Monthly Archives: dicembre 2015

tre giorni fa ci ha lasciato Haskell Wexler

grande direttore della fotografia, fra i tanti, di B. Edwars, T.Malick, E.Kazan, F. Coppola, G.Lucas, M.Forman  e ‘ duro’ e radicale cineasta militante

a.p.

Our Christmas


a.p.

Intagliare il ‘corpo’ della natura

I racconti dell'orso

I RACCONTI DELL’ORSO di Samuele Sestieri e Olmo Amato

Non c’è che questo cercare. Quest’incessante
navigare nel sogno questo viaggio
di Ulisse senza ritorno.
(Manuel Alegre)

Il verde della pianura, gli alberi, l’azzurro del cielo, il nastro d’asfalto della strada… l’apparire di tutto come fosse un ricordo. Il ricordo di un viaggio sognato, o il sogno di un viaggio che non si può e non si vuole dimenticare, da trattenere dentro l’oscurità luminosa degli occhi che si chiudono.

I racconti dell’orso, opera prima di Samuele Sestieri e Olmo Amato, è un’intensa e malinconica favola intagliata, come fosse un talismano, nel ‘corpo’ stesso della natura. I boschi, le acque, le distese deserte, la piccola chiesa con l’altare fatto di nodose radici tra le quali si ‘confonde’ il legno della croce e del corpo del Cristo, il dio della natura. E ancora i pali di legno, conficcati nel terreno, come fossero antichi corpi venuti fuori dalla terra stessa, con le teste e i volti fatti di zolle di terra e i capelli di cespi di fili d’erba, sono corpi, che, sparsi sulla pianura, attendono una (im)possibile risurrezione.

Così I racconti dell’orso in questo suo essere un disegno mitico, cifrato, affabulatorio si fa viva metafora e ‘lotta amorosa’ (per dirla con Karl Jaspers) e incrocia nella memoria il volo della fantasia di Antoine de Saint-Exupery, e il ricordo/viaggio/incontro dell’aviatore e del piccolo principe nel deserto, sembra rivivere, come in un chiasmo, nell’incontro/viaggio/ricordo dei due personaggi del film di Samuele Sestieri e Olmo Amato.

Il cielo, le nuvole, la nebbia, il lento moto ondoso delle acque, le renne, il volo degli uccelli, la pioggia, lo stormire del vento tra le foglie è tutto quanto in questo film si perde e si ritrova, per poi riperdersi e ritrovarsi, ancora, in un movimento che mi riporta con la mente ancora a Karl Jasper: “[…] dovunque noi ci sospingiamo, sempre ci accompagna l’orizzonte che continuamente racchiude le cose di volta in volta raggiunte. Esso è sempre presente di nuovo, e poiché è solo orizzonte e non conclusione, non ci consente un arresto definitivo. […]. L’essere rimane per noi aperto, esso ci trascina da tutte le parti verso l’infinito, esso di volta in volta, ci fa venire incontro qualcosa di nuovo come essere determinato”.

m.m.

ci ha lasciato Mario Dondero, l’ occhio del nostro tempo

Manoel de Oliveira 11 dicembre 1908

‘ Searching for Padre Pio’ , l’ ultimo lavoro di Abel Ferrara

stasera in prima visione su DeeJay Television alle 23.30

a.p.

‘ La parte bassa ‘ di Claudio Caligari oggi a Milano a Filmmaker

su ‘ Non essere cattivo’ vedi nella sezione film di tendenza ‘ Selvaggia innocenza’ di Lorenzo Esposito e Daniela Turco, 15 ottobre 2015

 

Godard ( s ) ( 5 e fine )

