Monthly Archives: giugno 2016

il primo trailer ufficiale del nuovo film di Malick

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come eravamo, come siamo..

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(ringrazio Cecilia Ermini)

il ‘Biografilm Festival’ da Bologna a Roma

Fondato e tuttora diretto da Andrea Romeo, il festival, interamente dedicato ai racconti di vita e alle biografie, si trasferisce da oggi al 29 giugno al cinema Quattro Fontane. Stasera, in particolare, si segnala, alle 22 e 30, l’ultimo lavoro di Werner Herzog interamente dedicato a Internet

a.p.

i nostri film del mese (4)

Quello che resta del buio e, derridianamente, del fuoco, del labirintico trittico di Nolan (sul quale ha scritto con precisione Michele Moccia nel n. 628 della rivista). In Batman v Superman: Dawn of Justice, il sottovalutato Zack Snyder getta nel buio e nel fuoco la costruzione magmatica della trilogia di Batman che lo ha preceduto e il suo stesso, fiammeggiante, esplosivo, incantevole Uomo d’ acciaio, realizzando un oggetto misterioso, difficilmente decifrabile, incompreso, per me abbastanza inspiegabilmente, da quasi tutta la “letteratura”, più o meno critica(..) Quelli che si vedono e si sentono, in questo film, sono invece resti, residui di un testo infinito, di un infinito intrattenimento che non sembra possa avere più luogo, né durata, né senso. E’ di questo lutto che ci parla Snyder. I funerali, i cortei funebri che aprono e chiudono il film, le struggenti, malickiane, sequenze nei cimiteri (..) sono il segno potente che marca le identità, fino alla fine vacillanti, di tutti i personaggi, da Superman a Lex Luthor passando per Batman, uomini perennemente in bilico tra cielo terra e cosmi, strane creature che provengono da strisce a fumetti “non ancora pervenute”(..) Snyder li accoglie, con la sua macchina da presa, quasi sempre, anche se impercettibilmente, mobile, materno e paterno insieme, li fa “Giocare”(..),li fa sospettare, fino all’ultima, disperata, ora, l’uno dell’altro, li fa agire, poco lontani l’uno dall’altro, in un montaggio alternato fittiziamente simil nolaniano, in realtà Batman e Superman, Kent e Wayne, Cavill e Affleck, si muovono, si inseguono, si cercano come se fossero due fratelli che si temono(..),due corpi immagini (in) movimento, in un tempo senza tempo tra il sogno e la veglia, l’ incubo e il reale, trafitte da schegge di memoria lancinante(..) che vivono nella paura di rispecchiarsi reciprocamente, di ritrovarsi genettianamente criminali. Responsabilità e speranza, riprendendo l’ ultimo titolo di Eugenio Borgna, sembrano essere le loro mete, nel loro nervoso, o estatico, o furioso trapassare tra Gotham e Metropolis(..) Quelli che qui Snyder fa incontrare, in una stessa flagrante inquadratura, prima ad una festa, “in veste” di uomini, e poi con le rispettive maschere, nel buio minato dal fuoco, al termine di un inseguimento post Friedkin, sono due spettri, due figure di un immaginario metaumano ex comics che non vuole morire(..) Due spettri al limite della fratellanza “criminale”(..) manovrati, minacciati dai raggi verde smeraldo di cui si è impossessato il nemico Luthor, non a caso interpretato dal fincheriano Jesse Eisenberg(..), quasi un simulacro dello stesso “diabolico” Snyder(..) Superman e Batman, come in uno specchio, quando la Legge del Padre si è estinta e si sta sciogliendo in una montagna dove incontrare ancora Kevin Costner, lo Spettro paterno originario(..) che qui è chiamato a raccontare il Vero, una Storia vera di famiglia, anch’essa speculare a quella raccontata dalla voce e dal sembiante, ancora e sempre “inseparabile”, Alfred/Irons(..) ed è così che avviene l’ultima, disperata, metamorfosi, che il quasi scimmione si trasforma, a vista, implacabilmente e necessariamente, nella Bestia di una apocalisse che sembra non avere fine, se non con un raggio verde che ripresentifica fantasmagoricamente la spada di Excalibur(..) Una spada dal raggio verde (di kriptonite) segna definitivamente la caduta di un angelo ribelle che ha voluto tentare l’ impossibile, presentificare e “riscattare” il trauma della prima immagine del suo Doppio, delle prime sequenze da incubo del film, ribaltare il titolo, farlo diventare, almeno alla fine, Superman v Batman, andare oltre lo specchio, estremizzare il sottotesto mèlo che è sempre appartenuto a lui e al suo fratello (di) immaginario filmico, eccedere Nolan e tutti i propri precedenti 300, Watchmen, i suoi supereroi che da sempre si inabissano l’uno nell’altro, l’uno nel senso dell’altro. Resta la cenere, l’omonimia. Resta la vera landa di Hollywood. (Mi si ricorda, mentre finisco questo scritto, che Ben Affleck interpretava, nel 2006, nel film Hollywoodland, di Allen Coulter, George Reeves, il Superman televisivo degli anni ’50, morto suicida…)

