venezia 2013 – cinema documentario

Non vide me’ di me chi vide il vero (purgatorio XII  68)

Oggi c’è un gran ritorno al cinema documentario, Reitz, Wiseman, Bing, Rosi, Gitai… per citare i primi nomi  che vengono in mente ricordando la Mostra di Venezia, hanno affondato il loro sguardo dentro il reale, in una strategia enunciativa che sottolinea ‘hors de l’oubli’ il ritorno  al ‘documentario d’autore’, definizione che  include l’elaborazione teorica, l’invenzione, la sorpresa, e, come testimoniava Joris Ivens , la fantasia, il  pensiero politico, la filosofia.

Quella lunga carrellata, chiusa in un quartiere povero di Tel  Aviv di Ana Arabia di Gitai  ‘documenta’ filmicamente  con un linguaggio appropriato,  attraverso una serie di implicazioni formali/politiche, la capacità di guardare e risolvere l’enunciato attraverso riflessioni e dolorose metafore; è un sottile immergersi dentro un metareale che affonda nei ricordi e nel dolore, un richiamo alla Storia: un atto di filosofia.

La filosofia fa parte della retorica del cinema, come riflesso di una esperienza spinta al limite del trascendente, attraverso la ragione e il pensiero. Nella sua posizione di enunciazione, il cinema ha la possibilità di entrare in tutti i differenti sistemi  filosofici, anche classici, da Platone, ‘Allegoria  della caverna’, a Nietzsche ‘Crepuscolo degli idoli (‘come il mondo-verità si fa  favola) per  distogliere lo sguardo dalle ‘ombre’ e posare lo sguardo verso gli oggetti più ‘veri’ e mostrare il vero, nel segno della ragione e della intelligibilità.

“Non vide me’ di me chi vide il vero”: il verso di Dante, con quel me’ (meglio) di me,  coglie nel fondo la capacità gnoseologica del vedere, come qualcosa di subordinato all’esattezza della percezione e del linguaggio, e come conoscenza e capacità di interpretazione; la verità, come sottolinea Heidegger, è “l’adeguazione dell’intelletto alla cosa” e non viceversa, non basta vedere per comprendere, vedere è un atto intellettivo, vedere è ‘saper vedere’, come comprensione della pluralità dei mondi  attraverso le metafore e le possibilità di invenzione nel guardare l’oltre; come messinscena, disposizione, inquadratura e composizione.

Robert Capa con la fotografia ‘ricostruiva’ l’essenza, oggettivizzava il suo pensiero, ‘fermava’ sulla lastra il vero, superando il dualismo platonico vero-verità, nel senso aristotelico dell’interpretazione, dando della realtà un’immagine che ‘documentava’ l’accadimento. Ne fissava i contorni, ne traduceva la passione civile e il senso, evidenziando un significato, che a volte diveniva addirittura simbolico. ‘Vedeva il vero’ ontologicamente, analizzando l’essere in termine di sostanza per tradurne l’essenza.

Così il cinema. Che è sempre stato un documento, un documentario sull’uomo e i suoi gesti, sull’uomo e i suoi pensieri, sulle sue passioni, le sue rabbie e gli atti mancati, radiografia del pensiero di quegli atti brevi che sostanziano la vita; oggetti, scatti,  particolari e dettagli, che la grande pittura si sforzava di mettere a lato degli affreschi, forme e figure che nella loro poca evidenza nascondevano i grandi enigmi della conoscenza.

 

 

Edoardo Bruno

 

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