” Più luce! o Più niente! ( Meher licht!, Meher nicht! ) : non si sa se l’ ultima frase di Goethe ( in tedesco il gioco verbale funziona meglio ) volesse essere un invito al sublime o una affermazione negativa e su questo significato opposto Thomas Bernhard scherza : e scherza anche Godard in ‘ Soigne ta droite ‘,

un film tutto giocato sull’ ambiguità, sul nero e sulla luce, sul paradosso e sul nonsense. Ma anche sull’ imbecillità di un mondo che sembra impazzito, un mondo dove l’ astuzia, i luoghi comuni, l’ arroganza richiedono il distacco e l’ estraneazione. Godard filma il vuoto, i riflessi di una finestra, l’ azzurro del cielo, i silenzi che ingigantiscono i rumori, il volto di una adolescente e gli inciampi di un gruppo musicale alle prese con una registrazione difficile. Metafora o tautologia di un mondo alienato, registrato, contraffatto, ossessivo. L’ invisibile che si aggira e l’ impensato costituiscono l’ episteme della contemporaneità, dentro e fuori la storia, nell’ oblio e nel ricordo. ‘ L’ oubli – scrive Augè – est la force vive de la memoire et le souvenir en est le produit ‘.

In ‘ Eloge de l’ amour’

Godard gioca su questi due elementi, la prima inquadratura è sul nero e una voce esclama fuori campo : ‘ Ti ricordi i nomi?’. Il nero della Parigi di oggi è già memoria, rivisitazione di strade , di ponti, di banlieues dimenticate, dell’ ile Seguin e dei nuovi quartieri, luoghi di solitudini e di incontri, di favole e miti. ‘ Non si può raccontare una storia senza fare la Storia’ dice Godard, inseguendo sensi e parole, le tracce disperse nei manifesti stradali e piccoli gesti amorosi.’ Eloge de l’ amour ‘ è come una passeggiata filosofica dentro il tempo, alla presenza continua della mdp sempre a ridosso, in una luce nera avvolgente, che si risolve improvvisa alla fine, alla ricerca di luci e colori. Come la pittura dei fauves. ( E.Bruno )

a.p.

Godard ( s ) ( 4 )

” ‘ Ici et ailleurs’,

‘ One plus one’ ,

‘ Numéro deux’ sono tappe precise verso questa riappropriazione di un grado zero, di una consapevolezza attraverso le immagini. ‘ Passion’ significa ripartire da questo zero con una possibilità di scrittura elevata attraverso il corpo e la voce degli attori, attraverso la rottura del senso tradizionale, un ‘ fare ‘ senza scrittura prefilmica, un fare che si costruisce direttamente sperimentando sul set. Il film diviene così, il luogo del fuori campo, la scena inventata, il laboratorio dove è possibile ‘ desiderare ‘. ‘ Il cinema di Godard – scriveva Turroni – è nel suo farsi, nel costruirsi, nell’ essere ‘ . C’ è tutto un itinerario ideologico da ‘ A’ bout de souffle’

sino a ‘ Le petit soldat ‘,

‘ Les Carabiniers’

a ‘ Notre musique’,

un passaggio dentro il cinema filosofico, come sguardo, nell’ immagine, nelle cose, nel pensiero. L’ icasticità delle immagini porta le immagini a livello di una dialettica, segno di un tramite, di un’ articolazione, che facilita e guida la stessa narratività che si fa azione, che entra nel repertorio e diviene linguaggio, testo filosofico. La luce, il rumore, la parola diventano oggetti, parte di un discorso, determinano una filosofia del reale, una enunciazione politica che agisce sul piano della acquisizione semantica. In ‘ Notre musique ‘

Godard ‘ legge’ il futuro nella memoria come assoluta necessità, Mostar, Serbia, Palestina sono i simboli di una nuova Commedia, Inferno, Purgatorio, la sconfitta della ragione. Perché ? Il silenzio inghiotte la risposta : la parola di Levinas ‘ Solo l’ umanità disarmata merita questo nome’ risuona lontana. ( E.Bruno )

a.p.

