i nostri film di tendenza (4)

.’Miss Julie’ di L. Ullman

“Tutto è più grande dei singoli pezzi” dice, ormai irrimediabilmente fuori campo, la voce di Jessica Chastain, dopo che la si è vista spargere dei fiori nell’acqua di un ruscello, prima dell’ellisse mortale, quella che anticipa la sua morte, la ripresa dall’alto del suo cadavere sdraiato sull’erba, sanguinante, o meglio, dal quale fuoriesce una macchia rossa violacea, in forte contrasto col blu del suo abito. Sono le parole prima del suicidio, quelle che chiudono Miss Julie, datato 2014, uscito in poche sale l’anno scorso, in poche copie, e poco ascoltato oltre che poco visto, sono le ultime parole del film, sono tra le tante, in più o in meno, fra quelle che non appaiono nel testo originale di Strindberg (..) Credo che con questa frase, al momento del congedo dal nostro sguardo, Ullmann voglia più che mai renderci partecipi, nell’andare verso la messa a morte della sua femmina folle, della sua ultima immagine, di quello che è stato il lavoro compiuto sulla pagina scritta prima, sul set poi, e infine in fase di montaggio. Delle modalità di produzione del senso della sua opera, del suo essersi affrancata dai canovacci bergmaniani, dalle loro confidenze filmiche, dalle loro parole proferite da ppvoltimaschere, del suo essere riuscita ad eccedere il testo di partenza, a riscriverlo, a reinventarlo per un film che solo apparentemente sembra iscriversi nella tradizione del teatro in costume (magari ben) filmato. (..)
È il corpo fantasmatico e spettrale ma anche quanto mai pulsionale e viscerale di due star di Hollywood a farsi carico dell’Immagine, a dare carne e senso a una sarabanda di alterazioni percettive, di scarti violenti tra uno ‘stato’ e l’altro, che lottano per il dominio dell’una sull’altra, in un vortice di sadomasochismo che rimanda, più che alle Persone di Bergman, alle crudeli messinscene di relazioni pericolose che si rispecchiavano pericolosamente nelle Figure del Gran Teatro melodrammatico di Fassbinder, anche se qui Brecht e gli specchi sono quasi del tutto assenti, o impossibili a darsi a vedere (ma Chastain, in alcuni implacabili primi piani, fa pensare a Petra von Kant…)

Colin Farrell e Jessica Chastain, attori entrambi non a caso malickiani, sono qui lavorati contro il loro essere stati in nuovi mondi, e qui, sotto gli alberi o accanto all’acqua, recuperano o inventano solo (fittizi?) ricordi, prima di morire o di salire su per le antiche scale, e il cielo e la terra sono orizzonti lontani, invisibili a occhio nudo, i loro occhi sono solo rivolti all’Altro, inafferrabile, imprendibile, anche dopo il rapporto carnale. Ullmann non li ha scelti seguendo i dettami della legge del mercato, li ha voluti, voglio pensare, e così li vedo, affinché recitassero la loro disperata ricerca del vero in un’altra lingua, la propria, ma Altra rispetto a quella del testo scritto. Liv Ullmann è stata ad Hollywood, ha recitato in America, e la sua Miss Julie non avrebbe potuto dirsi e ascoltarsi nell’originale, doveva necessariamente trovare un ulteriore elemento straniante, a rafforzare l’alterità di questi fantasmi notturni, la loro impagabile differenza. Julie e Jean ma anche l’altra donna, Kristin, l’altra serva, quella che sta in un’altra stanza, quella che li ascolta e li spia, quella che dorme e che forse li sogna, quella che alla fine li lascia al loro destino, non potevano che guardarsi e farsi guardare, nell’impossibilità di vedersi veramente, proprio che parlando un’altra lingua rispetto a quella della copia originale, così come altra è la lingua filmica di Ullmann, testimone di una notte che avrebbe dovuto essere senza fine.

( A. Pastor, estratto da ‘ Tutto in una notte, di mezza estate’ , pubblicato nel numero 651/652 )

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