Intagliare il ‘corpo’ della natura

I racconti dell'orso

I RACCONTI DELL’ORSO di Samuele Sestieri e Olmo Amato

Non c’è che questo cercare. Quest’incessante
navigare nel sogno questo viaggio
di Ulisse senza ritorno.
(Manuel Alegre)

Il verde della pianura, gli alberi, l’azzurro del cielo, il nastro d’asfalto della strada… l’apparire di tutto come fosse un ricordo. Il ricordo di un viaggio sognato, o il sogno di un viaggio che non si può e non si vuole dimenticare, da trattenere dentro l’oscurità luminosa degli occhi che si chiudono.

I racconti dell’orso, opera prima di Samuele Sestieri e Olmo Amato, è un’intensa e malinconica favola intagliata, come fosse un talismano, nel ‘corpo’ stesso della natura. I boschi, le acque, le distese deserte, la piccola chiesa con l’altare fatto di nodose radici tra le quali si ‘confonde’ il legno della croce e del corpo del Cristo, il dio della natura. E ancora i pali di legno, conficcati nel terreno, come fossero antichi corpi venuti fuori dalla terra stessa, con le teste e i volti fatti di zolle di terra e i capelli di cespi di fili d’erba, sono corpi, che, sparsi sulla pianura, attendono una (im)possibile risurrezione.

Così I racconti dell’orso in questo suo essere un disegno mitico, cifrato, affabulatorio si fa viva metafora e ‘lotta amorosa’ (per dirla con Karl Jaspers) e incrocia nella memoria il volo della fantasia di Antoine de Saint-Exupery, e il ricordo/viaggio/incontro dell’aviatore e del piccolo principe nel deserto, sembra rivivere, come in un chiasmo, nell’incontro/viaggio/ricordo dei due personaggi del film di Samuele Sestieri e Olmo Amato.

Il cielo, le nuvole, la nebbia, il lento moto ondoso delle acque, le renne, il volo degli uccelli, la pioggia, lo stormire del vento tra le foglie è tutto quanto in questo film si perde e si ritrova, per poi riperdersi e ritrovarsi, ancora, in un movimento che mi riporta con la mente ancora a Karl Jasper: “[…] dovunque noi ci sospingiamo, sempre ci accompagna l’orizzonte che continuamente racchiude le cose di volta in volta raggiunte. Esso è sempre presente di nuovo, e poiché è solo orizzonte e non conclusione, non ci consente un arresto definitivo. […]. L’essere rimane per noi aperto, esso ci trascina da tutte le parti verso l’infinito, esso di volta in volta, ci fa venire incontro qualcosa di nuovo come essere determinato”.

m.m.

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