Innesti

la sceltaForse il titolo dell’opera di Luigi Pirandello L’innesto, alla quale si ispira il film, sarebbe stato il titolo più giusto, anche nella riduzione di Michele Placido che ‘innesta’ nella cultura contadina di un piccolo paese delle Puglie, il vecchio e il nuovo.
Le antiche strade del paese e le innovazioni delle nuove industrie di mobili e dei designers, che cambiano e modificano lentamente la vita di tutti i giorni, le paure, i sentimenti, le attese, i costumi sono messi a fuoco da Placido e ‘trascesi’ senza esasperazioni, ma rendendo atti le esitazioni e i gesti.
Si avverte un cambio di energie, uno straniamento espressivo che riguarda anche il paesaggio – quelle antiche masserizie nell’area contadina e il nuovo ‘silenzio’ rotto dal costante rumore delle pale eoliche, che entrano spietatamente nel ritmo vitale. Si evidenzia allora anche l’amara condizione della coppia, protagonista di una storia d’amore senza figli, in una civiltà dove il matrimonio significa prole, e l’assenza di figli genera mortificazione e sospetti.
Pirandello racconta di un agguato, di sera, in cui uno sconosciuto stupra la giovane donna (siamo nell’anno 1919) e della conseguente nascita del figlio; Placido seguendo le tracce del testo, focalizza le reazioni di oggi, la vergogna e il silenzio della donna e la rabbia violenta dell’uomo; e, ancora una volta, l’occhio straniato di Placido sembra cogliere l’essenziale, tutto gira attorno alla coppia, la isterica difesa della donna che vive lo stupro come vergogna e la combattuta ragione dell’uomo che alla fine accetta il fatto compiuto. Con dolore e rispetto, come il ricordo di una cantata di Celentano: “La tua malvagità / nel mio grembo morirà / poiché è proprio dal mio grembo che rinascerai / e mentre in cuor mio / per sempre morirai / come un fiore dal mio grembo tu rinascerai”*.

edoardo bruno

*Adriano Celentano, Il figlio del dolore.

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