Monthly Archives: ottobre 2013

LOU REED.

Filmcritica da Venezia

ARGOMENTI

 

Atterriti e commossi

 

La Mostra d’Arte Cinematografica continua, nonostante i tagli finanziari e i disastri politici, ad essere, nel solco della contemporaneità, un tragitto di pensiero e rigore. Scorrendo nelle varie sezioni – concorso e fuori concorso, Settimana della critica, Giornate degli Autori, Orizzonti, Venezia Classici – la ricerca, sul piano del linguaggio, degli autori, giustifica le scelte e stabilisce una linea poetica.

Violenza, effrazione, scandalo entrano nella dimensione dell’attuale, ogni nome  rappresenta una realtà, una eccezione, una regola: Bing, Fuller, Pallaoro, Renoir, Wiseman, Reitz, Gitai, Garrel, Leconte, Ray, Akerman, Tsai Ming Liang, Aprimov, Mokri, German e  Rosi, ognuno sulla linea di finzione, di documento, di letteratura.

Wang Bing, con Feng ai,amore e follia’ in uno stabilimento per malati di mente, continua il suo viaggio allucinante, dopo Le fossè, dentro una Cina contemporanea, chiusa in se stessa, nell’etnia contadina.

Samantha Fuller, con A Fuller Life usa un materiale antologico del padre e ricostruisce una  biografia, comunque imperdibile, tra cinema, storia  e ‘fumetti’ senza affrontarne l’estetica. Pallaoro con Medeas evidenzia una comunità agricola americana al margine, tra tradizione e paesaggio. Rosi attraversa il Grande Raccordo Anulare che abbraccia Roma, con Santo Gra, documentario–finzione (in uno stile diverso dal suo precedente El Sicario), a tratti ‘cittiano’ ma lontano dalla metafisica di Due pezzi di pane.

Wiseman con At Barkeley, grande documentario sull’Università americana con  interviste e lezioni, fissa in un linguaggio, che è ‘gesto filosofico’ il segno di una società e il grido di allarme di una decadenza, pathos di una crisi irreversibile.

Vivien Qu con Trap Street torna con un ‘opera prima’ alla nouvelle vague cinese, intrigandosi in un inutile ‘fuori’ kafkiano. Leconte con Une promesse rilegge Zweig come un amour fou, dando alla  promessa un valore assoluto, fatto di distanza e di impossibili incontri.

Il ritorno al ‘classico’ rimedita sulla contemporaneità del linguaggio, attraverso La bete humaine di Renoir (1938), segno e forma di un ‘realismo’ inventato, sogno di un treno che ‘taglia’ la superfice del mondo; e Alexei German  con Il mio amico Ivan Lapskin (1938) riaccende una Russia pacificata in un récit che sembra Majakowski,  tra ansie e  dolori, in  un realismo asciutto, che gia sembra  ricordo.

Gitai con Ana Arabia in un unico piano sequenza e in un blocco narrativo aperto, narra dolore e memoria, esempio della verticalità dell’immagine di un futuro possibile, tra palestinesi e israeliani, in un dialogo straniato e a distanza, dove abitano le parole, in una continua oscillazione del senso. Garrel, in un bianco e nero che è ricordo di una follia metafisica, con La jalousie si racconta in una istanza di soggettività, tra figure femminili, amori, incontri improvvisi. Tsai Ming Liang con Jiaoyou, conferma il suo stile ‘arrestato’ nel tempo, risolvendo la commozione finale in un primo piano, nella tana dei cani randagi, di fronte ad un muro scrostato, dei due solitari protagonisti. Aprimov, in un Kazakistan crudo e poetico, segue la dura adolescenza di un ragazzo, in una favola terribile e gentile, nel senso brechtiano “noi che amammo la gentilezza, non potemmo esser gentili”. Mokri (Iran) con Mahi va gorben, la più alta sorpresa della Mostra, struttura l’inconscio come un linguaggio, descrive situazioni al limite dell’occasione, muove i personaggi in un arido panorama desolato, fin du partie disperato che si chiude in un  canto da ballata, impetuoso che ci lascia atterriti e commossi.

e.b.

venezia 2013 – cinema documentario

Non vide me’ di me chi vide il vero (purgatorio XII  68)

Oggi c’è un gran ritorno al cinema documentario, Reitz, Wiseman, Bing, Rosi, Gitai… per citare i primi nomi  che vengono in mente ricordando la Mostra di Venezia, hanno affondato il loro sguardo dentro il reale, in una strategia enunciativa che sottolinea ‘hors de l’oubli’ il ritorno  al ‘documentario d’autore’, definizione che  include l’elaborazione teorica, l’invenzione, la sorpresa, e, come testimoniava Joris Ivens , la fantasia, il  pensiero politico, la filosofia.

