Monthly Archives: gennaio 2014

PENSIERO

Anticipazione del nuovo editoriale del prossimo numero di “Filmcritica” in uscita a inizio febbraio

Mediterranee-Jean-Daniel-Pollet

 

Pensiero

Per una rivista come  la nostra, continua nel 2014 il lavoro di ricerca e di interpretazione, le opere che hanno reso grande l’arte in genere, il cinema in particolare, oggi più che mai rientrano nell’ampio campo della ermeneutica, contano per la forma che esprime la forza della lingua e della  scrittura, che a loro volta riflettono radici, cultura, etnie; ma è soprattutto il pensiero che esprimono, il pensiero (che è) il quid che sostiene la forma, che sostanzia l’espressione, e rende la visione come le  forme infinite che riflettono, si riflettono e  riflettono il mondo, in una dialettica senza fine. Ejzenštejn, Stroheim, Murnau, Dovzenko, German, Minnelli, Hitchcock, Rossellini, Godard, Bressane, Pollet, de Olivera, Pasolini, Straub…. (e Brecht, Majakowski, Artaud… nelle loro esplosioni  visive) sono l’opera e il testo critico, sono  l’opera e la riflessione che hanno indotto.

 Il critico non è più il recensore ma il filosofo di questa nuova filosofia, di questo modo di affrontare la lettura-visione di un testo, che  sempre di più si rileva come testo nascosto, come enigma da aprire. Il film è arte e linguaggio verbale, come la pittura, la musica, l’architettura lanciate verso nuove esperienze, dove il ‘vecchio’ e il nuovo coesistono, dove il pensiero è la creazione, dove la parola poesia diviene sempre più fattuale, e materialisticamente sempre più pensiero. E la Parola si innerva nelle tradizioni e diventa tradizione, cultura sociale di popolo.

Edoardo Bruno 

UN NUOVO UMANESIMO

L’editoriale di “Filmcritica” n. 640

Un nuovo umanesimo
Già dall’attentato alle torri di New York, Derrida parlava della fine di tutta una
vecchia geopolitica ereditata dalla guerra fredda, quella in cui la parola frontiera
aveva ancora un senso. Instabilità semantica, indecisione del concetto stesso di frontiera
riassumeva in un saggio scritto assieme a Habermas, intitolato Le concepte du
11 septembre. Ancora oggi questa parola – frontiera – segna un passaggio storico, una
esigenza culturale e filosofica, aperta al dialogo intellettuale, sociologico e artistico.
Le frontiere non dovrebbero chiudere gli spazi, debbono aprire e non essere barriere
alla circolazione degli uomini e delle idee. “Dare ai popoli la possibilità di non morire”,
ha detto il sindaco di Lampedusa, nei giorni drammatici degli esodi e delle morti,
ripensare ad una cittadinanza europea e allo ‘Schengen’ del dentro-fuori, senza false
paure. Le frontiere delle lingue non coincidono con quelle degli stati. Arendt, naturalizzata
(!) americana affermava che aveva il tedesco per patria non la Germania.
Questo perché, come dice ancora Derrida, lingua e popolo non coincidono e queste
non coincidenze scompongono inutilmente lo spazio. Solo la cultura e la traduzione
che si installa tra le diverse lingue servirà da modello per domare le frontiere e fabbricare
una nuova Comune. Un nuovo umanesimo contro la Realpolitik.
L’altra faccia
Manca la struttura al festival di Roma – gli uffici stampa non funzionano, i collaboratori
avventizi che dovrebbero assicurare i servizi logistici, neppure, e questa
mancanza di struttura, già notata nelle varie edizioni continua a pesare. È inutile
sperare in un cambiamento, perché, dando un’occhiata ai resoconti che i giornali e le
televisioni hanno dato della manifestazione con giudizi positivi solo dei film commerciali,
si è capito che è questa la ‘struttura’, tutta presa a rincorrere la visibilità dei
media, e non la critica, l’interesse perseguito. La faccia privilegiata resta il tappeto
rosso e la selezione italiana, tanto per far scrivere che il cinema, anche produttivamente,
è in ripresa, nascondendo l’altra faccia di una selezione di qualità, ricca di
almeno una decina di titoli. Di questi parlano le pagine di Filmcritica, come abitudine,
privilegiando opere e autori. Anche se con una certa fatica. Il Torino Film
Festival, invece, ha una struttura, una serie di sezioni rispondenti alle scelte, una
ratio critica di film indipendenti e di ricerca, che giustificano un pubblico sempre più
attento e giovane, ma purtroppo difetta in qualità, rischia, con i film in concorso, di
dare di sé un’immagine separata, un’ottimistica ‘festa’ popolare (vedi i film premiati).
Rapacità
Dietro i candelabri di Soderberg, immaginato in un bianco e nero espressionista
nella sua ambientazione kitsch, con personaggi di una crudezza espressiva, proiettati
all’estremo, e nella sua magniloquenza visiva, richiama Erich von Stroheim, la
rapacità dell’immagine, spietata nel cantare l’ambiguità di un amore complesso –
delirio ed entusiasmo, perdita di realtà e dolore – in un grande melodramma contemporaneo.
e.b.

QUANDO SEI QUI VICINO A ME

Lo spot di Martin Scorsese.