su ‘ The Hateful Eight ‘ (2)

” (..) The Hateful Eight ha la tensione netta e decisa della traiettoria, la pulsione del vettore che conduce dritto a un punto. Ma poi la focalizzazione di quel punto prende le mosse da un gioco di spiazzamenti che Tarantino dissemina sapientemente, mascherandoli con l’ossessiva presunzione del controllo totale della “scena” che proietta sui suoi personaggi. Il film lo percepisci come stretto attorno a un dispositivo che non ammette falle, dove tutto corrisponde a un sistema di corrispondenze interno alla scena madre costruita nell’Emporio di Minnie: otto personaggi in un kammerspiel, che giocano la loro parte sino alla fine, in una sorta di mise en abyme che riproduce all’infinito la frontalità delle relazioni (..) E allora quella latrina che sta lì, a qualche metro dall’Emporio, è l’archetipo visibile di un fuoricampo che incombe sull’illusione drammaturgica degli otto antagonisti, il richiamo di una realtà che sembra vegliare, nella sua estraneità, sulla concretezza della scena implosa nelle ossessioni delle figure in campo. È come se Tarantino volesse garantire un aggancio reale per quel luogo di astrazione pura che è la capanna(..) La disposizione concentrica stessa delle dinamiche in campo, tutto questo convergere di sguardi, attenzioni, interessi su Daisy Domergue, è il fantasma di una finalità che alla fine resta spiazzato rispetto al gioco messo in scena da Tarantino, interamente costruito su simmetrie che, quanto più sembrano possedute dall’ossessione del controllo reciproco, tanto più alla fine rimandano ad altro e si collocano fuori dalla scena. Si potrebbe dire, in questo senso, proprio della lettera di Abramo Lincoln posseduta da Marquis Warren, che configura una simmetria esterna di scena d’interno e di funzioni relazionali in realtà totalmente fittizia (..) The Hatefull Eight è tutto fuorché un gioco concentrico e ossessivo di dinamiche relazionali astratte nel loro reciproco e fatale inganno. Siamo piuttosto in presenza di un film che immagina una scena unica, globale e compulsiva per poi tradirla in un susseguirsi di punti di fuga prospettici allotropi, in un diffondersi di dimensioni che impongono la loro realtà all’illusoria conclusione delle figure in campo. Non basta mettere due pezzi di legno per tenere la porta dell’Emporio ben chiusa, perché non è tanto dalla tempesta che bisogna difendersi, quanto da ciò che la tempesta non ha portato con sé… Tant’è che Tarantino non esita a ridefinire (o meglio definire davvero) la scena ad un passo dallo showdown, nel quinto, penultimo capitolo, contravvenendo a quella dimensione concentrica che evidentemente perseguiva solo per apparente gioco narrativo: quando spalanca la porta di un flashback che arretra di qualche ora la scena unica dell’Emporio di Minnie, e chiama in campo uno scenario completamente alternativo, con nuove figure, palesemente “vere” nella loro natura di personaggi presentati pedissequamente da Six-Horse Judy, incarnazione di una verità destinata poi a soggiacere al fuoritempo in cui sono relegati gli hateful otto protagonisti. È qui che si instaura l’inganno ed è qui che Tarantino ribalta nel suo opposto lo scenario dell’Emporio, definendo per il film una dimensione alternativamente oggettiva in grado di fondare la realtà su cui si basa il film”

(M.Causo, estratto da ‘Obliqui punti di fuga’)

“Django Unchained finiva con un’esplosione, con il fuoco che bruciava i cattivi, così come bruciavano i nazisti nel rogo delle pellicole in Inglorious Bastards – The Hateful Eight, invece, comincia e finisce nel gelo, in montagna, mentre una tempesta di neve incombe, e ha già ricoperto di ghiaccio il Crocefisso in legno che segna la strada per Red Rock. Western invernale, dunque, ghiacciato, più che fiammeggiante, memore tra l’altro (a detta dello stesso Tarantino) d’un non-western come La Cosa di Carpenter. C’è anche qui la Cosa, il segreto mostruoso che si materializza nel gelo, si insinua nel rifugio, si manifesta in vomiti di sangue e atroci spasimi d’agonia e, una volta scoperto, coinvolge tutto e tutti nella propria distruzione(..) The Hateful Eight è il trionfo del gelo, della morte sulla vita. La vita vale meno di una coperta, di un passaggio sulla diligenza, di un posto accanto al camino o alla stufa nel rifugio di Minnie, di un caffè caldo… Otto personaggi odiosi, come gli otto lungometraggi di Tarantino. Perché “odiosi” (i suoi film)? Perché, girati in apparenza secondo le modalità e le regole del genere (qui, il western) , manca ad essi l’eroe (positivo, almeno nei limiti in cui un eroe, nel cinema moderno, può essere definito tale) e viene quindi a mancare qualunque possibilità di lieto fine. Non si tratta più neppure del baziniano sur-western, di cui ancora si poteva parlare per Django Unchained, contaminato da suggestioni wagneriane. In questo senso si muovevano già i western di Sergio Leone, ma in essi era ancora possibile schierarsi dalla parte di Clint Eastwood, eroe impenetrabile e taciturno, le cui motivazioni, per quanto sempre ambigue, finivano per coincidere in ogni caso con una sorta di elementare giustizia (a questo, neppure il Clint Eastwood regista verrà mai meno). Nulla di simile è possibile col film di Tarantino, così aperto su bianchi spazi gelidi e sconfinati, eppure così paradossalmente claustrofobico, perfino teatrale (tanto che lo stesso regista, a quanto pare, pensa di farne una versione per il palcoscenico). Uomini odiosi (più una donna) costretti a stare insieme in uno spazio chiuso, mentre fuori infuria una tempesta: situazione classica. Se si vuol trovare un limite al film, questo è forse proprio nel partito preso con cui si adopera a rendere tutto e tutti odiosi, tutto e tutti più o meno insopportabili – così i personaggi perdono un po’ il loro spessore, malgrado l’abbondanza di false identità. Non c’è rifugio, da Minnie. Il gelo ha invaso non solo il mondo, ma anche le strutture del western. Gli orizzonti sconfinati diventano inabitabili, si rattrappiscono, chiudendosi tra quattro mura, dietro una porta doppiamente inchiodata. Se nessuno appare per quello che realmente è, si può star sicuri, comunque, che è di gran lunga peggiore di quanto appare.”

(A. Cappabianca, estratto da ‘Il trionfo della morte’)

a.p.

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