la nostra Venezia (3)

Con Akher Wahed Fina (The Last of Us), il regista tunisino Ala Eddine Slim fa emergere uno sguardo imprevedibilmente “altro” sull’immigrazione. N., da solo, risalito il deserto, come tanti vuole andare in Europa, ma il naufragio della barca lo sprofonda in un luogo sconosciuto e selvaggio, sospeso nello spazio e nel tempo.
Il film cambia direzione e ritmo per crescere come una pianta, tra il rumore della pioggia e l’insidia delle trappole, tra i bisogni primari e lo spaesamento, nello scontro con la violenza magica di una natura che con la sua presenza incombente riduce al silenzio. In gioco è la nuda vita e, insieme, una spinta insopprimiblile verso l’astrazione, che proviene da un tessuto sonoro pulsante, fatto non di parole, ma di suoni, fruscii, versi di animali, nel sorgere di un mondo diverso. Nel segno politico e segreto di “esperienza e povertà”, nella foresta si apre una porta magica tra pura sopravvivenza e inattesa sovranità.

In Atlante 1783 di Maria Giovanna Cicciari, le tavole dettagliate e preziose, disegnate da J. W. Goethe durante i viaggi in Italia, si mescolano con le stanze di consultazione di una biblioteca, con le immagini di vita contadina nei campi in Calabria, e con la cadenzata e misteriosa ritualità religiosa del Sud, per costruire un itinerario sorprendente, tracciato con la necessaria attenzione tra cultura e natura, fratturato da sincopi e scarti nell’uso sperimentale e sensibile di materiali tra loro eterogenei, eppure segretamente legati. Restano nella memoria immagini misteriose e arcaiche che sembrano provenire da un passato remoto e denso che riesce però a raggiungere la nostra contemporaneità.

Robinù di Michele Santoro

Sono i volti, i sorrisi timidi e spavaldi, la musicalità dialettale, la carne e il sangue di Robinù di Michele Santoro, che decostruisce la forma canonica dell’inchiesta, per addentrarsi nello spazio del carcere, Poggioreale, a Napoli, o il carcere minorile di Airola, contro i clichés, alla ricerca dell’umano. Dalle parole che accompagnano questo insolito defilè, “la paranza dei bambini”, che sorprende e a tratti commuove, sorge un volto di Napoli tragico, brutale e malinconico e una consapevolezza dolorosa che colpisce. Volti e vite prematuramente perdute di ragazzi giovanissimi, non giudicati, ma guardati, nel segno politico di un diritto, anche di chi è dalla parte del torto, a poter raccontare la propria storia.

(su ‘The Woman Who Left’ di Lav Diaz a presto uno scritto nello spazio ‘film di tendenza’)

d.t.

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