‘ A proposito di panico

e di telefono, che in Panic ( 1978, 18′, colore, 35mm )

esercita il ruolo diegetico più importante ( …) e fa, alla lettera, da filo conduttore di un thriller, non nuovo sotto il profilo dell’ horror stradale – vanta come antenato un piccolo classico di Ida Lupino, ” The Hitcher-Hiker, La belva dell’ autostrada” , 1953

; il più famoso, ” The Hitcher” di Robert Harmon verra molto dopo,

) –  basato non solo sui due personaggi all’ uno e all’ altro capo del telefono ( in ” Panic ” l’ interlocutore non è invisibile come in ” La voce umana ” , ha un bel volto giovanile, e anche un nome, Paul ) ma su più di due. Ma perché,appunto? Perchè l’ assassinio si consuma davvero, non solo in effigie.E non si tratta dell’ assassinio di lei ( …), si tratta dell’ assassinio di lui. James Dearden ( figlio di Basil  Dearden, uno dei più prolifici registi inglesi degli anni Cinquanta e Sessanta, morto in un incidente d’auto  a sessant’anni anni ), non risparmia nessuno degli stereotipi del thriller stradale (…), anzi ne enfatizza funzioni e occorrenze, poichè è convinto di avere quell’ espediente del telefono che, ad esempio, Ida Lupino non ha contemplato e che in ” Panic”  funge invece  da escamotage di tutti gli affanni accumulati da Meady, la protagonista (…) Con, oltre al già multivalente telefono, un movente ancor più multivalente rispetto all’ odissea raccontata ex ante da Lupino e a quella raccontata ex post da Harmon: la ‘ lady hitcher’ o ‘ lady hitch- hitcher ‘ (…) non è un’ autostoppista (…) James Dearden, memore probabilmente della pura accidentalità del caso costato la vita al padre, non fornisce, saggiamente, alcuna chiave di lettura del delitto (…) Negli esigui 15′ del test horror che James ha scelto di produrre e girare (…) c’ è tutto il tempo (…) per inscenare alla grande un ‘ viaggio della paura ‘ ( è il titolo francese del lungometraggio seminale di Lupino ) che non può che scandirsi per attese, anticipi e ritardi, improvvise pulsioni suicide , tardivi appelli alla vita ( …) ‘

( da ‘ Il corto’, Sergio Arecco, numero 649, pg. 478- 479-480)

a.p.

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