ancora per oggi, in molte sale italiane, ‘ Il figlio di Saul’

in occasione dell’ Oscar 2016, conferitogli per il miglior film straniero. Di seguito, in anteprima, lo scritto di Edoardo Bruno sul film, pubblicato nel n. 263 della rivista, di prossima uscita

” È impossibile scrivere sul film di Nemes ‘Il figlio di Saul’ senza citare alcuni passi di ‘ Tre saggi sull’ immagine’ di Jean-Luc Nancy (Cronopio editore) che, scritti nel 2002, hanno la preveggenza che conclude tutta la sua trattazione sull’ immagine dei campi di sterminio, mirabilmente definita dell’ ‘immagine interdetta’ : ‘ In questo faccia a faccia cieco, che è il faccia a faccia con il senza-sguardo (la morte che non si è fatta venire), c’ è ancora una terza presenza, il membro del Sonderkommando ebreo, incaricato di svuotare la camera a gas, colui che raccoglie su di sè l’ intersezione dei due sguardi vuoti’. Per la prima volta in un film su Auschwitz, in cui si parla di questo orrore, vediamo solo l’ ombra del campo, ‘ sentiamo’ l’ odore della morte, ‘ vediamo’ la tragedia, l’ odio e la rabbia (e il furto, i piccoli tragici commerci, quei rancori tra ebrei, che già Primo Levi annotava ne ‘ I sommersi e i salvati’ sottolineando il passaggio al limite della rappresentazione) stando ‘ dall’ altra parte’, dietro le spalle dell’ attore protagonista, che ci precede nei piani sequenza, quasi a ‘ commettere’ i suoi stessi reati -l’ uccisione e la morte- spettatori incolpevoli ma anche ‘attori’. Nemes ha ridotto lo spazio della rappresentazione a uno sguardo partecipe, che si appropria della morte sino a implodere l’ integrità della ‘Weltanschauung’ in una epica della forma. L’ ordine viene frantumato, in un urlo improvviso, la meticolosa divisione dei compiti rovesciata, e tutto nel campo precipita, come in realtà avvenne nel 1944, con la rivolta dei dannati, sino alla prima fuga dall’ inferno, in una selvaggia riconquista di sé, finita nel massacro. Nemes è stato attento sino al dettaglio, ha seguito i movimenti degli uomini-ombra, in una rappresentazione ostensiva, i gesti e gli sguardi, e ‘scoperto’ il nascondiglio della macchina fotografica nel campo, unico testimone ‘altro’, capace di dare verità all’ ‘immagine interdetta’ delle facce deperite e dei corpi ridotti dalla fame e dalla fatica.

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