(estratto dal mio ‘Nel buio e nel fuoco’, pubblicato nel numero 665-666)

a.p.

i nostri film di tendenza del mese (3) (da Cannes)

L’impressione che si ha dopo aver visto Fai bei sogni, il film di Marco Bellocchio tratto dal romanzo omonimo di Massimo Gramellini, è che si tratti (e che si sia trattato nella preparazione e sul set) di un’occasione di confrontarsi con i luoghi più intimi dei propri pensieri e tornare indietro a rimettere a posto i conti con il passato.(..) È sentito e toccante, sussurrato e insinuante. Ma soprattutto è una nota stonata ripetuta per tutto il film, come quando un disco sul piatto non ne vuole sapere di andare avanti.(..) Bellocchio sceglie di elaborare questo racconto semplice, disseminandolo di percorsi, creando una fluida accelerazione nell’alternanza tra presente e passato. Non c’è nulla da spiegare o rivelare, semplicemente il desiderio di portare il cinema dentro confini imprecisabili, che sono quelli della memoria e della sua prsistenza nel presente, generando immagini sbagliate, a tratti ridondanti, a tratti, al contrario, espressioni tangibili di mancanze. E non è tanto la percezione dell’assenza, quanto la mancanza vera e propria, i vuoti fisici dentro l’immagine con cui fare i conti(..) Si procede alla cieca e non è detto che quello che si vede sia reale o il trasformarsi di un’idea in immagine. La vertigine è uno stratagemma centrale in questo film popolato di fantasmi. Chissà da dove vengono tutti questi personaggi che parlano, ballano, piangono, e si pongono davanti a Massimo (nelle sue diverse età), frontalmente, in perfetto controcampo. Chissà dove andranno.
Se vediamo Fai bei sogni con gli occhi del suo protagonista (un ipnotico Valerio Mastandrea), ci ritroviamo divisi come lui tra ciò che si vede e ciò che non si sa di non sapere. Tutto scorre davanti ai suoi occhi, come su un televisore (e proprio i programmi televisivi, l’estetica anche sonora contamina il film), come rivivere un sogno dopo che ci si è svegliati. Con quella distanza indefinibile tra sé e tutto il resto, chiuso in una bolla di sapone che lo riporta sempre indietro, ai pomeriggi spensierati tra compiti e canzonette, gli interminabili viaggi in tram, l’estrema felicità, l’estremo smarrimento. Fino alla tristezza remissiva del personaggio di oggi, antieroe per eccellenza, perché si lascia accadere tutto senza agirlo mai. Dentro quella che è stata la sua casa da bambino, Massimo, dopo le esperienze romane come giornalista sportivo, e la guerra in Bosnia, torna da giornalista “addetto” alle lettere dei lettori, disegnando un cerchio che l’ha portato prima lontano da sé, poi dentro la sua stessa esperienza privata. Dietro questo caos sta la cifra di un film difficile. Raccontare il processo di un cambiamento tanto intimo ha significato per Bellocchio uno sguardo spogliato di quella rabbia che ha studiato meticolosamente per tutti questi anni. Perché non di un salto nel vuoto si tratta, ma di un tuffo dentro se stessi e nella folla dei pensieri accantonati. Come può il cinema mostrare il passo astratto di un uomo qualunque? Servono il cinema, Belfagor, l’ironia dell’horror evocato e la dissoluzione strategica del melodramma e della nostalgia.

