a pigeon sat on a branch reflecting on existence

A Pigeon Sat on a Branch

 

 

Dalla 71a Mostra del Cinema di Venezia

A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence  di Roy Andersson (Svezia)

 

Trentanove piani-sequenza che si aprono e si chiudono sullo stesso squallido mondo monocromatico mantenendo costante un velo di gelida ironia di cui tutto il film è permeato. Una piccola cittadina formata di spazi vuoti, incolori, fermi. Persone immobili come statue di cera, annichilite e decolorate che sembrano assistere con noia alla propria vita. Corti circuiti temporali (re Carlo XII), morti improvvise, persone fisicamente sgradevoli, location improbabili.

In una contaminazione surreale di persone e spazi, gli stati d’animo si identificano con gli arredi, con gli oggetti, con gli edifici. Personaggi inermi e infelici che ricordano quelli di Aki Kaurismãki ma sono comici e meno poetici e luoghi, strade, ristoranti che fanno pensare alle atmosfere di Edward Hopper.

Le sequenze, a volte quasi dei fermo-immagine, scivolano attraverso le tristi vite, entrano nei loro spazi intimi, nei bar, nelle birrerie (quella di Lotta la Zoppa, a Göteborg), nelle cucine, nelle camere da letto, spesso in situazioni di una comicità surreale che emerge surrettiziamente da un mare di tristezza. Così ogni personaggio, isolato in un apparente scarno squallore, privo di progetti e di speranze, spesso si congratula con altri con una frase che si ripete e che suscita ilarità: “Mi fa piacere sentire che le cose vi vanno bene!” in una disarmante accettazione del proprio fallimento. I due protagonisti, Sam e Jonathan sono due venditori di gadgets per divertirsi, per “rendere allegre le persone” e vanno in giro con le loro valigette a proporre denti da vampiro in plastica, sacchetti che ridono (che si possono usare per le feste in ufficio e a casa) e maschere di gomma paurose. Non vendono, la crisi dilaga. Jonathan è peraltro terribilmente angosciato al pensiero di dover di nuovo incontrare i suoi genitori, in Paradisoi.

i. g.

 

 

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