stasera a Roma al MedFilm Festival ‘Toni Erdmann” di Maren Ade

Così, da Cannes, Edoardo Bruno: “(..)La regista Maren Ade gioca su questi contrasti, in un film che sembra diretto da Blake Edwards, per il suo impianto burlesco, sulla commedia e sul senso di alienazione, amaro ed enigmatico sino alla fine. Misterioso ma anche crudele ritratto di una solitudine, nonostante l’allegria quotidiana. Toni Erdmann vive nel suo sottotesto, al di là del sorriso, sulle spalle di Ines, interpretata da una attrice, Sandra Hüller, di eccezionale vitalità. Attrice, anche di teatro, affronta il personaggio con sapienza brechtiana, si presenta nuda con soave impartecipazione, ad un party inaspettatamente nudo, che si conclude con l’arrivo di un gigantesco figuro peloso, come un orso. È l’ultimo travestimento del padre, prima di una dolente atmosfera di morte. Segnale di un Requiem tedesco di una Germania inquieta, in un periodo politico assai grave(..)”
( estratto da ‘ Cantate’ )

e Daniela Turco: “(..)Era stato Georges Bataille, sulla scorta del pensiero di Nietzsche, a scrivere che: “ridere è pensare”, un’idea sovversiva che attraversa interamente Toni Erdmann, di Maren Ade, al suo terzo film da regista. Nel film, a occupare la scena sono i fantasmi del comico e del travestimento, dalle maschere irresistibili e seriali dell’ispettore Clouseau di Blake Edwards, che neppure la morte reale di Peter Sellers aveva potuto arrestare, all’evocazione di Tony Clifton, l’alter ego dello showman Andy Kaufmann, nell’incarnazione borderline e plurima di Jim Carrey in Man of the Moon di Milos Forman, ai personaggi stranieri a se stessi di James Brooks, evocati come presenze spettrali che trasmettono un sapore bizzarro, intimo e nello stesso tempo, malinconico al film di Maren Ade, che parte dal lessico familiare di una relazione padre-figlia, per poi allargare a poco a poco lo spazio di visione e arrivare a disegnare con brutale crudezza i tratti di quella che Dardot e Laval hanno giustamente chiamato la nuova ragione del mondo(..) “Sei felice?”, “Sei realmente umana?”, sono solo alcune delle domande che Winfried pone a Ines, mentre è la stessa forma del film a prendere corpo proprio a partire da questi strappi inattesi, da queste improvvise aperture nel senso, è, insomma, la presenza stessa del perturbante, inteso in un senso vitale e anti-normalizzante, che interessa a Maren Ade, e che il cinema soltanto può sorprendere, nello stesso sorgere della sua imprevedibile flagranza(..) Se restare umani è, per tutta la durata del film, la vera posta in gioco, messa continuamente in scena con il nonsense divertito e malinconico di una parrucca arruffata e dei denti finti come la propria identità, anche Ines, alla fine, prova come suo padre, con una parrucca e dei denti non suoi a fare a sua volta un po’ di cinema, ultimo spazio “umano”, per salvarsi la vita(..)”
(estratto da ” Femmes, Femmes..”)

Gli scritti sono pubblicati nel n.667/668

a.p.

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