, restano identici, ma i fatti seguono l’alternarsi degli eventi.

Nicole Garcia, la regista, ha voluto rifarsi ad un clima particolare ed entrare, così, in una specie di realismo magico, con tutti i dati realistici di una rappresentazione, mantenendo costante l’aria del paesaggio, il clima esasperato di una guerra lontana e i rilievi di una storia romantica? Abbandonando il romanzo di Milena Agus ambientato in Sardegna?

Nel film, la guerra con l’Indocina, raggela il racconto. L’incontro di Gabrielle, ricoverata per il ‘male di pietre’, con un ufficiale ferito mortalmente, interpretato da Louis Garrel, in un ospedale anche militare, denso di nebbie umide e di ombre, dà un rilievo bretoniano al racconto, vivo e morto surreale nei continui incontri e ricordi, spettro e realtà, esile amante impotente, capace di amare, di un amour fou incredibile, manuale, tattile e nello stesso tempo intenso, fino ad incidere sul carattere del figlio, inseminato nello stesso tempo dal legittimo padre. Il bambino che nasce ha i silenzi, le malinconie e l’amore per la musica suonata dall’ufficiale. Qui, a questo punto la trama si interrompe, quasi un sipario improvviso riporta ogni cosa al suo posto, l’audizione al Conservatorio, la gioia dei genitori, la musica, la stessa che suonava con fatica Garrel.

e. b.

Dov’è la libertà? di Roberto Rossellini

“Le fasi deformate in senso espressionistico non esauriscono il racconto di questo ritorno alla normalità, in una Roma tradita dalle opere del regime, del barbiere Lojacono che non ritrova più la sua bottega. Tutto il dramma si inscrive sulla maschera di Totò martoriata e mobilissima: Totò incide la fiducia e gli spasimi, le perdute occhiate d’amore, il rider sarcastico. Dov’è la libertà?, nella sua intonazione grottesca sorretta dalla audacia stilistica della deformazione, colora persone e situazioni di mostruosità: notate l’usuraia che sogguarda Abramo traverso le dita, per spiarlo nella finzione del pianto convulso”. (Marcello Clemente, Filmcritica n.36, maggio 1954)

L’accadere della speranza

L’altro volto della speranza

Di Aki Kaurismäki

Con Sherwan Haji, Sakari Kousmanen, Ikka Koivula

Finlandia 2017

Anche questo film di Aki Kaurismäki riflette l’astrazione di una forma impartecipe, uno scorrere in silenzio delle immagini coordinate come in una lanterna magica. Piegato da una rigidità geometrica il corso degli eventi riflette uno stile di narrazione modellato per quadri, come se i due fatti narrati si svolgessero nello stesso tempo, la partenza del negoziante all’ingrosso che decide lasciare la casa e di vendere tutto lo stock di camice per comprarsi un ristorante e l’arrivo di un giovane siriano che sbarca da un cargo di carbone a Helsinki, alla ricerca di una sorella, la sola della famiglia sopravvissuta alla strage di Aleppo e di un lavoro.

Due storie attratte per visioni casuali, riguardate con l’occhio rigoroso della poesia di un autore che osserva la vita senza poter intervenire, alla luce dei fatti. Si avverte un sottile contatto, ogni dato è come una interfaccia, come il piego leibniziano, in cui l’inclusione ha una condizione di chiusura che il filosofo enuncia nella sua formula “pas de fenetres”, senza uscite, e che il punto di vista non riesce a colmare. Sono le inflessioni dell’anima, le pure virtualità, le ‘pieghe’ come causa finale, e l’atto compiuto.

Kaurismäki innerva i fatti come in una ballata, come nel Miracolo a Le Havre, riesce a cogliere il soffio degli eventi con una logica casuale, come da destino, incerto, palpitante. Ma la linea del racconto emerge nel finale, quando tutto sembra perdersi nelle linee narrative, ed è di nuovo un soffio, un sussulto lasciato aperto, all’accadere della speranza.

