i nostri film di tendenza del mese (3) (da Cannes)

L’impressione che si ha dopo aver visto Fai bei sogni, il film di Marco Bellocchio tratto dal romanzo omonimo di Massimo Gramellini, è che si tratti (e che si sia trattato nella preparazione e sul set) di un’occasione di confrontarsi con i luoghi più intimi dei propri pensieri e tornare indietro a rimettere a posto i conti con il passato.(..) È sentito e toccante, sussurrato e insinuante. Ma soprattutto è una nota stonata ripetuta per tutto il film, come quando un disco sul piatto non ne vuole sapere di andare avanti.(..) Bellocchio sceglie di elaborare questo racconto semplice, disseminandolo di percorsi, creando una fluida accelerazione nell’alternanza tra presente e passato. Non c’è nulla da spiegare o rivelare, semplicemente il desiderio di portare il cinema dentro confini imprecisabili, che sono quelli della memoria e della sua prsistenza nel presente, generando immagini sbagliate, a tratti ridondanti, a tratti, al contrario, espressioni tangibili di mancanze. E non è tanto la percezione dell’assenza, quanto la mancanza vera e propria, i vuoti fisici dentro l’immagine con cui fare i conti(..) Si procede alla cieca e non è detto che quello che si vede sia reale o il trasformarsi di un’idea in immagine. La vertigine è uno stratagemma centrale in questo film popolato di fantasmi. Chissà da dove vengono tutti questi personaggi che parlano, ballano, piangono, e si pongono davanti a Massimo (nelle sue diverse età), frontalmente, in perfetto controcampo. Chissà dove andranno.
Se vediamo Fai bei sogni con gli occhi del suo protagonista (un ipnotico Valerio Mastandrea), ci ritroviamo divisi come lui tra ciò che si vede e ciò che non si sa di non sapere. Tutto scorre davanti ai suoi occhi, come su un televisore (e proprio i programmi televisivi, l’estetica anche sonora contamina il film), come rivivere un sogno dopo che ci si è svegliati. Con quella distanza indefinibile tra sé e tutto il resto, chiuso in una bolla di sapone che lo riporta sempre indietro, ai pomeriggi spensierati tra compiti e canzonette, gli interminabili viaggi in tram, l’estrema felicità, l’estremo smarrimento. Fino alla tristezza remissiva del personaggio di oggi, antieroe per eccellenza, perché si lascia accadere tutto senza agirlo mai. Dentro quella che è stata la sua casa da bambino, Massimo, dopo le esperienze romane come giornalista sportivo, e la guerra in Bosnia, torna da giornalista “addetto” alle lettere dei lettori, disegnando un cerchio che l’ha portato prima lontano da sé, poi dentro la sua stessa esperienza privata. Dietro questo caos sta la cifra di un film difficile. Raccontare il processo di un cambiamento tanto intimo ha significato per Bellocchio uno sguardo spogliato di quella rabbia che ha studiato meticolosamente per tutti questi anni. Perché non di un salto nel vuoto si tratta, ma di un tuffo dentro se stessi e nella folla dei pensieri accantonati. Come può il cinema mostrare il passo astratto di un uomo qualunque? Servono il cinema, Belfagor, l’ironia dell’horror evocato e la dissoluzione strategica del melodramma e della nostalgia.

(G.Paganelli, estratto da ‘La nota stonata’, pubblicato nel n.665-666)

a.p.

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