Monthly Archives: dicembre 2016

la messa in scena dell’ Ombra. Buona, allucinata, visione e buon anno da Filmcritica

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auguri a Pedro Costa e a Lav Diaz

nati entrambi il 30 dicembre 1958

a.p.

paterson

Jarmush conferma che una città di poeti (William Carlos Williams, Allen Ginsberg),  di anarchici (Gaetano Bresci) e anche di comici anarchici (Lou Costello), non può essere che una città-fantasma, percorsa da autobus-fantasma, occupati da passeggeri-fantasma. Al volante, un Driver-fantasma, uno che porta lo stesso nome della città (Paterson) e ha il dono di vedere ovunque fantasmi (o fantasmi-gemelli) Jarmush a sua volta, fantasma dai bianchi capelli vaporosi, ha il dono di rendere fantasmi i suoi attori, e al contempo di ipnotizzare gli spettatori, inducendoli a credere nell’incredibile, ossia nell’esistenza corporea dei poeti.

a. c.

Buone feste da Filmcritica!

JOAQUIM JORDÀ

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Ringraziamo Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri per il ricordo di Joaquim Jordà nel decimo anniversario della sua morte, vogliamo solo ricordare che Jordà è a Filmcritica dal giugno del 1967; già in una intervista con Paolo Castaldini parlava della nuova politica del disimpegno. Il suo Dante non es unicamente severo “solo apparentemente si rifugia nell’evasione, in realtà invade tutti i termini di un discorso concreto dalla politica alla società; dai modelli di comportamento alla critica della esasperazione semantica” (Edoardo Bruno, Filmcritica 178). Il film lo abbiamo indicato noi al Festival di Pesaro dove ha avuto il Premio Filmcritica con l’approvazione del solo Jonas Mekas che lo ha capito ed amato.

TUTTI I COLORI DEL CINEMA: AUGURI A FILMCRITICA!!!

L’8 dicembre del 1950 usciva il primo numero di Filmcritica, Auguri a una rivista che oggi compie 66 anni!

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Edoardo Bruno – “L’occhio, probabilmente”.

Edoardo Bruno – “L’occhio, probabilmente” (Manifestolibri).
Già dalla prima riga dell'”Arte come artificio”, Sklovskij ribadiva che l’arte è “pensiero espresso per immagini”, ma avvertiva che una cosa del genere poteva anche suonare come una banalità. Perché non lo sia, in effetti, occorre re-interrogarsi sul concetto di pensiero, estendere i suoi confini fino a incorporare i territori del SENSO. Il discorso sul cinema, allora, diventa davvero centrale. Scrive Edoardo: “il cinema ri-pensa il mondo, gli oggetti, l’umano e il disumano, la macchina e l’uomo, ri-pensa e ri-flette, allunga lo sguardo, compiendo una riformulazione dello stesso punto di vista, inquadra, taglia, rivela, approfondisce l’essente.” In questo, il senso del cinema è davvero senso in più.

a. c.

Otello, con la regia di Amos Gitai.

gitai

Un Otello decostruttivo, scultoreo, politico, lucido. Gitai mette come in parentesi l’Opera rossiniana pensando a un Otello exote che attraversa anacronicamente i tempi, preleva con rispetto didattico e insieme con nerbo fermo l’impianto operistico e il mithos di Otello, lavorando per sovrimpressione minime, lacerti dei suoi viaggi filmico, note a margine brechtiane, scomposizioni a vista, lasciando che emerga frontalmente il tessuto musicale rossiniano e che si staglino le domande brechtiane faccia a faccia con la storia, mettendo in evidenza il lavoro e la forza, la passione e il destino dello straniero. Il tutto con una umiltà rosselliniana che legge lo spazio dell’opera come metafora della lotta dell’uomo per il riconoscimento e la sopravvivenza. (b.r.)

Otello di Gioacchino Rossini incontra Bertolt Brecht nella regia scarna e concentrata di Amos Gitai, che, ha voluto immaginare il Moro come un outsider, un migrante, qualcuno che provenendo da un altro paese, l’Africa, viene guardato con diffidenza. La regia di Gitai possiede una durezza e una necessità tutta politica, che spiega tanto la presenza poetica di Brecht (Domande di un lettore operaio) quanto le immagini- frammento, anch’esse in migrazione, prelevate da Kippur e da altri suoi film, che vanno a comporre uno straniato mosaico di tessere che, nel rispetto assoluto del testo, lo accompagnano e lo interrogano con la dialettica stringente delle sovrimpressioni.
Solo Jean-Marie Straub, nel cinema, ha saputo far entrare e vivere la poesia di Bertolt Brecht con la stessa forza di Amos Gitai, che segna qui il passaggio tra il secondo e terzo atto con gli operai del teatro che, smontando la scena a vista, mostrano che cosa continua ad essere il lavoro nella flagranza del suo compiersi. (d.t.)

Ultima replica, martedì 6 dicembre 2016 ore 18.00 al Teatro San Carlo a Napoli.