Orson Welles nasceva il 6 maggio 1915

” (..)  Citizen Kane’ di Orson Welles è in fondo l’ attimo rappreso tra due movimenti di macchina che condensano quell’ entrare e uscire dentro e fuori dal luogo proibito.’ No trespassing ‘ è l’ invito trasgredito dalla macchina da presa che porta all’ interno di quel cancello che sembra sublimare un sogno arcano, un fuggire dentro i versi di Coleridge ‘ In Xanadu died Kubla Kahn/ A stately pleasure- dome decree..’ E dietro questi versi, intravedo un mondo affascinante, ripercorro le tappe di un’ intera esistenza, raccolgo immagini della vita privata di Kane, attimi di sospensioni, di fragilità, di paure; la solitudine di un Mida che dispensa ricchezza, che compra tutto quel che desidera, ma resta legato al suo gioco solitario di quando era bambino, in un piccolo spazio pieno di neve, solo con i suoi fantasmi (..) il film altera il tempo reale ma ricostruisce il senso della durata, e rovescia ogni rapporto con la verosimiglianza, per inseguire il suo immaginario”

” Quel finto documentario di attualità ( ‘ News on the March ‘ )

con cui si tenta di ricostruire una vita altro non è che la testimonianza di una morte, di un qualcosa che è già irrimediabilmente avvenuto. Il resto rimane fuori dall’ obiettivo, resta qualcosa di non catturabile, di impossibile a fermare, confermando l’ inutilità della pura mimesi.(..) Welles costruisce il film giocando sulla finzione assoluta di un percorso nel segno opaco dei falsi ricordi, delle testimonianze, dei diari, delle ‘ false confidenze’. Ma entrare nell’ ottica dei vari personaggi in questo caso serve ad alternare i punti di vista attraverso soggettive che condensano in una stessa forma figurale un ‘ reale’ dove ogni elemento sembra assorbirsi nel vuoto del suo riflesso. Il flusso continuo dalle parole alle immagini, il sogno di una morte improvvisa sembra dilatare gli spazi,  quell’ entrata della mdp dall’ abbaino su Alexandra seduta al tavolino del Ranch, sottolinea un movimento irreale, un passaggio tutto interiore e mentale. Sono condensazioni di riflessioni, panorami onirici, stati d’ animo che Welles ripete anche nei suoi altri film, e che motivano stilisticamente il suo bisogno di rappresentare l’ oscuro flusso della dissimulazione. George Amberson, Michael O’ Hara, Macbeth, Othello, Arkadin, Quinlan, Joseph K, Falstaff, Mr. Clay di ‘ Une histoire immortelle’ attraversano il sogno come uno spazio chiuso

senza finestre, con la nostalgia di un passato che non hanno vissuto, con l’ ambiguità di una logica che attraversa il conscio e l’ inconscio, fantasmi immaginati dentro una luce corporea, cicatrici di un enigma che si dissolve fuori dal tempo. Quei pochi frammenti che restano di quel mirabile film incompiuto che è il ‘ Don Chisciotte’

ancora una volta inseguono un sogno, svelano la malinconia del personaggio, la ‘ bile nera’  che sottende follia, invenzione e delirio. Don Chisciotte è l’ ultimo in ordine dei suoi personaggi, inventati o riscritti criticamente, trasferiti in una dimensione irreale; Skakespeare, Kafka o Cervantes, non ha importanza, sono le incarnazioni di una disperata fuga nel buio, un rifugio nella pazzia (..) Quando,  nel ‘ Don Chisciotte’, il Cavaliere entra assieme a Sancho sul suo bianco ronzino nella città di Pamplona trova le sue imprese già inscritte nelle mattonelle della facciata di un palazzo, e la sua effigie di povero hidalgo già inventata, perché la sua non è che una esistenza di riflesso, appunto l’ analogia di una storia accaduta. Le possibilità di ‘ pensare ascoltando’ la frase, si realizza, nel film, in tutta la sua estensione; proprio le ombre, le luci entrano nell’ immaginario e ne sostanziano un aspetto, che non può risolversi nella sola phoné. Gli attimi della ‘  frase’  sono gli attimi della sequenza, i portati di un immaginario che si  racconta, prendendo le distanze dallo stesso io che racconta pur in qualche modo coincidendo con l’io. Sono gli elementi di un discorso che procede in un universo dove suono e immagini si coinvolgono in uno spessore che costituisce la narrazione (..)

( E. Bruno, Del Gusto, Percorsi per una estetica del film, Bulzoni Editore, 2001, pag.187- 189 )

a.p.

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