Quella lunga carrellata, chiusa in un quartiere povero di Tel  Aviv di Ana Arabia di Gitai  ‘documenta’ filmicamente  con un linguaggio appropriato,  attraverso una serie di implicazioni formali/politiche, la capacità di guardare e risolvere l’enunciato attraverso riflessioni e dolorose metafore; è un sottile immergersi dentro un metareale che affonda nei ricordi e nel dolore, un richiamo alla Storia: un atto di filosofia.

La filosofia fa parte della retorica del cinema, come riflesso di una esperienza spinta al limite del trascendente, attraverso la ragione e il pensiero. Nella sua posizione di enunciazione, il cinema ha la possibilità di entrare in tutti i differenti sistemi  filosofici, anche classici, da Platone, ‘Allegoria  della caverna’, a Nietzsche ‘Crepuscolo degli idoli (‘come il mondo-verità si fa  favola) per  distogliere lo sguardo dalle ‘ombre’ e posare lo sguardo verso gli oggetti più ‘veri’ e mostrare il vero, nel segno della ragione e della intelligibilità.

“Non vide me’ di me chi vide il vero”: il verso di Dante, con quel me’ (meglio) di me,  coglie nel fondo la capacità gnoseologica del vedere, come qualcosa di subordinato all’esattezza della percezione e del linguaggio, e come conoscenza e capacità di interpretazione; la verità, come sottolinea Heidegger, è “l’adeguazione dell’intelletto alla cosa” e non viceversa, non basta vedere per comprendere, vedere è un atto intellettivo, vedere è ‘saper vedere’, come comprensione della pluralità dei mondi  attraverso le metafore e le possibilità di invenzione nel guardare l’oltre; come messinscena, disposizione, inquadratura e composizione.

Robert Capa con la fotografia ‘ricostruiva’ l’essenza, oggettivizzava il suo pensiero, ‘fermava’ sulla lastra il vero, superando il dualismo platonico vero-verità, nel senso aristotelico dell’interpretazione, dando della realtà un’immagine che ‘documentava’ l’accadimento. Ne fissava i contorni, ne traduceva la passione civile e il senso, evidenziando un significato, che a volte diveniva addirittura simbolico. ‘Vedeva il vero’ ontologicamente, analizzando l’essere in termine di sostanza per tradurne l’essenza.

Così il cinema. Che è sempre stato un documento, un documentario sull’uomo e i suoi gesti, sull’uomo e i suoi pensieri, sulle sue passioni, le sue rabbie e gli atti mancati, radiografia del pensiero di quegli atti brevi che sostanziano la vita; oggetti, scatti,  particolari e dettagli, che la grande pittura si sforzava di mettere a lato degli affreschi, forme e figure che nella loro poca evidenza nascondevano i grandi enigmi della conoscenza.

 

 

Edoardo Bruno

 

filmcritica n. 637-638

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ana arabia

 

ana arabia

 

Il vecchio Youssef, in Ana Arabia, racconta alla giornalista israeliana la storia di Antar, eroe e poeta arabo, schiavo di pelle nera, che per amore di una donna (una principessa?) comunque appartenente all’etnia dei suoi padroni, combatté valorosamente in difesa di lei contro orde di nemici, diventando un eroe popolare arabo (tipo il vostro Sansone, precisa Youssef alla giornalista). Poi fa l’elogio dell’ospitalità, predicando la religione dell’accoglienza nella propria casa anche di chi ti è nemico – ma la giornalista viene sempre tenuta fuori, in strada (salvo che per pochi minuti, verso la fine) e sempre lasciata in piedi (Roberto Silvestri, nell’ottimo blog Ciotta/Silvestri,  ha parlato spiritosamente del mistero della sedia mancante).

a. c.       (continua su Filmcritica 637-638)