Low Tide

Low Tide. Carmelo Bene diceva che Verdi era italiano per caso. Certamente italiano per caso è Roberto Minervini, non solo perché ha girato Low Tide in Texas, dove vive da anni, non solo perché ha potuto utilizzare alcuni componenti dell’équipe dei fratelli Dardenne, ma soprattutto perché affida la nascita delle sue immagini a uno sguardo aurorale e partecipe, senza bisogno di drammatizzazioni fittizie: uno sguardo che si potrebbe definire documentaristico, se nella nozione di documentario includiamo la capacità di una messa in scena interiore. La camera a mano scandisce i vagabondaggi e sottolinea la disperata solitudine di un dodicenne senza amici, che convive nello squallore con una madre alcolizzata, in una casa fatiscente (che si occupa lui di riordinare alla meglio). Animali, pesci, serpenti sono i suoi soli amici, tra il fiume e il bosco, lungo i campi assolati di una natura riarsa – e se c’è una sorta di riconciliazione (con la madre, dopo il tentato suicidio del ragazzo) è una riconciliazione precaria, sulla spiaggia sporca di alghe lasciate dalla marea, che l’acqua potrebbe presto tornare a sommergere.

a.c.

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