‘ In Jackson Heights ‘ di Wiseman, da Venezia a Milano,

oggi in concorso a Filmmaker.

” Un quartiere, una porzione di una città, New York, una radiografia del mondo occidentale – lutti, dolori, illusioni, speranze. Come in tutti i film di Frederick Wiseman le immagini sono ‘ parole’ , sono eventi, ricordi, dati di fatto, sono la verità delle cose, l’ essenza della sua narrativa, la scrittura diretta, lo stile; sono lo spirito dell’ immagine, la poetica delle cose. Ma sono anche la politica, la denuncia delle sue leggi e delle sue contraddizioni, l’ epica delle emozioni, l’ allegoria, il ‘ Moby Dick’ di un presente che ‘ si fa’ futuro, la drammatica disperazione di una società in disfacimento. Ogni intervista, ogni considerazione, ogni commento riguarda ognuno di noi: americano, messicano, europeo, le loro voci parlano del loro reale, con lo stesso slancio, con lo stesso alimento di odio e di impotenza, con la stessa partecipazione indignata e inconscia, che riguarda l’ attuale perdita di umanità, la difesa della creatività minacciata, l’ assenza di libertà ( …) La realtà esce dai confini, la lingua è la stessa nei toni, racconta il disagio, esprime la stessa malattia, la stessa disperazione del piccolo impresario, soffocato dal grande mercato, la stessa impotenza del disoccupato, la febbre del vivere senza più speranze. La cultura, la scuola, l’ avvenire sono confini impossibili. Wiseman ‘  parla ‘ con la voce degli altri del suo dolore e della verità sovversiva, e vive questa drammaticità con l’ esplorazione del suono, del rumore della città.”

( estratto da E. Bruno, ‘ Reale come radiografia’ , n.659 )

” ( …) Wiseman pone un occhio insubordinato ‘ dentro ‘ Queens, occhio circolante come l’ economia dello sguardo e del prelievo che miracolosamente Wiseman sa far trascorrere e ‘ scorrere ‘ come un sistema di affluenti, come fiumane parallele, rivoli di storie e parole e ‘ prese di posizione ‘ e lotte civili e scambi di esperienze e auto rappresentazioni e intersecazioni del diverso e del molteplice. Nel film emerge continuamente una placida urgenza di un punto critico e di cambiamento, un punto di rivolgimento che scivola per le strade e immette un movimento uguale e contrario a quello del potere che mimeticamente cerca di fagocitare e assorbire la diversità (…) c’ è qualcosa di lucido e sciamanico nel film , come di ‘ trance controllata ‘ e lucida, capace di fissarsi nei racconti- possessione di molti volti – voce , di molti ‘ fattori umani ‘ che, davanti alla macchina da presa, è come se incarnassero sacralmente la propria esperienza ( ad esempio il racconto del viaggio allucinante tra Messico e Stati Uniti ). C’ è un magnetismo, come sempre in Wiseman, un filmare preciso e sismografico che ora, accordandosi – discordandosi con un ‘ suolo ‘ newyorkese che è come calpestato e percorso secondo sentieri rituali, secondo echi ancestrali ben dissolti e dissimulati ‘ dentro-sotto’ le strade percorse di Queens. E in tal senso l’ uomo diventa paesaggio e le strade della terra, il pianeta- occidente tutto a sua volta si interiorizza, così come nel cielo e sulla terra sembra dissolversi in pulviscolo tutta intera l’ umanità , e il suo dialogico raccontarsi, rovesciata tra est e ovest, tramonto e alba, in una terra – aleph dove il centro è dappertutto e la circonferenza in nessun luogo.(…)

( estratto da B. Roberti ‘ Vai e Vem. Invisibile. Città ‘ , n.660 )

a.p.

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