Otello, con la regia di Amos Gitai.

gitai

Un Otello decostruttivo, scultoreo, politico, lucido. Gitai mette come in parentesi l’Opera rossiniana pensando a un Otello exote che attraversa anacronicamente i tempi, preleva con rispetto didattico e insieme con nerbo fermo l’impianto operistico e il mithos di Otello, lavorando per sovrimpressione minime, lacerti dei suoi viaggi filmico, note a margine brechtiane, scomposizioni a vista, lasciando che emerga frontalmente il tessuto musicale rossiniano e che si staglino le domande brechtiane faccia a faccia con la storia, mettendo in evidenza il lavoro e la forza, la passione e il destino dello straniero. Il tutto con una umiltà rosselliniana che legge lo spazio dell’opera come metafora della lotta dell’uomo per il riconoscimento e la sopravvivenza. (b.r.)

Otello di Gioacchino Rossini incontra Bertolt Brecht nella regia scarna e concentrata di Amos Gitai, che, ha voluto immaginare il Moro come un outsider, un migrante, qualcuno che provenendo da un altro paese, l’Africa, viene guardato con diffidenza. La regia di Gitai possiede una durezza e una necessità tutta politica, che spiega tanto la presenza poetica di Brecht (Domande di un lettore operaio) quanto le immagini- frammento, anch’esse in migrazione, prelevate da Kippur e da altri suoi film, che vanno a comporre uno straniato mosaico di tessere che, nel rispetto assoluto del testo, lo accompagnano e lo interrogano con la dialettica stringente delle sovrimpressioni.
Solo Jean-Marie Straub, nel cinema, ha saputo far entrare e vivere la poesia di Bertolt Brecht con la stessa forza di Amos Gitai, che segna qui il passaggio tra il secondo e terzo atto con gli operai del teatro che, smontando la scena a vista, mostrano che cosa continua ad essere il lavoro nella flagranza del suo compiersi. (d.t.)

Ultima replica, martedì 6 dicembre 2016 ore 18.00 al Teatro San Carlo a Napoli.

 

 

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