Godard ( s ) ( 3 )

In ‘ Passion ‘

Isabelle Huppert, operaia sindacalista, durante un’ intervista, trova a fatica le parole giuste. ‘ La parola operaia- spiega Godard- balbetta. L’ intervista ad un operaio alla televisione non sarebbe possibile, ci sono troppi silenzi e la tv non sopporta il silenzio. Gli operai cercano le loro parole e i loro pensieri e questi non si trovano belli e fatti ‘ .Godard ‘ scrive’  un film – allegoria, infrange il discorso narrativo per una serie di quadri e ricompone un dittico su due momenti paralleli che si intrecciano in un’ impossibilità di trovare un’ articolazione unitaria. Paradossalmente impossibilità di essere film, cioè di diventare una storia e non una serie di contrasti dialettici, una metafora sulla luce e sull’ ombra. Per prima cosa rimette in gioco l’ elemento unitario, ‘ gira’ con la luce ricomponendo la casualità, osservando, spiando gli abbagli come un pittore en-plein-air, rifiutando lo standard e inciampando sull’ imponderabile.

E Raoul Coutard traccia un tessuto luminoso, ricostruisce un arazzo dove ogni piccola spirale di luce si avvolge della calda passione dell’ occhio, della vibrazione inattesa. Dove un filo tirato crea emozioni diverse accettando di entrare per caso nella composizione ; lo stesso ‘ caso’ che presiedeva la luce nei film primitivi.

Anche questo è un modo di appropriarsi della classicità, affrontando con tecniche nuove gli eterni problemi dell’ imprevisto, della modificazione continua.

” Quattro operatori diversi hanno rifiutato di girare il mio film- confessa Godard- e io sono ritornato alla mia vecchia amante che aveva orgoglio e umiltà : Raoul Coutard. Gli altri non avevano che dell’ orgoglio. Hanno rifiutato di lavorare senza luci in esterni. Io dicevo: comportatevi come un turista o un pittore che va alla scoperta di una foresta o di un campo. Prendete la luce da fuori per poterla ridare in studio e non solamente a colpi di proiettore!’

Così la luce ricostruisce il senso dell’ imponderabile mentre il regista del film nel film osserva l’impossibile ripetitività dei grandi pittori, Goya, Delacroix, Rembrandt sono quadri viventi, metafore di una impossibile perfezione che Godard lascia intravedere tra le righe.Da una parte c’ è un film immaginario sulla Passione diretto da un regista polacco ( Jerzy Radziwilowich, il Maciek de ‘ L’ uomo di ferro’ ) che non riesce a concludere e che, in tal modo, prende le distanze dall’ oggetto narrato e dirige il significante verso indicazioni solo allusive; la parola ‘ solidarietà ‘ che ricorre ( ‘ un’ immagine non è mai bella o buona perchè brutale o fantastica ma perché la solidarietà delle idee è lontana e giusta ‘ ) diviene simbolo e precisa indicazione ideologica. E dall’ altra parte c’ è una storia che si svolge in un’ officina, dove il padrone ( Piccoli ) con il ‘ fiore in bocca’ diviene segno interlocutore di Isabelle, l’ operaia che balbetta, rappresentazione di una impotenza politica.

Impossibile la discussione, impossibile concludere il film. Su questa doppia impossibilità Godard propone la sua allegoria,chiude in una obsoleta rassegnazione la sua messa in scena. In una strada illuminata da un sole al tramonto, una luce forclusa dilata le ombre attorno a Isabelle, in una dimensione che è già crepuscolare.

Assumere l’ allegoria a senso del film significa guardare dentro un significante privilegiato, sfumare i contorni di un paesaggio della memoria, rintracciare un lungo percorso compiuto attraverso le immagini. Significa,  per Godard, rivedere tutti i vari film realizzati, riassumere come esperienza la distruzione compiuta di certe forme di cinema, per costruire un nuovo discorso. ( E.Bruno ) ( segue )

a.p.