scusandoci per la prolungata assenza

ricominciamo a ‘ fare fuoco’ col nostro pensiero ( e le ‘ nostre’ immagini )

” (..) George Miller con il suo nuovo capitolo della saga ‘ Mad Max, Mad Max : Fury Road’ , ritorna all’ immagine del deserto, o forse entra, per la prima volta, nel deserto del cinema, inoltrandosi nel vuoto di una visione alla quale dà movimento e vita. Siamo dalle parti di George Lucas e Steven Spielberg che si sono immersi nell’acqua arenosità dell’ immagine che è stata quella di Stanley Donen ( nel suo ‘ Piccolo Principe’ ),

ritornando nello stesso deserto della fantasia, alla stessa ‘ phantasiai’, e servendosi , non a caso, anche loro, come Donen, dell’ arte di Norman Reynolds, fino ad arrivare a Michael Bay in viaggio verso Petra attraverso il deserto e dunque attraverso un tempo inesistente e uno spazio vuoto e sempre pronto a riempirsi. E forse un richiamo al cinema di Bay è la presenza nel film di George Miller di Rosie Huntington- Whiteley attrice esordiente in ‘ Transformer 3 – Dark Side of Moon

Quella di ‘ Mad Max : Fury Road ‘ è una visione desertica, e anche di morte, in cui George Miller è alla ricerca della sua risorgiva (..) Le immagini stesse diventano un’ infinità di granelli di sabbia portati via dal vento nel loro continuo sfuggirci sia dagli occhi sia dalle mani. E per un attimo sembra già  tutto dissolversi con la tempesta di sabbia per ripartire da un altro lontano luogo. Nel film si è come accecati, arenati, sepolti. Solo dopo essere stati inghiottiti dalle tornanti sabbie, solo dopo essere stati sepolti da esse si può intraprendere o riprendere il viaggio ( ..)  e quando sembra di essere arrivati ci si scopre giunti in un vuoto più vuoto del vuoto, non ci si può spingere oltre, il deserto stesso risucchierebbe l’ ultima immagine di queste donne fasciate nei loro veli e manti, le renderebbe un miraggio, la vera terra promessa ricca di verde e di acqua è quella dalla quale si è partiti e alla quale fare ritorno. L’ ultimo sguardo di Miller scopre dall’ alto  Max confuso tra gli abitanti della Cittadella, non più schiavo ma uomo libero, in un ‘ agnizione che sembra quasi rendere il furore della battaglia e la conquista della Cittadella la Fata Morgana dell’ attraversamento solitario di un deserto, come accadeva a James ‘ Stretch’ Dawson in ‘ Yellow Sky ‘ di William Wellman ”

( estratto da ‘ L’ immagine è il deserto ‘ di Michele Moccia, pubblicato nel n. 656/ 657 della rivista )

a.p.

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