da oggi al 26 novembre il 34 Torino Film Festival

Segnaliamo in particolare, come sempre, la sezione “Onde”, curata dal ‘nostro’ Massimo Causo e TFFDOC e ITALIANA.CORTI, curata da Davide Oberto. Oggi pomeriggio proiezione  di “Elle” di Paul Verhoeven.

Così da Cannes Daniela Turco: “(..) Sembra che Paul Verhoeven, a tredici anni, visitando una mostra di Mondrian, fosse rimasto affascinato da quelle tele astratte, dalla geometria squadrata delle campiture rosse, gialle e blu, interrotte da linee nere ad angolo retto e che durante la lavorazione di Elle abbia ripensato molto a quei quadri. Anzi, è proprio da quei quadri, dove attraverso un processo di astrazione ogni tridimensionalità era stata abolita per arrivare alle fondamenta delle cose, che ha importato l’idea di una frattura altrettanto netta e brutale, una linea d’ombra che in questo film, come, forse, in tutto il suo cinema, fonda e attraversa le immagini. Mondrian pensava, infatti, che nell’arte fosse stato troppo trascurato l’elemento distruttivo, e così anche Verhoeven che, infatti, dalla prima sequenza di Elle – lo stupro – apre il film con pura furia fulleriana, avvitandolo contemporaneamente – un aperto omaggio a Renoir – su un’idea di violenta irruzione dell’inatteso, spinta fino alle estreme conseguenze. E se la regola del gioco diventa qui quella della maschera e dello stupro, l’effrazione non viene comunque praticata soltanto sui corpi, ma, molto più radicalmente, investe le immagini e lo spettatore, mettendo in atto un’idea e un uso del cinema come corpo contundente e oscuramente pericoloso, arrivando a mostrarne la carne e il sangue, la violenza sessuale ipostatizzata come scena originaria.

Così, anche Verhoeven, nel segno della rivoluzione neoplastica di Mondrian e della secca geometria delle sue linee nere, riesce a penetrare dentro l’essenziale, facendo emergere la parte più nascosta e carnale – in pochi film è possibile avvertire come in questo pressione e potenza minacciosa del fuoricampo -, il nucleo più segreto del film che, come intravisto attraverso una porta o una finestra socchiusa, già sprofonda nel buio dentro e fuori di noi.
Elle/Michèle ha il volto chiaro e senza tempo di Isabelle Huppert, che è molte donne insieme: imprenditrice di successo, madre, ex-moglie, figlia dal passato – si scoprirà – angosciante: un padre serial killer che l’ha coinvolta bambina, nei suoi crimini. Michèle, tuttavia, quanto più la sua femminilità appare sotto attacco, tanto più sposta le sue reazioni su un piano del tutto imprevedibile e spiazzante, compreso il gioco mentale, fatto di attese e di fantasie di ribaltamento della violenza, che inizia a intrecciare con il suo stupratore, di cui, senza mettere la polizia in mezzo, vuole scoprire l’identità. Da questa ambiguità diffusa e crescente provengono forse le sequenze più belle e misteriose del film – Verhoeven ha girato, come già per Tricked (2012) con due telecamere affiancate, lasciandosi tendenzialmente andare a lunghi, fluidi piani-sequenza, che nascondono un eccitante doppio senso di voyeurismo e di trappola -, come quella in cui solo alla fine si scopre, che ciò che si credeva essere un nuovo stupro, non era in realtà che una fantasia di Michèle, che nel mettere in scena, nei suoi pensieri, la violenza subìta, la conclude in tutt’altro modo, o come quando un vento furioso spalanca con forza tutta le finestre della casa, e Michèle, nel turbine dei capelli, aiutata dal vicino di casa, deve lottare per chiuderle. Qui si sente anche agire in sottotraccia, come trascinata dal vento, oltre a un lavoro di riattivazione sottile e preciso delle impronte diffuse lasciate sul corpo di Elle di Chabrol, Godard, ecc., la presenza di un romanticismo violento e straniato, che colpisce proprio perché malgrado tutto emerge spesso nei film di Verhoeven e anche tra materiali duri e arrischiati cerca sempre di aprirsi un varco. Ci si trova spaesati davanti a sequenze come questa, a immagini sfuggenti, che si biforcano – anch’esse, come lo stupratore, mascherate -, dove a mobilitarsi è soprattutto la violenza sotterranea di un’esperienza erotica legata al guardare come pura forza del negativo e dove a mostrarsi è la forma ambigua di un cinema fisico, eroticamente vivo, che ancora osa andare in cerca di uno spettatore, cui affidare, alla fine, il compito di tirare i fili, di produrre più domande che risposte, per cercare di arrivare a una verità che, tutta, comunque – Lacan docet – non può mai essere detta.

Soprattutto, per fortuna, Verhoeven non è Haneke, il che significa semplicemente che davanti alla sua macchina da presa, tanto le sue attrici, così come i personaggi che interpretano, sono sempre soggetti straordinariamente liberi, potenti macchine desideranti in azione, senza alcuna passività che le costringa, femmine folli, molto spesso sole, donne anticonvenzionali e anti-sistema, capaci di compiere gesti di libertà, rari da vedere tanto nel cinema come nella vita.
Quando il vicino della casa di fronte, che Michèle, masturbandosi, spia occasionalmente con il binocolo dalla finestra, durante un invito a cena da lui, le spiega che il pavimento di casa sua è riscaldato da una combustione invertita, chiedendole se vuole vedere come funziona, si avverte chiaramente che scendere in cantina per Paul Verhoeven significa anche capovolgere da cima a fondo un certo ordine borghese costituito per mostrare ciò che di solito non si vede, ma brucia: il pericolo e la pressione incontenibile delle pulsioni inconsce, il nesso micidiale tra perversione e ripetizione, la presenza implacabile e misteriosa, sempre ricorrente nei suoi film, della morte. Elle infatti si chiude, per ricominciare di nuovo, tra i viali alberati e ariosi del Père Lachaise, con due donne, Michèle e la sua amica-socia, che si allontanano insieme dalla tomba del padre di Michèle e dalla sua legge mortifera, verso una linea di fuga aperta e deleuzianamente in divenire, che fa di Elle uno dei film più vitali e politici visti al festival(..)”
(estratto da “Femmes, Femmes…”, pubblicato nel numero 667/668)

Sul film vedi anche post di Alessandro Cappabianca (20 ottobre)

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