Edoardo Bruno

Il cervo dalle corna d’oro

Il viaggio di Nick Hamm

Con Timothy Spall, Colm Meaney, Toby Stephens

GB 2016; 94’

Fantastoria o ricostruzione drammaturgica Il Viaggio di Nick Hamm è una cavalcata im-possibile attraverso la storia, dopo 40 anni di guerra tra protestanti e cattolici, nella insanguinata Irlanda del Nord. Un film-dialogo, in un inferno sartriano, a porte chiuse in un’automobile in corsa, verso un aeroporto, stretto e rigoroso, dove la chiarezza dei temi affrontati apre una discussione tra due avversari politici in eterno conflitto, Ian Paisley del partito Unionista e Martin McGuinness ex comandante dell’Ira.

La dialettica interna, sulla base dei fatti accaduti e dell’eterno distacco tra le due posizioni, costruisce un dialogo esasperato, una sorta di possibile-impossibile, in fuga verso un verosimile, che la mdp evidenzia (e forza) con la logica del visivo, a metà del film, entrando con le immagini nel labirinto di ragionamenti inconcludenti, in lotta con l’imprevisto.

E’ un cervo che interrompe la corsa, urtando contro l’auto uccidendosi, il cervo dellavolpiano dalle corna d’oro e dall’imperscrutabile impossibile. L’automobile si arresta ma il dialogo, a piedi, esasperato continua. I due si involgono in una foresta, tra gli alberi e i rami (e la pioggia), sino alla loro entrata nei simboli – una chiesa abbandonata in restauro e un cimitero – artificio visionario sulle superfici a colori delle Vetrate, che sposta la dialettica del discorso verso il sub-limine Ma la perentorietà della Storia ‘è’ cinema politico (e contemporaneamente ‘teatro’) raggiunto attraverso lo straniamento di due attori di classe, Timothy Spall e Colm Meaney, che sono e non sono, nella loro epica ricostruzione, i personaggi e gli attanti.

Edoardo Bruno

Per Mino Argentieri

“Il cinema è parte integrante della vita, va oltre la vita, aiuta a sognare e a immaginare”. Con queste parole ricordo la passione e l’amore per il cinema di Mino, critico degli anni di fuoco nei quali la polemica e il dissenso erano ammessi, sperando in un mondo migliore.

Lettera aperta di Edoardo Bruno a Maurizio Molinari, direttore del quotidiano ‘La Stampa’

pubblicata sul giornale di oggi:

Caro Direttore, il cinema è tornato sulle prime pagine dei giornali e la sua Missione, come ha scritto l’altro giorno Guido Chiesa, è farsi ascoltare dai giovani: ma attenzione a non spingere il cinema tra i media, insistendo sui contenuti. Il cinema è un’arte, è la rivoluzione che ci ha lasciato il XX secolo, l’arte che si dovrebbe studiare nelle scuole, approfondendo le poetiche dei grandi autori, Ejzenstein, Griffith, Chaplin, sino ai nostri contemporanei Rossellini, Spielberg, Reitz, Truffaut, Godard, Bressane, De Oliveira, Gitai…
E’ tutta una cultura che viene trascurata e ignorata dalla distribuzione e dalla critica; si ignorano una serie di autori e di film che danno respiro a tutte le indagini politiche e sociali, senza trascurare la interna poeticità del linguaggio e della struttura. Il cinema è la nuova poesia, “Viviamo nel mondo delle cose”, scriveva Pavese, “dei fatti, dei gesti che è il mondo del tempo” , e in questo tempo il cinema di Straub-Huillet ha filmato il lavoro come realtà di una eredità contadina; e come sogno. Dice Reitz il grande regista tedesco della saga Heimat “Da dove vengono i sogni? Sembra quasi che essi stiano nel mondo prima ancora di sognarli” .
Oggi si avverte l’attenzione al cinema ma non si insiste sulla necessità di uno studio attento sul film e sul suo linguaggio, che la scuola dovrebbe avere. L’Università da anni sta laureando giovani professori che potrebbero colmare queste assenze: ma le chiamate nelle scuole sono mancanti.