finalmente da oggi in sala “Knight of Cups” di Terrence Malick

che era stato da noi inserito fra i film ‘di tendenza’ nel numero 653 e al quale avevamo offerto la foto di copertina.

Così, da Berlino, Lorenzo Esposito: “(..)Terrence Malick racconta senza mezzi termini(..)il vitalissimo grande nulla d’ogni paradosso. La storia di un vuoto abissale, che invece d’ essere liquido, viene continuamente liquidato dall’ arabesco fittissimo di sussurri potenti e pregati, grida di dolore il cui impatto devastante si genera da un mosaico di voci off smarrite in eco lontane, disseminate, singhiozzate, claudicanti.Se di un’ unica grande preghiera si tratta, è una preghiera selvaggia e disperata, che usa il cubico sorvolo aereo delle immagini(..)per mostrarne l’illusione, l’inesorabile ritorno al nulla da cui sperano un giorno di sollevarci(..)Nel frattempo, chi sperava in una narrazione, se non lineare, almeno avvolgente,si abituerà, anzi riconoscerà se stesso nell’ abitudine al frammento, o al racconto fatto di colpi d’ occhio su cose già viste e già raccontate milioni di volte e milioni di immagini fa. Si chiama memoria al lavoro, risalita dal basso di punti-luce, rivoluzione ininterrotta degli affetti(..) Ci sarebbe piuttosto da chiedersi che cos’è per Malick il cinema, visto inoltre che tutto questo gigantesco smottamento, questo pauroso perpetuo tremore, potrebbe essere sussunto in una parola, o in un’ inquadratura di un secondo, ma entrambe capaci di contenere l’intero universo,

benché a loro volta non sono altro che la costola e forse il rimontaggio del film precedente, o il film che nasce da un’ inquadratura eliminata del film prima (..) Malick fa film nel punto in cui, prima ancora che scomparso, si è addirittura autosublimato. Non è che sia indifferente al racconto o alla giustapposizione dei racconti, ma al contrario si interroga sull’ esistenza di un montaggio in grado di restituirne la naturale ubiquità e fragilità, la potenza di un attimo e la vertiginosa inconsistenza del tutto, qualcosa che scavalchi l’ inesorabile fugacità d’ ogni vita e scelta e pensiero finanche, per mostrare almeno lo spazio in cui, anche se come ultima illusione, la storia dei rapporti umani, tutti al contempo importantissimi e assolutamente insulsi e nulli, avviene e si disperde(..) Malick usa questa base riconoscibile di belle immagini, costumi splendenti, attori famosi e il loro innesto ironico in un’architettura abissale(..)come falsi movimenti, menzogne da cui guardarsi e dipartire, specchietti per le allodole, mentre invece gli specchi veri sono tutti in funzione e teatro di un tuffo collettivo da parte del turbinio di immagini, che si avverano per qualche secondo e poi subito scompaiono nell’ altra sconosciuta dimensione.Quel che resta è un respiro, il respiro affannoso d’ ogni singola cosa e di nulla, che affoga e risale senza sosta, convulso e stanco come un polmone millenario(..)”
( estratto da ” La grande illusione”)

Così Massimo Causo: “(..)Malick dissemina il film di segni della vaghezza in cui disperdere il suo eroe(..)Rick attraversa lo spazio e il tempo come una foglia in caduta libera, a lui appartiene davvero il disequilibrio della macchina da presa malickiana.Perchè il suo regno è quello del sonno e del sogno (..) e anche quello della dimenticanza di sé, dell’ oblio(..) E’ un film che davvero scontorna i limiti, disperde il rapporto tra lo spazio chiuso e quello aperto che del resto è stato un perno su cui Malick ha costruito i due film precedenti, la loro distorsione narrativa risolta in una lotta tra l’ esigenza dei ‘ characters di strutturarsi e la fuga prospettica continua del film verso un altrove del filmare, verso il controluce che acceca il visibile nel gesto estetizzante,verso lo svolazzare delle forme. Qui tutto questo c’è ma si protende verso lo spazio aperto in una maniera concreta: basti pensare a quel vero e proprio topos che per Malick sono le finestre, le porte, nei film della sua trilogia: l’ attraversamento come soglia tra i mondi e le realtà, come persistenza allusiva dell’ altrove, diviene in “Knight of Cups” pulsione libertaria autentica. Le finestre ampie, a vetro della casa di Rick sono schermi aperti verso la vita, verso il mare; la sua fuga all’ esterno sul terremoto iniziale è transito verso la salvezza; cosa ben diversa dal gioco sulle finestre e le porte che c’ era in “The Tree of Life” e anche in “To The Wonder”, dove era tutto un insistere sulla barriera da superare, sulla separazione degli spazi(..)Non è la struttura che Malick cerca per il suo personaggio in questo film ma la liberazione(..) Il mare come sponda cui sono protesi i personaggi in un continuo gioco di sfioramento, ha una valenza meno luminare di quanto accadesse, per esempio, in “The Tree Of Life”. E’ come se Malick questa volta costruisse un regno in cui la materia ha la sua consistenza e, proprio per questo, libera i corpi nella loro verità”
( estratto da “Il risveglio del dormiente”)

Gli scritti sono pubblicati nel numero sopra citato

a.p.

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