i nostri film di tendenza del mese. Su ‘ The Hateful Eight’ ( 1 )

tutti gli scritti sono pubblicati per intero nel n.663 della rivista

“Wyoming, un bianco paesaggio in pieno inverno: finita la Guerra Civile, un gruppo di cavalieri del Western corrono con la carrozza sulla neve ghiacciata, avvolti in una tempesta: con lo sguardo sempre giovane Tarantino ‘legge’ la leggenda, ‘vede’ la tempesta con i tratti festosi e la corsa dei cavalli ritmata sulle loro gambe che rincorrono l’epica, con movimenti astratti, eleganti e sinuosi. Sono i primi personaggi di una favola crudele, dall’aspetto gentile (..) Arrivano stremati in una isolata stazione di posta, già occupata, a causa della tempesta, da un vecchio Generale sudista, un locandiere, un cowboy e un boia, tutti in attesa di raggiungere la meta. Il Gran Teatro è completo, scatta il logos narrativo, tra dialoghi precisi e beffardi, come staffilate shakespeariane, negli intermezzi comico-drammatici del Falstaff(..) La situazione diegetica è tesa, la violenza si avverte nell’aria mentre le ore sembrano scandite dalla lentezza di un pensare condensato e prudente. Sembra un’attesa conviviale e tranquilla. Il linguaggio, le parole, (la voce degli interpreti, nell’edizione originale), tagliano il gelo come una serie di suoni musicali, che ha a che vedere con le forme astratte della rappresentazione. Le provocazioni del nero Soldato della Guerra Civile al Generale, nel raccontargli dell’umiliazione sessuale imposta, prima di ucciderlo, al figlio, sono l’inizio della Grande Moritat (..) più violenta e truculenta, con vomiti a ripetizione e morti simultanee. Lo splendore del Mito si rovescia in un abissale sapore di sporco, tutto diviene reale nella vertiginosa finzione, i protagonisti muoiono come antiche divinità, ripetendo, come in Reservoir Dogs, la capacità di essenzializzare la scena e ritrovare il senso di una scrittura fortemente allegorica.
Con la fine del gelo ritorna la ‘parola’ del sole, l’epos riprende il suo gioco e come in un canto arrivano altri cavalieri; l’ambiguità si interpone alla festosità del paesaggio. L’epopea del western continua. Il western come storia e leggenda, nell’ambiguità dell’evento, come segno, lingua e rècit di una società variegata, con i grumi restati dalla Guerra Civile. Tarantino ha come sgretolato quei grumi, gli ha dato l’aspetto dei suoi personaggi, visti come figure animate da immutabili sensi, nella follia del quotidiano, senza il passaggio della ragione. In una sorta di immaginazione, più omologa che metaforica, hanno i tratti conclusi degli stereotipi.

(E. Bruno, estratto da ‘Una vertiginosa finzione’)

( nel link una lunga intervista a Tarantino con sott. inglesi )

(..) E già in quel film (‘Bastardi senza gloria’) il teatro delle maschere era stato messo, sia pur brevemente, in scena, come accade in quest’ultimo, potente affresco che è The Hateful Eight, come ‘gioco’ al massacro: nella piccola locanda interrata, dove il gioco delle carte che designava gli inventati o reali personaggi, che gli ufficiali tedeschi e finti tali dovevano riconoscere, si concludeva in una sanguinosa moritat (rimando qui alle riflessioni di Edoardo Bruno su The Hateful Eight in questo stesso numero). Bastardi senza gloria era una meravigliosa rilettura della storia che inceneriva i suoi protagonisti nell’incendio e nell’esplosione di un cinema, o meglio nel fuoco caustico del cinema stesso. E da quel cinema Quentin Tarantino ci conduce con The Hateful Eight diritti al terzo atto di una nuova messinscena delle maschere della storia, qui di un’America da poco nata come nazione (..) In The Hateful Eight Tarantino riparte dai paesaggi montuosi e imbiancati di neve del Wyoming, tra i pendii, i boschi e i sentieri di una natura selvaggia che sembra, quasi fossimo accecati dall’effetto albedo della luce che si riflette sul bianco della neve, non conoscere orizzonti; per poi chiudersi negli spazi legnosi di un emporio di frontiera, che si trasforma in un altro bizzarro teatro della storia, che sembra raccogliere in sé, di essa, le violenze, gli inganni, le giustizie, i compromessi, le ipocrisie. E orchestra un teso e serrato confronto di estrema ambiguità tra i personaggi, come nel discorso sulla giustizia che Oswaldo Mobray fa a John Ruth e alla sua prigioniera Daisy Domergue, sulla giustizia in una società civile, sulla giustizia sommaria o di frontiera e sulla vera essenza della giustizia che consiste nell’assenza di passione. Un discorso che mi ricorda per antitesi, lo sforzo etico del giovane Lincoln di John Ford, che davanti alla prigione impediva alla folla inferocita di farsi giustizia dei presunti colpevoli; un ricordo senz’altro soggettivo, richiamato qui alla memoria da quella finta lettera scritta da Abraham Lincoln al Maggiore Marquis Warren, ancora Samuel L. Jackson, che ne millanta l’autenticità fino ad esserne contraddetto e ad ammetterne la falsità. E quando nell’emporio-teatro la verità si palesa, le grottesche maschere della storia mostrano il loro vero volto (..)

(M.Moccia, estratto da ‘Le grottesche maschere della storia’)

a.p.

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