su “Fai bei sogni”

di Marco Bellocchio, ancora in sala. Così da Cannes Grazia Paganelli:”(..) È sentito e toccante, sussurrato e insinuante(..) E così il bambino Massimo si porta oltre con la vita ma non si allontana mai dal rumore che l’ha svegliato la notte in cui sua madre è morta. Una storia d’amore che si interrompe improvvisamente, senza spiegazioni, lascia un vuoto profondo e spinoso. Lascia lo sguardo perso verso nessuna direzione, interrogativi sospesi senza destinazione. Così Bellocchio sceglie di elaborare questo racconto semplice, disseminandolo di percorsi, creando una fluida accelerazione nell’alternanza tra presente e passato. Non c’è nulla da spiegare o rivelare, semplicemente il desiderio di portare il cinema dentro confini imprecisabili, che sono quelli della memoria e della sua persistenza nel presente, generando immagini sbagliate, a tratti ridondanti, a tratti, al contrario, espressioni tangibili di mancanze. E non è tanto la percezione dell’assenza, quanto la mancanza vera e propria, i vuoti fisici dentro l’immagine con cui fare i conti (..) che si trasformano in un crescente eccesso dei sensi. Si procede alla cieca e non è detto che quello che si vede sia reale o il trasformarsi di un’idea in immagine. La vertigine è uno stratagemma centrale in questo film popolato di fantasmi(..)

Se vediamo Fai bei sogni con gli occhi del suo protagonista (un ipnotico Valerio Mastandrea), ci ritroviamo divisi come lui tra ciò che si vede e ciò che non si sa di non sapere. Tutto scorre davanti ai suoi occhi, come su un televisore (e proprio i programmi televisivi, l’estetica anche sonora contamina il film), come rivivere un sogno dopo che ci si è svegliati. Con quella distanza indefinibile tra sé e tutto il resto, chiuso in una bolla di sapone che lo riporta sempre indietro, ai pomeriggi spensierati tra compiti e canzonette, gli interminabili viaggi in tram, l’estrema felicità, l’estremo smarrimento. Fino alla tristezza remissiva del personaggio di oggi, antieroe per eccellenza, perché si lascia accadere tutto senza agirlo mai(..) Raccontare il processo di un cambiamento tanto intimo ha significato per Bellocchio uno sguardo spogliato di quella rabbia che ha studiato meticolosamente per tutti questi anni. Perché non di un salto nel vuoto si tratta, ma di un tuffo dentro se stessi e nella folla dei pensieri accantonati. Come può il cinema mostrare il passo astratto di un uomo qualunque? Servono il cinema, Belfagor, l’ironia dell’horror evocato e la dissoluzione strategica del melodramma e della nostalgia”
(estratto da “La nota stonata”,n.665/666)

a.p.

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