Luca Ronconi regia come cinema

Di seguito l’editoriale del prossimo numero di Filmcritica, il 653.

La scomparsa di Luca Ronconi ci lascia orfani di un grande regista autore, che portava il segreto del cinema a teatro e che senza tradire il teatro lo arricchiva inventando una maniera di guardare e di fare. Voci come parole, attori inseguiti nello spazio sonoro, regia che “si fa” cinema, irripetibile gesto che resta solo nella memoria.
Un bouleversement fatal fu quello che provai assistendo nel 1991 a Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus al Lingotto di Torino. Era anche più ‘cinematografico’ dell’Orlando visto qualche anno prima al festival di Spoleto, più campi e controcampi e molti carrelli, molti effetti dolly, molti scatti sonori: e dove, come lui stesso ha detto in una lunga intervista pubblicata su Filmcritica, ‘ogni spettatore era come una ‘camèra’, si avvicinava e si allontanava, stabiliva le profondità di campo…’ (1); e costruiva così uno spazio filmicamente teatrale. Inoltre, c’era, nella sua regia del testo di Kraus, la memoria di certi kolossal, come ad esempio la lunga sequenza dei reduci di guerra che ricordava un’analoga sequenza di Via col vento, meravigliosa, vista dall’alto, in una visione ‘cinemascopica’.
Questo ‘fare’ di Luca Ronconi tra teatro e cinema, ancora affascina. Nel 1959, quando decisi di pubblicare su Filmcritica anche alcuni testi inediti teatrali, come I Carabinieri di Beniamino Joppolo, inaugurai la sezione pubblicando Guerra ed estate di Luca Ronconi (2), un testo che attraversava le inquietudini della guerra e del dopoguerra e che si leggeva come un film.
Anche nelle sue regie liriche alla Scala, il cinema si impone come esigenza primaria. Nel Guglielmo Tell c’è un richiamo esplicito alle teorie di Ejzenstejn sulla ‘natura non indifferente’ dal momento in cui il fuoco visivo passa attraverso una serie di prospettive, filmate come in 3D, in una mimèsi del Grand Opera.
La stessa recitazione straniata di Ronconi, in cui le passioni non sono una proprietà dei personaggi ma una forma di energia che li attraversa, più che con Brecht aveva molte affinità con quello che lui stesso definiva ‘campo coscienzionale’, una disponibilità mentale, che lavora sulla persistenza del senso e del significato. Per noi abbastanza vicina al cinema di Straub; medesimo meccanismo interpretativo della phonè e del ritmo scandito della parola.
Edoardo Bruno.

(1) La percezione spazio-temporale, conversazione con Luca Ronconi, a cura di E.Bruno e E. Zocaro, in Filmcritica 453, marzo 1995.
(2) Guerra ed estate, in Filmcritica 88, agosto 1959.

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