Monthly Archives: ottobre 2016

da ieri in sala ” La fille inconnue” dei fratelli Dardenne

Così da Cannes Daniela Turco:

“(..) Mentre in ‘Deux jours, une nuit’ si mostrava, nell’alienazione e nell’arida solitudine contemporanea, il nascere di una nuova prospettiva politica, la lotta per il lavoro, per ciò che dovrebbe essere sentito come un bene comune contro gli egoismi dei singoli, al centro di ‘La fille inconnue’ è l’identità di una ragazza senza documenti, dunque per tutti inesistente, invisibile, a cui la dottoressa Jenny vuole restituire la dignità e la singolarità di un nome, da poter mettere sulla sua sepoltura. Non è un caso che al centro della ricognizione umana condotta da tempo dai fratelli Dardenne con i mezzi del cinema ci sia questa volta una donna che fa il medico di base, questo infatti significa in primo luogo guardare attraverso i suoi occhi il malessere e il profondo disagio contemporaneo in cui si è immersi a un punto tale da non riuscire neppure più a vederlo. Il cinema dei Dardenne resta in questo potentemente rosselliniano, in fondo non fa nient’altro che insegnare a guardare, a sentire e a toccare il mondo, l’unico modo per poterlo comprendere. Quando la dottoressa, dopo aver mostrato la foto della ragazza morta a un suo giovanissimo paziente mentre lo sta visitando, si accorge, toccandogli le tempie, che i suoi battiti si sono bruscamente accelerati, ci si trova davanti a una modulazione del cinema molto vicina a quella di Jean-Luc Godard quando osservava che il cinema imprime in anticipo i grandi movimenti che stanno per verificarsi, ed è in questo senso che fa vedere prima le malattie, proprio come un sintomo. In altri termini, è necessario osservare attentamente, ascoltare, toccare con mano, per poter arrivare a conoscere. Davanti a un’idea di cinema, che mette al centro la relazione con l’altro uomo e la responsabilità che implica, ci si scopre a ripensare all’umanesimo radicale che ha sorretto tutto il percorso filosofico di Emmanuel Lévinas, per il quale la relazione con l’avvenire è la relazione stessa con l’altro. Oggi, che a Lesbo come a Idomeni, a Lampedusa come a Calais, sono centinaia le filles inconnue che, dopo aver attraversato il mare, trovano in Europa nella migliore delle ipotesi un muro e nella peggiore la morte, il film dei Dardenne, muovendo dall’invisibile, nel senso di ciò che proprio non si vuole vedere, e prendendo posizione dalla parte della ricerca di Jenny e dei tanti senza nome, i dannati della terra contemporanei, resta, con il film di Verhoeven, il segno politico più forte e commovente visto a Cannes.

(estratto da D.Turco,”Femmes, Femmes..”, pubblicato nel numero 666/667)

ELLE

“Elle”. Un ritratto di donna (Michèle/Isabelle Huppert), filmato da Verhoeven secondo mille sapienti sfumature; ma per comprenderlo a fondo qui è necessaria una terminologia lacaniana. Il trauma dello stupro costringe Michèle a una continua ripetizione fantasmatica – ma cosa la induce a non denunciare l’aggressione? La sospensione della risposta è la forza del film. C’è da un lato, in lei, l’imperativo d’un “Encore” desiderante (alo stesso modo in cui Santa Teresa agogna la trafittura dell’Angelo), dall’altro il “Non è questo”, un disperato non-trovare, una continua delusione senza oggetto. Ma non solo: quasi simmetricamente, avviene l’inverso da parte maschile, visto che lo stupratore, una volta smascherato, non riesce ad eccitarsi davanti a una Michèle in apparenza consenziente. Ha bisogno di violenza e, ancora di più, della sua maschera.

elle

A.C.

ancora un triste saluto, a Pierre Etaix

che ci ha lasciato oggi

a.p.

un Premio Nobel alla letteratura sul set di Peckinpah

stasera la magica ‘ Festa’ di Franco Piavoli a Bari

Presentato in anteprima a Locarno l’ultimo lavoro di Franco Piavoli, ‘Festa’, stasera approda a Bari, alle 20.30, presso i Cineporti di Puglia. Oltre all’autore interverranno Luigi Abiusi, Simone Emiliani e Cecilia Ermini. Così scrive sul film Simone Emiliani nel numero in uscita:
“Lo spazio, gli occhi. Eyes Wide Shut, soltanto di attraversamenti, frammenti dal Festival di Locarno, ristretti ma alla ricerca di un cinema en plein-air. La stessa che caratterizza lo stratosferico ‘Fiesta’di Franco Piavoli, cinema di ombre magiche che potrebbero rimandare quasi alle origini del muto, dove le sonorità e la musica potrebbero essere quasi degli improvvisi accompagnamenti e le luci quasi degli ipnotici sogni di uno sguardo proiettato verso il futuro. La festa di San Pietro in un villaggio di campagna diventa per Piavoli l’ estensione di un altro viaggio nel tempo (tra ‘Domenica sera’

e ‘Voci nel tempo’),

ma soprattutto la ricerca quasi di infinito di uno spazio aperto che vorrebbe essere continuamente prolungato, come un tentativo non tanto di fermare il tempo ma di ripeterlo con un meccanismo alla Harold Ramis di ‘ Ricomincio da capo’. Eyes Wide Shut. Dove la vista non è il senso dominante. Perchè ‘Festa’ è un cinema anche tattile, sonoro, fatto di odori, inebriante. Dove i luoghi, ri-filmati nel corso del tempo, diventano improvvisamente altro,in ogni immagine. Come un’ ipnosi-magia da Méliès”
(Estratto da “Verso il sole”)

a.p.

a Dario Fo

Ci è sempre stato vicino negli anni difficili, sempre politicamente a sinistra, con uno spirito liberamente anarchico, rigorosamente pensato, mai giullare dei potenti

E.Bruno

” La pagina bianca

è per lo scrittore il segno del deserto-pensiero, l’ attimo in cui vede davanti a sé i limiti dello scrivere, il vuoto senza alibi, lo schermo bianco, invece per il critico è sempre un insieme di ombre, di sottili rilievi virtuali, che chiedono alla fantasia una collaborazione inventiva, ancora una Maya Deren con le sue immagini da decifrare

o qualche insetto, trapelato nell’ obiettivo e proiettato in forme inaudite; in ogni caso, non il vuoto insensato della pagina bianca. Sullo schermo bianco giocano i riflessi innaturali della luce, le ombre dell’ umidità, la polvere del meccanismo. Ricordo di una lettura critica fatta su queste tracce per sbaglio. L’ occhio del critico abituato all’ indagine si intromette anche nell’ inesistente, vede nella traccia i segni di una scrittura che non conosce ma che comunque assolve a una comunicazione. La pagina bianca è insensata, non ha ‘presa’, resta inerte allo stimolo dell’ interpretazione, muta, sospesa, non ‘parla’. Lo schermo no, a suo modo entra in comunicazione, accenna a una intesa (..)

estratto da  Edoardo Bruno ‘Note di teoria. Una sensazione di bianco’, pubblicato nel n.667/668

a.p.

per ricordare Andrzej Wajda

morto ieri sera all’ età di 90 anni

a.p.

‘ I figli dell’ uragano’ di Lav Diaz

è ancora in alcune sale italiane ( a Roma sabato e domenica prossimi, all’ Apollo 11). Imperdibile.