Il ritorno delle ceneri

Di seguito la recensione di Edoardo Bruno su Il segreto del suo volto (Phoenix) presente nella sezione FILM DI TENDENZA del numero 653 di Filmcritica

Un sentore di clinica, avvolto nel giallo luminoso e perverso, un via-vai di volti fasciati, come Les yeux sans visage di Georges Franju, una ricerca frenetica di senso, tra realtà e fantasia, questo l’incipit narrativo del film. L’azione si svolge in una città ancora devastata dalla guerra, vista come un paesaggio espressionista dominato dal rosso all’esterno e dal bianco delle abitazioni lineari, illuminate da una luce chiara, all’interno.
Franju è un inizio sviante, infermiere e pazienti con il volto fasciato di bianco immettono in un universo dove il reale ha una forma d’apprensione, l’ignoto copre un passato di campi di concentramento e l’insolito muove la ricerca di un’investigazione.
Due donne, i temi dell’oggetto e della fantasia, sono alla ricerca di una vita ritrovata dalla più giovane che, dopo l’operazione, torna ad avere un volto quasi normale ma non una ‘propria’ memoria. Il film è la ricerca di questa memoria, di un punto di equilibrio ancora in bilico, tra incontri e ricordi. La città, attraversata da macerie e soldati occupanti, di notte è dominata da Phoenix, un bar-cabaret, un non-luogo struggente dove due ballerine cantano in tedesco Notte e dì di Carl Porter, una rivisitazione alla Fassbinder (Lili Marleen), un abbraccio alla malinconia (l’amore è una scintilla che passa), un brivido d’emozione.
La dicotomia degli ambienti diviene il dato fisico di una ricerca al limite del possibile, sulla traccia di una memoria trascinata verso un verosimile che incombe in un solare paesaggio boschivo.
Christian Petzold in questa corsa contro il tempo dilata gli spazi ed estende il momento della gioia in un attonito, quanto ambiguo, abbraccio finale. Ma è proprio questo incontro e rientro in famiglia a diffondere il gelo, ancora una volta un richiamo a Fassbinder, al suo storicismo estetico, alla drammaturgia dei colori, alle canzoni, ai vestiti, retaggio di un dato introverso, di una dialettica della psychè e della physis dell’individuo e, in definitiva, del marginale e della società.

e.b.

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