(G.Paganelli, estratto da ‘La nota stonata’, pubblicato nel n.665-666)

a.p.

i nostri film del mese (2)

“(..) Ma se è vero che la leggenda vince sulla realtà non è falso che essa non può oscurarla del tutto, perché da essa stessa è nutrita; ne diviene, dunque, metafora, rappresentazione metaforica, e sarà questo a darle quel senso di indefinito e di infinito temporale, che segnerà, per sempre, la nascita di qualcosa, con tutta l’inquietudine e il sentimento del tempo e la morte che la realtà le avrà lasciato e, forse, costretto a portare con sé. È questo sentimento che mi lasciano spesso, ad ogni visione, i film di David Griffith e John Ford. Nel loro cantare la Nascita di una nazione. Che oggi è, e diventa, Nascita di una nazione di supereroi. Come in Captain America: Civil War (..) Anthony e Joe Russo sono come due artigiani che plasmano la loro materia dandole una forma anche diversa, una forma cupa e spigolosa, ruvida e greve, rendendo poetica una materia politica. L’amicizia, il dolore per la perdita, il tradimento, la vendetta, la ricerca della verità, il suo amaro rivelarsi, sono sentimenti che diventano un intenso corpo a corpo, le immagini si modellano su di essi, come campi di energia che attraggono e respingono, amano e tengono a distanza. Come le immagini e le ombre del cinema. E lo scudo stellato di Capitan America, suo oggetto di protezione per antonomasia, si pianta nel cuore amico, nel furore dello scontro finale, prima di essere abbandonato. La storicità rivive attraverso la metafora, si realizza nella fantasia poetica, mentre la maturità del mito reca con sé qualcosa di oscuro e di funereo perché possa esserci una nuova nascita.

(M.Moccia, estratto da ‘Nascita di una nazione di supereroi’, pubblicato nel n.665-666)

a.p.

i nostri film del mese (1)

“Suddiviso in tre parti il film inizia alla fine del novecentonovantanove, all’inizio di un secolo nuovo, con tutte le scomposizioni linguistiche e semantiche della tradizione, ma per la Cina ancora più nuovo, dato il balzo in avanti, in un passaggio delicato della Storia – un Icaro nelle vesti di Barman – e finisce nel 2225, dato fantascientifico, ma non troppo, in un Paese abituato a salti giganteschi.
Al di là delle montagne – come il precedente Still life su una sconvolgente diga che cambiava la vita di milioni di individui – è sull’edificazione di un nuovo vasto territorio di una nuova Cina, che muta completamente i connotati sociali e morali. Jia Zhang-Ke costruisce il suo saggio critico come un grande melodramma, partendo da un fatto semplice ma già di per sé rivoluzionario, per la Cina di allora, l’amore a tre, tra due ragazzi e una ragazza, come nel film Nove giorni in un anno del sovietico Michael Room o nel film Jules et Jim di François Truffaut, lasciando aperte le conclusioni ma chiusi i sentimenti, perduti, in una amara piega che si protrae lungo tutto il film. C’è come un rimpianto per lo scorrere veloce dei fatti, la luce e il colore ‘parlano’ delle trasformazioni delle città, più rapide del passare del tempo, quasi che i sentimenti stiano là a frenare la Storia (..)Si avverte in lui come una nostalgia per il perduto lessico e un rimpianto per un parlare una lingua diversa, quasi un’emozione sospesa, in un desiderio di recuperare un qualcosa che non si conosce ma che insiste da dentro. Troppo facile, forse, per una critica al potere, troppo sbiadita negli anni a venire; ma il richiamo alla canzone Go west con cui si apre e si conclude il film in un ballo solitario, è un ritorno enigmatico alle tradizioni, un forte segnale semantico”

(E.Bruno, estratto da ‘Un forte segnale semantico’, pubblicato nel n.665-666)

a.p.

