Filmcritica da Venezia

ARGOMENTI

 

Atterriti e commossi

 

La Mostra d’Arte Cinematografica continua, nonostante i tagli finanziari e i disastri politici, ad essere, nel solco della contemporaneità, un tragitto di pensiero e rigore. Scorrendo nelle varie sezioni – concorso e fuori concorso, Settimana della critica, Giornate degli Autori, Orizzonti, Venezia Classici – la ricerca, sul piano del linguaggio, degli autori, giustifica le scelte e stabilisce una linea poetica.

Violenza, effrazione, scandalo entrano nella dimensione dell’attuale, ogni nome  rappresenta una realtà, una eccezione, una regola: Bing, Fuller, Pallaoro, Renoir, Wiseman, Reitz, Gitai, Garrel, Leconte, Ray, Akerman, Tsai Ming Liang, Aprimov, Mokri, German e  Rosi, ognuno sulla linea di finzione, di documento, di letteratura.

Wang Bing, con Feng ai,amore e follia’ in uno stabilimento per malati di mente, continua il suo viaggio allucinante, dopo Le fossè, dentro una Cina contemporanea, chiusa in se stessa, nell’etnia contadina.

Samantha Fuller, con A Fuller Life usa un materiale antologico del padre e ricostruisce una  biografia, comunque imperdibile, tra cinema, storia  e ‘fumetti’ senza affrontarne l’estetica. Pallaoro con Medeas evidenzia una comunità agricola americana al margine, tra tradizione e paesaggio. Rosi attraversa il Grande Raccordo Anulare che abbraccia Roma, con Santo Gra, documentario–finzione (in uno stile diverso dal suo precedente El Sicario), a tratti ‘cittiano’ ma lontano dalla metafisica di Due pezzi di pane.

Wiseman con At Barkeley, grande documentario sull’Università americana con  interviste e lezioni, fissa in un linguaggio, che è ‘gesto filosofico’ il segno di una società e il grido di allarme di una decadenza, pathos di una crisi irreversibile.

Vivien Qu con Trap Street torna con un ‘opera prima’ alla nouvelle vague cinese, intrigandosi in un inutile ‘fuori’ kafkiano. Leconte con Une promesse rilegge Zweig come un amour fou, dando alla  promessa un valore assoluto, fatto di distanza e di impossibili incontri.

Il ritorno al ‘classico’ rimedita sulla contemporaneità del linguaggio, attraverso La bete humaine di Renoir (1938), segno e forma di un ‘realismo’ inventato, sogno di un treno che ‘taglia’ la superfice del mondo; e Alexei German  con Il mio amico Ivan Lapskin (1938) riaccende una Russia pacificata in un récit che sembra Majakowski,  tra ansie e  dolori, in  un realismo asciutto, che gia sembra  ricordo.

Gitai con Ana Arabia in un unico piano sequenza e in un blocco narrativo aperto, narra dolore e memoria, esempio della verticalità dell’immagine di un futuro possibile, tra palestinesi e israeliani, in un dialogo straniato e a distanza, dove abitano le parole, in una continua oscillazione del senso. Garrel, in un bianco e nero che è ricordo di una follia metafisica, con La jalousie si racconta in una istanza di soggettività, tra figure femminili, amori, incontri improvvisi. Tsai Ming Liang con Jiaoyou, conferma il suo stile ‘arrestato’ nel tempo, risolvendo la commozione finale in un primo piano, nella tana dei cani randagi, di fronte ad un muro scrostato, dei due solitari protagonisti. Aprimov, in un Kazakistan crudo e poetico, segue la dura adolescenza di un ragazzo, in una favola terribile e gentile, nel senso brechtiano “noi che amammo la gentilezza, non potemmo esser gentili”. Mokri (Iran) con Mahi va gorben, la più alta sorpresa della Mostra, struttura l’inconscio come un linguaggio, descrive situazioni al limite dell’occasione, muove i personaggi in un arido panorama desolato, fin du partie disperato che si chiude in un  canto da ballata, impetuoso che ci lascia atterriti e commossi.

e.b.

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