i nostri film del mese (4)

Quello che resta del buio e, derridianamente, del fuoco, del labirintico trittico di Nolan (sul quale ha scritto con precisione Michele Moccia nel n. 628 della rivista). In Batman v Superman: Dawn of Justice, il sottovalutato Zack Snyder getta nel buio e nel fuoco la costruzione magmatica della trilogia di Batman che lo ha preceduto e il suo stesso, fiammeggiante, esplosivo, incantevole Uomo d’ acciaio, realizzando un oggetto misterioso, difficilmente decifrabile, incompreso, per me abbastanza inspiegabilmente, da quasi tutta la “letteratura”, più o meno critica(..) Quelli che si vedono e si sentono, in questo film, sono invece resti, residui di un testo infinito, di un infinito intrattenimento che non sembra possa avere più luogo, né durata, né senso. E’ di questo lutto che ci parla Snyder. I funerali, i cortei funebri che aprono e chiudono il film, le struggenti, malickiane, sequenze nei cimiteri (..) sono il segno potente che marca le identità, fino alla fine vacillanti, di tutti i personaggi, da Superman a Lex Luthor passando per Batman, uomini perennemente in bilico tra cielo terra e cosmi, strane creature che provengono da strisce a fumetti “non ancora pervenute”(..) Snyder li accoglie, con la sua macchina da presa, quasi sempre, anche se impercettibilmente, mobile, materno e paterno insieme, li fa “Giocare”(..),li fa sospettare, fino all’ultima, disperata, ora, l’uno dell’altro, li fa agire, poco lontani l’uno dall’altro, in un montaggio alternato fittiziamente simil nolaniano, in realtà Batman e Superman, Kent e Wayne, Cavill e Affleck, si muovono, si inseguono, si cercano come se fossero due fratelli che si temono(..),due corpi immagini (in) movimento, in un tempo senza tempo tra il sogno e la veglia, l’ incubo e il reale, trafitte da schegge di memoria lancinante(..) che vivono nella paura di rispecchiarsi reciprocamente, di ritrovarsi genettianamente criminali. Responsabilità e speranza, riprendendo l’ ultimo titolo di Eugenio Borgna, sembrano essere le loro mete, nel loro nervoso, o estatico, o furioso trapassare tra Gotham e Metropolis(..) Quelli che qui Snyder fa incontrare, in una stessa flagrante inquadratura, prima ad una festa, “in veste” di uomini, e poi con le rispettive maschere, nel buio minato dal fuoco, al termine di un inseguimento post Friedkin, sono due spettri, due figure di un immaginario metaumano ex comics che non vuole morire(..) Due spettri al limite della fratellanza “criminale”(..) manovrati, minacciati dai raggi verde smeraldo di cui si è impossessato il nemico Luthor, non a caso interpretato dal fincheriano Jesse Eisenberg(..), quasi un simulacro dello stesso “diabolico” Snyder(..) Superman e Batman, come in uno specchio, quando la Legge del Padre si è estinta e si sta sciogliendo in una montagna dove incontrare ancora Kevin Costner, lo Spettro paterno originario(..) che qui è chiamato a raccontare il Vero, una Storia vera di famiglia, anch’essa speculare a quella raccontata dalla voce e dal sembiante, ancora e sempre “inseparabile”, Alfred/Irons(..) ed è così che avviene l’ultima, disperata, metamorfosi, che il quasi scimmione si trasforma, a vista, implacabilmente e necessariamente, nella Bestia di una apocalisse che sembra non avere fine, se non con un raggio verde che ripresentifica fantasmagoricamente la spada di Excalibur(..) Una spada dal raggio verde (di kriptonite) segna definitivamente la caduta di un angelo ribelle che ha voluto tentare l’ impossibile, presentificare e “riscattare” il trauma della prima immagine del suo Doppio, delle prime sequenze da incubo del film, ribaltare il titolo, farlo diventare, almeno alla fine, Superman v Batman, andare oltre lo specchio, estremizzare il sottotesto mèlo che è sempre appartenuto a lui e al suo fratello (di) immaginario filmico, eccedere Nolan e tutti i propri precedenti 300, Watchmen, i suoi supereroi che da sempre si inabissano l’uno nell’altro, l’uno nel senso dell’altro. Resta la cenere, l’omonimia. Resta la vera landa di Hollywood. (Mi si ricorda, mentre finisco questo scritto, che Ben Affleck interpretava, nel 2006, nel film Hollywoodland, di Allen Coulter, George Reeves, il Superman televisivo degli anni ’50, morto suicida…)

(estratto dal mio ‘Nel buio e nel fuoco’, pubblicato nel numero 665-666)

a.p.

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