Oltre il margine

Di seguito le riflessioni di Edoardo Bruno, che aprono il nuovo numero di Filmcritica 665/666
Paul Klee, Abstract Trio
Immagine: Paul Klee, Abstract Trio

OLTRE IL MARGINE
“Bisognerebbe presupporre che ciò che si vede è. Noi compresi, già immersi in una visibilità che si mostra e, nel darsi a vedere, ci guarda”. Così scrive Walter Mazzotta in Scritture a margine, dando emozione alle stanze del visibile come frammenti di vita nella marginalità. Scopriamo l’esistenza dell’altro, ma entriamo anche nella favola, nel mistero di un’alterità, che riguarda il pensiero, le voci, il silenzio. Riguarda la musica, questa inesplicabile realtà che è l’armonia, un altro parlare, appena percepibile, un ‘silenzio’ fatto dalle note di Haydn o dai rintocchi di Béla Bartók, un ciò che è e non si vede, influibile impianto sonoro, che non puoi raccontare: un racconto impossibile, come il canto degli uccelli, come il linguaggio di una lingua che non potrai mai parlare, eppure alla quale tieni. Non è come l’immaginario per immagini, non è come il racconto di un film che puoi rendere cosa, che percepiamo come il visibile che abita nell’invisibilità, ma è il quid che ci occupa, che ci riempie di immagini eludibili, di immagini che non ripetono il loro racconto, che modificano la lettura, ogni volta nell’enigma dell’interpretazione; che sfuggono dal repertorio per invadere l’invisibile spazio della fantasia. Sono le note dei Quartetti di Beethoven, sono i varchi aperti che Schönberg occuperà, sono l’inizio della musica moderna, senza romanticismi, eppure densi di commozione, di una disperazione esistenziale, indizi di un altro afflato romantico. Ma non li vedi. La fantasia aiuta l’immaginazione, ma i contorni sono incerti, la stessa figura elude l’essere, c’è e non c’è, la puoi immaginare, ogni volta diversa, come una luce evanescente, come la luce delle lucciole, chiarore più che luce, musicalmente parlando.
e.b.

La “ballata” di Andrea Arnold

Una riflessione di Edoardo Bruno su American Honey di Andrea Arnold (film presentato al Festival di Cannes quest’anno)
Shasta Lane

American Honey
Regia: Andrea Arnold. Sceneggiatura: Andrea Arnold. Interpreti: Sasha Lane, Shia LaBeouf, Arielle Holmes, Riley Keough, McCaul Lombardi. Origine: USA 2016. Durata: 162’

Come una ballata

Un western in automobile, una cavalcata attraverso il Midway di una America dura e gentile, libertaria come la sua stessa natura ribelle e violenta, raccontata dallo sguardo non indifferente di una regista inglese, Andrea Arnold, come una ballata sospesa tra il perdersi e il ritrovarsi. Con gli amori furiosi e selvaggi, di un gruppo di giovani che, con la scusa di vendere abbonamenti a riviste, seducono gioiosamente uomini soli, operai stanchi alle perforazioni petrolifere del Texas.
Star (Sasha Lane) è una adolescente di diciotto anni, meravigliosa, piena di oscena vitalità, testa e corpo abbracciata al suo giovane uomo, Jake, (Shia LaBeouf) innamorato e ribelle – “noi che amammo la gentilezza / non potemmo essere gentili”- contento del fric guadagnato dalla giovane amante e al tempo stesso geloso, ma che preferisce smaltire la rabbia, perdendosi nel west, con le fughe sulla motocicletta. Il tragitto, però, è una zona irrimediabilmente circoscritta – stesso cielo, stesse stelle, stesse allegrie sfrenate, stessi incontri: è come un recinto, dove ci si ritrova, perdutamente, con la follia dell’amore e dell’incoscienza.
Uomini soli al lavoro, per il maledetto petrolio, uomini stanchi, che accettano l’imprevisto, come una insperata malinconica forza di vivere.

e.b.